acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Charlize Theron

Per recitare conta guardarsi dentro

Mer 01 Ott 2008 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

È bella. L’avevamo incontrata lo scorso anno, mora, in un hotel veneziano dopo la splendida performance di Nella valle di Elah di Paul Haggis. Charlize Theron, chiusa in un’uniforme di poliziotta, era struccata come nel film e comunque straordinaria. Ora al Lido è tornata con Guillermo Arriaga in The Burning Plain, una sinfonia femminile a tre (con e “dentro” di lei ci sono anche una rinata e bravissima Kim Basinger e il premio Mastroianni a Venezia 2008, Jennifer Lawrence) sull’infelicità familiare, su come l’amore possa vincere la morte, ma possa persino essere più distruttivo di essa. La bionda interprete sudafricana, già premio Oscar per Monster, è il centro di gravità permanente di questo tornado sentimentale ed esistenziale, porta su di sé le colpe di tre generazioni, in una performance dolente e cattiva, difficile e coinvolgente. Si mostra in tutta la fragilità, ma anche in quella avvenenza che l’ha di fatto resa leggendaria (basta la prima sequenza del film per togliere il fiato a cinefili e non) e come in questa intervista, summa dei nostri due ultimi incontri veneziani, lo fa con consapevolezza, con una forza che le proviene da dentro, da un’anima che ha dovuto subire durissime prove, dall’“emigrazione” giovanissima in America all’infanzia difficile culminata nell’uccisione del padre violento e alcolista per mano della mamma, per legittima difesa. E così il film d’esordio dello sceneggiatore di Alejandro Inarritu, scrittore raffinatissimo, appare come uno specchio (non vi diremo come e perché, sveleremmo tutto) di Charlize, che per diventare la donna dei sogni di tutti è dovuta passare per il tunnel buio dei propri incubi. Proprio come Sylvia (o Mariana) nel film.

Le sue scelte, da sempre, sono ponderatissime. Eppure potrebbe fare ciò che vuole.
«Il fatto è che io non mi dirigo mai verso un film o un regista perché può rendermi ricca o famosa. Con Guillermo, per fare un esempio, dovevamo, per conoscerci, consumare un pranzo veloce. Abbiamo cominciato a parlare del film e dopo cinque ore ancora non avevamo guardato l’orologio. E, tornata a casa, non riuscivo a pensare ad altro che alla storia e al personaggio che m’aveva proposto. Io voglio crescere, migliorare e questo può succedere con piccoli ruoli se reciti vicino a grandi attori e vieni diretta da straordinari registi. O con piccoli film. O ancora con opere difficili che non scelgono scorciatoie».

è così che è nato il tuo nuovo ruolo nel cinema, quello della produ-attrice?
«è da un po’, proprio da Monster che mi diede l’Oscar, che io ho iniziato a ricoprire anche questo ruolo. Sono profondamente convinta che, quando credi in qualcosa, e non vale solo per il cinema, devi investire in essa. Lo faccio nelle iniziative umanitarie, lo faccio nei film. E qui avevo una storia splendidamente scritta, un grande regista e ho deciso di entrarci dentro ancora di più. Certo, è una bella fatica trattare il mio compenso con me stessa: sono perennemente insoddisfatta della mia capacità di contrattare (ride, stupenda), da una parte e dall’altra! E poi questa doppia veste mi salva dall’ossessione che mi portano i miei ruoli, mi fa pensare ad altro. Questo duplice lavoro non mi pesa, anzi: in fondo non andiamo in miniera! E poi i due lavori sono molto compatibili: produrre è creazione, prima ancora che numeri e bilanci».

Lei sembra profondamente appassionata, ma allo stesso tempo controllata.
«Razionalità e passione sono due tratti fondamentali della mia persona e convivono e confliggono spesso con la stessa forza. Controllo non credo sia l’espressione giusta: un artista non può controllare la propria arte. Non lo fa il pittore o lo scultore, non possiamo farlo neanche noi, è l’arte che lo fa da sola e spesso può finire lei per dominarti. Devi ascoltare quello che hai dentro e ciò che hai fuori, l’anima e l’universo e prendere quello che ti danno».

Lei è una che si mette in discussione?
«Moltissimo, credo sia essenziale per i processi di crescita, individuali e collettivi, personali e professionali. Rispettando l’autorità del regista, in particolare sulla scelta di chi reciterà nel film, è fondamentale nella creazione il confronto, il consiglio reciproco. L’ho imparato nell’ambito del cinema off Hollywood, nella scena indipendente è la qualità, più del nome, a contare. Tornando alla domanda iniziale, questo mi attira più di un budget succulento, anche per me. In In the Valley of Elah entrai il giorno dopo aver letto lo script, con Paul Haggis che mi aveva detto immediatamente: “i soldi sono pochi e il lavoro tanto”».

I suoi personaggi hanno spesso delle ombre, delle indicibili sofferenze. Difficili da sopportare.
«Sono cose che esistono nella vita. Lavori su te stessa, cerchi certe sensazioni senza farti travolgere (il viso ora è serio, l’occhio ha quella velata malinconia di chi ha lottato duramente e vinto nella vita e non lo dimentica). è un mestiere particolare il nostro, in cui dobbiamo aprirci completamente e mostrarci in profondità e non è mai facile anche se è molto motivante. E, nonostante io pensi che i personaggi che ho interpretato solo apparentemente sono simili, è vero che trovo affascinante presentarci con personaggi con difetti evidenti e diversi piani di lettura. Dà spessore e intensità alla storia e alla loro umanità».

La scelta di Kim Basinger è sembrata illuminata. Che tipo di rapporto avete avuto?
«Kim è una donna straordinaria, che si è approcciata al lavoro e al set con umiltà e altruismo. Aveva sempre un consiglio, una buona parola, una collaborazione fortissima. Una sorella maggiore. E come coproduttrice posso confessare che la lista per fare il suo personaggio (una donna di mezza età guarita da una grave malattia e con una storia d’amore tormentata- ndr) era lunga e piena di grandi nomi. Ma, vista lei, non c’è stata più storia. Ha mantenuto la fragilità e la sensuale vulnerabilità di quando aveva vent’anni (e faceva Nove settimane e mezzo, ndr) con una nuova consapevolezza e una forza personale maggiore. La ammiro molto». 


Condividi su:
Galleria Immagini