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Hayden Christensen: il nuovo divo

Parla il nuovo giovane divo Usa che, nel 2000, con “guerre stellari” si è imposto in milioni di cuori

Lun 01 Set 2008 | Interviste Esclusive
Foto di 8

Hayden Christensen è bello e intelligente, ricco, generoso e con un senso dell’umorismo niente male. Non ha grilli per la testa e ha quasi l’ossessione di essere gentile. Insomma, il classico uomo che finiresti per odiare perché è troppo perfetto. La verità è che questo ragazzo, esploso giovanissimo come teen-idol e poi protagonista della seconda trilogia di “Guerre stellari” di George Lucas nei panni del temibile e terribile Anakyn Skywalker, sa tenere i piedi per terra, anche se gli tocca sempre avere superpoteri, dalla Forza di “Star Wars” alla possibilità di teletrasportarsi di “Jumper”. Ora produce, vorrebbe dirigere, continua a recitare rubando a tutti un po’ del loro mestiere. «Il segreto, nella vita, è sentirsi sempre all’università, sempre un allievo. Solo non smettendo mai di imparare potrai diventare davvero un uomo. Vale per il cervello e per lo spirito, per l’anima». Ci incontriamo alla fine delle riprese di “Jumper”, lui torna a Roma dopo l’incursione mattutina dentro il Colosseo durante le scene romane del film, ed è entusiasta. Veste casual e sembra voler nascondere la sua avvenenza.

Hayden, le vanno stretti i panni del supereroe che ormai molti le cuciono addosso?
«Fortunatamente io non sono stato ancora costretto a indossare le calzamaglie attillate dei veri supereroi! Scherzi a parte, credo che per esempio “Jumper” (in preparazione il secondo capitolo) sia molto diverso dai film di questo genere visti finora. Nel senso che il mio protagonista è un supereroe solo in quanto dotato di superpoteri, ma non ne ha il comportamento tipico. è vero, deve tenere il superpotere nascosto, ma non ha una vera e propria doppia identità, scende a qualche compromesso e lo utilizza solo per sé. Aiuta l’identificazione dello spettatore il fatto che, come tutti i supereroi, è una persona normale alle prese con qualcosa di molto speciale. Anche se qui lui rimane “umano” nei comportamenti. In questo è diverso anche da Anakyn Skywalker».

Insomma lei non ha mai sognato di essere Superman o l’Uomo Ragno?
«Certo che no, non saprei mai vivere una doppia vita, già faccio fatica a farlo come attore. Ma sogno spesso, si può dire che non faccio altro. Sogno la mia casa, per esempio. Nei pressi di Toronto ho un’azienda agricola ed uno dei miei passatempi preferiti è mettermi in cima alla collina, guardare il panorama e sognare ad occhi aperti. E lì immagino di tutto: il prossimo raccolto, di volare, il mio futuro come persona e come attore. Quasi un’esperienza spirituale, il contatto con la natura mi avvicina a capirmi meglio. E poi ci sono i sogni professionali: lavorare con Javier Bardem (indimenticabile nel film "Mare dentro" - ndr), lo adoro da “Prima che sia notte”. Ed essere diretto dal regista di quel film, Julian Schnabel. L’ho incontrato a New York, abbiamo passato un giorno insieme, mi ha fatto vedere molte delle sue opere, dei suoi quadri, lo apprezzo molto».

In “Jumper” vola da una parte all’altra del mondo. Non è poi così diverso dalla sua vita reale.
«è vero, tra film e tour promozionali accumulo miglia su miglia. Sono ritornato ai miei 18 anni, quand’ero sempre con la valigia in mano o col desiderio di averla. Per questo il teletrasporto esercita un fascino così forte su di me. Amo vivere e vedere tanti posti e vorrei sempre poter trasportarmi in uno di questi. Immediatamente. Adoro arrivare nel luogo che desidero, ma non i bagagli, i preparativi, i lunghi viaggi. Odio le file, stare ore in aereo: se devo volare, voglio farlo col vento in faccia».

è in un momento importante della sua carriera: dove vuole indirizzarla?
«Non ho affatto chiara l’idea della carriera, ci penso poco. Io credo che il segreto sia fare sempre quello che ami, che ti piace fare. E farlo con rigore e onestà. Io ho la fortuna di fare un lavoro stupendo e allora cerco di compiere scelte che mi consentano costantemente di crescere. Tutte le esperienze che faccio, persino quelle negative, mi fanno uscire arricchito alla fine di ogni viaggio».

E non ha paura del suo "lato oscuro"?
«Credo che le analogie tra me e Anakyn Skywalker siano poche. Comunque credo di aver imparato a gestire il successo, di capire che la vita vada ben oltre i lustrini delle feste- a cui peraltro vado pochissimo- e il nostro privilegiatissimo mondo. Non ho la capacità unica e l’ambizione bruciante, non sono corroso da sentimenti estremi come lo era quel personaggio. In quei casi, poi, finisci per sopravvalutarti».

Nessun sacro fuoco a bruciarla, quindi?
«L’egoismo individualista si supera con l’amore, per una persona, per il lavoro, per un’idea. Solo così capisci chi sei, non con il ricco isolamento che spesso noi attori siamo costretti a vivere. Io amo questo lavoro e amo cercare di migliorarmi».

Perché ricco isolamento? Paura del gossip?
«Col gossip entro in contatto diretto solo con voi giornalisti, se fate domande imbarazzanti. Come questa (sorride, e bisogna ammetterlo, è irresistibile). Generalmente sono una persona molto timida ed evito di raccontare la mia vita personale agli altri. Mi difendo con il completo disinteresse verso certe pubblicazioni e cercando di far esaurire da soli i rumors che mi circondano. Nessuna delle mie immagini diffuse, né quella cinematografica né quella di presunta star o di simbolo del radical chic, mi rappresenta minimamente. In un certo senso l’attore è un po’ come il supereroe. Anche io mi sento spesso custode di un segreto, di un’identità. In molte situazioni incontro persone che non conoscono me e cosa faccio, e sono quelle che preferisco. Ci tengo a passare inosservato e quando esco, come i supereroi, mi guardo continuamente intorno, con il mio cappellino da baseball ben calzato».

Odia farsi riconoscere? Curioso per uno che fa un mestiere così narcisista.
«Paradossalmente dopo “Star Wars” non c’erano ancora molte persone che mi conoscessero. Ma pian piano è stato sempre più difficile non fare i conti con la mia identità pubblica. E allora ho smesso di cercare di nascondermi e di fare i conti con questa cosa. E credo di essere cresciuto quando ho smesso di scappare dal confronto con la nuova realtà che vivevo. E ora ho la sensazione di essere in un posto migliore della mia vita. Ma il cappellino da baseball è rimasto».

Come mai ama tanto l’Italia?
«Mia nonna è napoletana, ma io so poco l’italiano, perché a casa non lo parlano più».

CHRISTENSEN PRODUTTORE
«Sto producendo il mio secondo film, parla della marcia di Bataan in cui americani e filippini furono costretti a marciare verso la morte, nella Seconda Guerra Mondiale. è un dramma giudiziario, la storia vera del processo al generale giapponese per crimini di guerra. Io sono il giovane reduce a cui viene affidata la sua difesa. La cosa interessante è che è il primo processo completamente registrato, documentato e trascritto, e molte di queste testimonianze saranno nel film».


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