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Matt Dillon: con la vecchiaia miglioro

L’ex divo ribelle, con l’età, ha messo la testa a posto

Lun 01 Set 2008 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Grolla d’Oro alla carriera a Saint Vincent. Divo ribelle alla James Dean per Francis Ford Coppola in Rusty il selvaggio, Mister Wonderful per Anthony Minghella, andato ai matti per Cameron Diaz in Tutti pazzi per Mary. Matt Dillon è tuttora un ribelle bellissimo e poliedrico con una carriera affascinante, anche se mai facile. Tra i fari del cinema indipendente per fede e necessità, con Crash ha sfiorato l’Oscar per una prestazione maiuscola che lo ha definitivamente consacrato. Neanche due anni fa ha strappato applausi con Factotum (ora in dvd per Dolmen e Feltrinelli), biografia letteraria ed esistenziale di Charles Bukowski, l’incubo americano affogato nell’alcool e nel rifiuto all’omologazione con Marisa Tomei e Lili Taylor. «è un attore straordinario, uno di quelli che può fare quello che vuole, che se crede in te si mette a completa disposizione, qualsiasi richiesta tu gli faccia su un set. Ha coraggio e talento da vendere, sono sicuro che potrebbe interpretare persino una donna». è Paul Haggis a parlare, doppio Oscar per Crash (miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2004), ed è sempre Matt che sta descrivendo. Insieme all’Ischia Film&Music Global Fest (13-20 luglio) di Pascal Vicedomini, che l’ha insigniti dell’Ischia Legend Award, l’occasione dell’incontro è la presentazione di Mgm Channel (canale Sky, 320) che dal 1° giugno allieta i cinefili con 24 ore su 24 di grande cinema tratto dall’archivio del leone ruggente della Metro-Goldwyn-Mayer, il più grande del mondo (ben 4100 titoli, molti con Dillon, uno dei quali lo vede addirittura regista). Un’esperienza mondiale (120 paesi, 17 lingue) che ora approda anche in Italia. Perché, come dice Nils Hartmann, direttore Sky Cinema e responsabile delle sue produzioni originali, «non esistono film nuovi o vecchi, ma solo belli o brutti. E ora noi siamo un multiplex con dieci canali che non chiude mai, neanche d’estate». Noi vi raccontiamo il divo outsider attraverso due chiacchierate italiane, invidiosissimi perché a 44 anni è ancora aitante e “figo” come e più di quando ha cominciato, nonostante lo stile di vita non salutista, visto che l’ex “bad boy” del cinema indipendente americano è tra i superstiti del mitico e sbandato gruppo di giovani star bruciate degli anni ’80, il Brat Pack (crasi tra il film simbolo di quella generazione, Breakfast club e l’allusione al Rat Pack di Sinatra & Co.) Ciak, si parla.

Ha interpretato Chinaski, ruvido alter ego di Bukowski. Si sente vicino a lui?
«Linda, la figlia, mi ha detto “Tu sei Hank”. Il massimo per chi lo ha amato e rispettato come me. Prima del film sono persino andato in pellegrinaggio sulla sua tomba. Volevo dare una giusta immagine di chi appariva come trasandato, sciatto, mai elegante, ma che aveva invece un profondo senso della dignità. La sua era una costante ribellione alla normalità».

La precarietà di Bukovski è un tema attuale?
«No. Ormai i giovani sono profondamente diversi. Bukowski è irripetibile, un uomo tipico di quegli anni, di un’epoca in cui c’erano determinati status sociali contro cui ribellarsi. Per questo lui, pur non avendo un messaggio politico esplicito, lo trasmetteva lo stesso, forte e naturale, dai confini dell’emarginazione. I giovani americani di oggi non lo leggono, neanche quelli ubriachi, figli delle cupe notti delle metropoli. Perché il loro alcolismo è solo inerzia, non rivolta».

Ribellione. Cos’è rimasto del Dillon che faceva Rusty il selvaggio?
«La purezza, l’autenticità. Sia quella personale, che quella interpretativa. Almeno spero. Ma molte sono le cose che, invece, non faccio più. Non fumo più, non scaglio piatti e telefoni contro le porte, mi curo maggiormente di me stesso e della mia interiorità. Affronto il mio lavoro con più serenità e cerco una certa profondità, nell’analisi e nei sentimenti, nei miei lavori. Come in You, me and Dupree, in cui ho recitato con Michael Douglas e Kate Hudson. E in cui ero un bravo ragazzo! Ho l’impressione di essere migliorato, invecchiando. Come il buon vino ho preso sapore e aroma, come Bukowski, che rileggendo ora ho scoperto essere straordinario anche come scrittore, non solo come intellettuale e simbolo iconoclasta. Venti, trent’anni fa quasi mi vergognavo di questo vizio tormentoso, di non riuscire a staccarmi dal suo “fuck the world”».

è amareggiato per non aver vinto l’Oscar?
«No, la candidatura è stata già una grande soddisfazione, soprattutto alla luce della vittoria di Crash, film scomodo con argomenti da cui tutti fuggono. Giurie e premi si devono confrontare con tanti imprevisti e soggettività tali che molti bei film, molti grandi attori finiscono per essere penalizzati. Questi riconoscimenti non vanno presi tanto sul serio. Ma se avessi vinto, ovviamente, sosterrei il contrario!».

Ha 44 anni e sembra il ragazzino del Drugstore cowboys (film di Gus Van Sant) proiettato sul mare di Ischia.
«Cerco di non farci caso, faccio fatica a pensarmi come icona o sex-symbol, trovo che sia noioso parlarne, cerco di essere solo me stesso. Che bello vedere il film di Gus Van Sant con il rumore delle onde in questo posto stupendo! Se penso solo che quel film poteva non uscire, vista la crociata che Nancy Reagan allora lanciò contro il consumo di stupefacenti…».

La sua fama deriva dal suo coraggio. Cambia faccia e personaggi con facilità.
«Lo ammetto, non mi interessa il giudizio morale sui miei personaggi e né se la gente li odia. Così come anche i premi mi fanno piacere, ma non mi tolgono il sonno. Mi piace cambiare, correre rischi, seguire registi e sceneggiatori che abbiano dentro una passione inesauribile. Ecco perché, per esempio, ho fatto il poliziotto bastardo per Paul Haggis in Crash o il “junkie” per Van Sant. Tra loro c’è una similitudine: all’inizio sono stati presi per pazzi per i temi trattati».

Pensa che la crisi economica mondiale stia incidendo anche nel cinema?
«Difficile dirlo, questo momento fa parte della ciclicità storica, ma anche di gravi errori dei nostri leader. Io so una cosa, però, ed è che il cinema migliore si è fatto nei tempi più duri: negli anni ’70 ci sono stati film e registi eccezionali negli USA, allora colpiti da una doppia recessione».

Lei è iperattivo, sempre sul set…
«è inevitabile, amo recitare ed è una delle cose che più mi fa sentire a mio agio. Ora sto facendo Nothing but the truth, sullo scandalo Cia di Valerie Plame, sul rapporto tra stampa e servizi segreti. Io sarò un giudice e non ne conosco neanche uno! Ho cercato di immedesimarmi nell’ottica della Cia, fare qualcosa di diverso. E poi c’è Armored, con un regista ungherese».

Ha un sogno nel cassetto, un ruolo che insegue da molto?
«Ne ho molti, tanti quanto sono le mie idee e i miei progetti, ma non ne parlo perché poi svaniscono o tutti mi assillano con domande in proposito. Uno però lo dico: fare un film in Italia, magari nel sud, avete delle isole stupende, da Ischia alla Sicilia. Purtroppo Fellini è morto, lo adoravo. Avete tanti bravi registi, come il mio amico Pappi Corsicato o Gabriele Muccino. Io aspetto un copione. Amo questo paese, lo stile di vita mediterraneo, le donne italiane… ma non scriverlo! Vengo da una realtà prettamente americana, completamente diversa, e questo vi rende ancora più attraenti».


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