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Eleonora Giorgi: ricomincio da 18

La rinascita: un altro film da regista, il teatro e “i cesaroni”

Lun 01 Set 2008 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 7

Sarà il suo approccio alla vita, sarà il suo entusiasmo, il suo dinamismo, il suo essere intransigente, prima di tutto con se stessa: fatto sta che Eleonora Giorgi rinasce continuamente. Ed è sempre pronta a ricominciare. è forse proprio in questa parola la chiave per comprendere l'attrice romana, divenuta un volto noto del cinema negli anni Settanta con film cult come “Compagni di Scuola”, “Borotalco” e “Sapore di Mare”.
Ora, a pochi giorni dalla fine delle riprese del suo secondo film da regista, in attesa di conoscere la data di uscita nelle sale cinematografiche, si divide tra fiction, organizzazione di festival, teatro e ancora cinema.

Come è nata l'idea del film “L'ultima estate... non ci lasceremo mai”?
«L'idea del film, girato tra Roma, la Toscana e Lampedusa, nasce dalla mia esperienza, dalla mia vita particolare contraddistinta dal "ricominciare" e dallo "sperimentare", cosa che mi ha reso matura e giovane allo stesso tempo. Il continuo ricominciare, sia nella vita privata che lavorativa, mi ha posto in una condizione di continua rinascita. E non si tratta di un fatto legato unicamente alla mia condizione di artista. è che la mia vita è stata “artistica”, fin dall'inizio e dalla mia nascita da una madre ungherese che mi ha segnato profondamente, in senso positivo».

Che tipo di educazione ha ricevuto?
«Austroungarica, direi! Sono state educata quasi "militarmente". Quando con i miei fratelli andavamo a trovare il nonno materno, pensa che avevamo le dosi razionate di acqua per imparare a farne un giusto uso anche a tavola. Mia madre era molto severa, giustamente: quando io e i miei fratelli tornavamo a casa con buone pagelle, non c'erano regali o paghette, ma una sola frase: “questo è il tuo dovere”! Quando ero bambina, inorridivo se vedevo le mamme di mie compagne "somarelle" che si lamentavano con gli insegnanti. Già allora ed ancora oggi sono per una “selezione naturale” a livello scolastico e lavorativo».

L'educazione che ha ricevuto è la stessa che ha impartito ai suoi figli?
«Sì! Stesso tipo di educazione: fin da quando avevano 6 anni li ho responsabilizzati a partire dalla cartella da preparare. Mi hanno "odiata", come io potevo "odiare" i miei. Ma il regalo più bello me lo ha fatto il mio primo figlio, Andrea, che oggi ha 28 anni. Quando aveva 18 anni, mi fece trovare una lettera stupenda in cui mi diceva che per quell'educazione aveva pensato che io gli volessi remare contro, ma che poi aveva capito che non era così. E mi ha ringraziato. Ed è la stessa cosa che sento di dire io ai miei: senza quel tipo di educazione non sarei sopravvissuta alla vita che ho avuto».

Il continuo ricominciare, cosa ha determinato in lei?
«In tutto questo ricominciare, io sento dentro di me di avere 18 anni! Ma tra i miei 18 anni reali e i 18 anni "emotivi" di oggi comunque è trascorso del tempo durante il quale i miei figli sono cresciuti, ma io sono cresciuta con loro. E il mio sguardo è sempre quello dell'incanto, dello stupore».

Un tipo di approccio alla vita che si ritrova anche nel suo lavoro?
«Certamente. L'ultimo film, per esempio, è nato dallo stupore provato di fronte ad una storia d'amore insolita che ho visto e che mi ha portato a consolidare un'idea relativa a quello che è il sentimento salvifico per l'uomo: nelle relazioni tutti cercano di dare sempre di sé l'immagine migliore, cercando di nascondere i difetti di fabbrica! E allora anche in questa storia ci sono due innamorati che scopriranno di essere entrambi parte di una vicenda drammatica, di cui non hanno voluto parlare, in un'aula di Tribunale».

Il ruolo di regista sostituirà definitivamente quello di attrice?
«Assolutamente no! Volendo potrei fare anche la scrittrice, anzi sono anni che mi chiedono di scrivere. Ma il fare l'attrice è il primo amore. Ho cominciato a girare la terza serie de “I Cesaroni”, in cui vesto i panni di una terribile e temibile direttrice di una rivista di moda in cui andrà a lavorare Eva. Sarò un po' come la Meryl Streep de “Il Diavolo Veste Prada”. Un'esperienza che mi elettrizza: adoro prender parte a cose così popolari e seguite, visto che sono un personaggio così nazional-popolare»

E il teatro?
«A novembre porterò in scena con Remo Girone "Fiore di cactus", mentre dal 7 al 13 settembre sarò a Lampedusa per "Il vento del Nord", una rassegna di cinema organizzata con la Regione Sicilia per portare nel posto più a sud d'Europa, il cinema del nord geografico. Ci saranno anche retrospettive e blockbuster».

Si parla spesso di quote rosa: anche nel mondo del cinema ce ne sarebbe bisogno?
«Sono contro le quote rosa, non credo che un essere, in quanto portatore di gonna, debba avere una corsia preferenziale. Se ci sono un uomo e una donna, non si devono dare dei punti in più alla seconda in quanto donna. E inorridisco anche di fronte alle donne che usano la loro "femminilità" per ottenere favori. Nel mio ambiente ne vedo tante. Giocano sulla debolezza dell'uomo e devo dire che provo pena per loro. Come del resto penso che ci siano dei lavori non per le donne: come lo scaricatore di porto, il meccanico o altri lavori che richiedono una notevole forza fisica. Come anche il regista».

Eppure lei lo è!
«è vero! è un lavoro maschile, perché è il set è come un campo di battaglia e bisogna fare la voce grossa per farsi sentire, perché l'ambiente è maschile. Io per esempio uso il megafono. E poi non sai mai dove ti troverai, puoi essere in mezzo ad un campo o ad una strada. è difficile trovare spazio e farsi rispettare. Ci vuole molta energia».

E lei che tipo di regista è?
«Sono una regista che ha molto il senso della storia in cui cerca di entrare, orchestrando la scena. E poi ho un'attenzione sublime verso gli attori. Soprattutto quando sul set hai otto 18enni , come è successo nell'ultimo film, un'esperienza incredibile! è meraviglioso il mondo dei ragazzi dai 16 ai 19 anni, è l'età delle prime volte, dello stupore...».

A questo suo atteggiamento verso la vita, si aggiunge anche un profondo senso di religiosità.
«Sì, un senso di religiosità con la vita. Sento di dover dire grazie, ogni giorno, per ciò che ricevo. Un senso religioso che mi nasce da una forte fede. Non saprei vivere come chi pensa di essere l'unico detentore della propria esistenza. Io sento di essere nelle mani di Qualcuno, mi rimetto al giudizio di Dio ed accetto il Suo volere».


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