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Il senso del viaggio di Dante qual è?

Una possibile lettura del viaggio compiuto da Dante Alighieri nella Divina Commedia

Mer 26 Apr 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità

«Sì, ma il senso del viaggio di Dante, qual è?». Vinsi la mia timidezza e il timore che incuteva il professore e mi forzai a fare la domanda che da mesi ronzava nella mia testa sedicenne. 
Il senso del viaggio di un uomo che è ancora capace, settecento anni dopo la sua morte, di arrivare con questa potenza al cuore di un giovane del 2000 con le sue parole, mi interessava e volevo saperne di più, perché anche se non capivo molto, una cosa mi arrivava fortissima di questo trentacinquenne fiorentino di settecento anni fa:  si era speso, completamente, in ogni parola. Questo lo sentivo.  
Il vecchio e altero professore mosse gli occhi calmo dal suo leggio di legno verso di me, sorpreso di ricevere una domanda di quel tipo. 
Rispose con un’altra domanda: «Secondo lei – mi chiese – Dante cosa ha smarrito?» e io risposi: «Beh, lo dice lui, la diritta via». Il vecchio religioso marianista continuò: «Sì, ma per lei, che cos’è la retta via che Dante ha smarrito?».
Mi scattò subito - non poteva essere altrimenti - la sindrome da interrogazione, per cui la mia testa da sedicenne interrogato cominciò a tirar fuori tutto ciò che aveva accumulato per fare vedere di essere preparato sulla lezione. «Dante – dissi – ragionando in un orizzonte cristiano medievale ha smarrito la via della santità nel peccato ed ora deve compiere un viaggio per ritrovare le virtù cristiane di fede, speranza e carità».
Il vecchio professore rise, chiuse il leggio di legno e scese dalla cattedra, incamminandosi verso la sala da mensa. Mentre lo seguivo con gli occhi, tentando di dimostrargli che, tutto sommato, era ingiusto bocciarmi, lui mi interruppe e disse: «Provi a essere un pochino meno bravo e un po’ più profondo. Vede, Dante ci metterà cento canti per arrivare nel volto di Dio. Affiderà il suo sguardo alla luce divina riflessa dagli occhi della donna che amava e che vide morire poco più che ventenne, che lo porteranno a poter fissare quelli “diletti e venerati” di Maria, la donna per cui Dio perse la testa e il cuore, che con dolcezza gli accompagneranno lo sguardo dentro il volto di Dio, come una carezza di vento e luce. E lei lo sa – disse, arrestando i suoi passi lenti lungo il corridoio –, lo sa cosa ci vede Dante nel volto di Dio?».
Quando gli dissi di no, lui mi rispose che Dante aveva attraversato l’Inferno e scalato il Purgatorio, per dirmi e dirci che nel volto di Dio c’è un volto umano. 
Ed era questo che Dante aveva smarrito: aveva smarrito la strada che gli indicava l’immagine di una vita che, più interiore del suo intimo e più alta di ogni sua vetta, voleva realizzarsi e rendersi reale attraverso di lui. Aveva cioè smarrito il suo destino. 
Questo era il senso, il professore mi spiegò, della selva oscura. 
La selva oscura è lo smarrimento, il vuoto di senso che non lascia giammai persona viva, perché ti fa sentire una fragile inutilità sbattuta nel vento di un mondo senza direzioni. Libero quanto vuoi, ma sempre fragile e solo. 
«Lei non ha mai sentito l’urgenza di dover dare una svolta – mi chiedeva il vecchio professore –, accompagnata dalla sensazione di aspettare un momento che però non arriva mai, come se la vita scivolasse tra le sue dita sotto il suo sguardo inerme?». 
Questa urgenza era quella che sentì Dante, mi spiegò il professore, appena uscito dalla sua selva oscura. 
Dante avrebbe voluto salire immediatamente sul colle baciato dal sole, compiere direttamente il suo destino, ma un destino va trovato prima di poter essere compiuto. 
«Lei nel suo tema è stato molto superficiale – mi disse il professore – nel dire che le tre bestie che bloccano la strada a Dante verso il colle sono i tre peccati di lussuria, superbia ed avarizia. Questa è un’interpretazione fiacca e sfibrata, in decomposizione, alla quale non crede più nessuno, fortunatamente, e a cui non crede neanche lei».
Certo che le tre bestie erano il peccato, ma il professore mi disse che bisognava capirsi su cosa significava la parola peccato. 
Mi disse che quando si trovarono a dover raccontare la storia di quell’oscuro falegname di Nazareth, che aveva fatto tremare le gambe delle autorità religiose e politiche del suo tempo, le persone che ce la raccontarono scelsero, per indicare quell’idea, una parola greca potentissima, che era “Amartia”.
“Amartia” veniva da un verbo, “Amartano”, che significa “fallire il bersaglio, mancare lo scopo”. 
Paolo e i primi scrittori cristiani intendevano con “Amartia” qualcosa che andava contro lo scopo che una persona sentiva di avere. Non pensavano alla lotta all’Amartia come ad una mortificazione dell’uomo, ma come il suo esatto opposto: non “peccare” significava vivere e Dante questo lo sapeva bene. 
Le tre bestie che gli sbarrano la strada non lo bloccano sul cammino verso una triste e grigia ascesi religiosa, piuttosto respingono la sua vita appena scampata all’abisso nella disperazione e nel vuoto, là dove il sole tace.
“Tal mi fece - afferma Dante - la bestia senza pace”. 
«Dante – continuava il professore – non ha bisogno di un religioso per confessarsi, ha bisogno di un poeta, Virgilio, che ha saputo trovare parole talmente potenti da scavargli dentro e toccargli le corde più profonde dell’essere, che per questo gli è amico e che lo condurrà in un viaggio dove non gli servirà a niente giudicare le anime dei dannati, ma dovrà partecipare al loro dolore eterno per decifrarsi l’Inferno che lui stesso porta dentro, perché le lacrime degli angeli si trovano sulle ferite dei dannati».
Per loro, infatti, disse il professore, tali lacrime sono state versate ed è per questo che, come rugiada, sulle loro piaghe sono cadute. 
Non si troverà mai Paradiso che non poggi i suoi bastioni nel guardarsi l’inferno che c’è in sé. 
Mi sarei portato per sempre con me quel modo di leggere Dante. 
Non si trattava di un viaggio per conformarsi ad un modello, pio o dannato, esterno all’uomo, si trattava di andare a vedersi gli inferni per partorire, vivendo, gli eterni, i passi di danza di una stella solo nostra da fare nascere, che si trattava di trovare e rendere viva. 
Questo era il senso, o almeno uno dei sensi, di quel viaggio mozzafiato compiuto nella settimana santa del 1300 da Dante. 

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