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La forza della montagna

Quella che le nuove generazioni sempre meno conoscono

Lun 01 Set 2008 | di Roberta Cappelli | Bella Italia
Foto di 29

Mi piacerebbe parlare della montagna. Raccontare  la vita che racchiude. Rendere tangibili le emozioni che nasconde e che svela solo a chi è disposto ad impegnarsi per trovarle. Sembra anacronistico e fuori moda parlare di montagna quando nei sogni e nelle aspettative dei più troneggia il mito dell’isola deserta o tropicale, dove credere di andare a riposarsi nell’ozio, distesi su una spiaggia, immobili sotto il sole, viziati da qualche fresca bevanda e da strutture troppo lontane dalla realtà del luogo. Mi viene da sorridere! E in parte da preoccuparmi, per le nuove generazioni che sempre meno conoscono la forza della montagna. A volte mi chiedo perché a me piaccia così tanto. Da bambina ci andavo con mio padre, che in montagna c’è nato. In quelle assolate giornate d’agosto, dalla temperatura che rispettava ancora i ritmi delle stagioni e riconosceva il variare delle quote, lui ci portava a passeggiare sui suoi monti, inventando ogni volta storie e giochi diversi per noi, rivelandoci i segreti della montagna e insegnandoci a costruire con le nostre mani il bastone a cui appoggiarsi lungo il cammino, modellando con un temperino rami di un albero il cui colore e le cui fattezze sono rimasti per sempre scolpiti nella mia memoria. Da allora i monti, per me, sono stati quelli di Castelluccio: morbidi, arrotondati, vellutati, e con pochi e circoscritti boschi a movimentarne il profilo, sul quale svettava sua maestà il Vettore, una delle cime più alte dell’Appennino dopo il Gran Sasso.  Su quei monti ho imparato a camminare e a giocare, ho iniziato a correre e a sciare, mi sono fermata a raccogliere funghi e a riempire cestini di fragoline di bosco.
Tra quei monti ho sognato di mettere le ali e attraversarli con un deltaplano, ma poi mi sono dovuta accontentare di solcarli con quattro ruote, nelle mie prime esperienze al volante di un’automobile: che mi ha portato altrove. Ho cominciato a scoprire che le montagne non erano solo lì. Ho sciato sulle vette più alte delle Alpi e delle Dolomiti e sperimentato come anche d’estate e senza neve quelle cime sapessero dare forti emozioni. Anche se i miei monti sono sempre rimasti altri che, nel confronto, avevano sempre quel qualcosa in più che né il Cervino, né la Marmolada avrebbero mai avuto: un pezzo della mia vita! Mi sono sempre emozionata quando, giungendo da Norcia, dopo tutte quelle curve che mettevano in seria difficoltà il mio stomaco, si arrivava al valico e…, come per magia, appariva ai miei occhi lo spettacolo festoso del mio paesino, immerso in una distesa infinita di morbida erba o di candida neve, coronata da alti monti! Ed è un’emozione che non è mai più andata via. Ancora oggi, nelle rare volte in cui torno a varcare quel passo, il mio cuore sussulta, si ferma per un attimo, ritrova le forze antiche… e poi ricomincia a pulsare, mai stanco di rivivere l’incanto. A lungo, però, nonostante quelle che ho nei geni, le montagne vere sono state quelle su cui i miei sci riuscivano a divertirsi insieme a me. La neve, in montagna, è un’esperienza sublime. Da quando misi gli sci per la prima volta, una cosa su tutte mi diede la sensazione di essere viva: il rumore della neve al mio passaggio. Erano momenti di grande intimità quelli passati ad ascoltare la voce della neve scorrere sotto di me, mentre lo skilift mi conduceva sicuro verso la cima. E custodisco altrettanto gelosamente l’emozione che il venir giù da ogni pendio mi ha regalato, dandomi la certezza di appartenere in qualche modo ai superbi spettacoli che solo un Dio pieno d’Amore per le sue creature poteva inventare! La montagna non è facile, non si lascia prendere distrattamente, pretende una partecipazione a se stessi e alla vita che mette in crisi anche le leggi della fisica. Non importa quanto sia distante la vetta o quanto lunga la discesa: la montagna è un cammino, un viaggio. Il viaggio.
E così, quando credevo di sapere tutto della montagna, scopro di non conoscerla affatto. Di averne dei ricordi. Forti quanto i racconti di mia nonna che sulle montagne c’è vissuta e che vorrei poter sentire ancora rievocare di quando portava le caprette a pascolare “sotto lo scoglio del Vettore”. Ma non di aver iniziato a scalarla. Di essermi fatta un’idea dell’energia che sprigiona e della carica che ti trasmette quando la avvicini; ma troppo vaga per poter credere di averla toccata davvero. Di averla idealizzata, non facendo segreto della mia predilezione nei suoi confronti; ma di non essermici mai “sporcata” veramente le mani. Un’intuizione, insomma. La conquista è un’altra cosa. Così ho ricominciato tutto da capo. O da dove ero rimasta. Ed ho trovato un mondo insospettato ad attendermi. L’orizzonte si è allargato a dismisura, nuove vette mi sono venute incontro, altre ne ho disperatamente cercate, alcune le ho raggiunte. Non ero mai stata su un ghiacciaio. Il solo pensiero mi riportava alle origini. La mia immaginazione scorgeva file di mammouth fermati nella serena inconsapevolezza del loro destino.
Il Monte Bianco ha un fascino molto speciale. E racchiude al suo interno un paradiso solo per pochi: quei pochi che hanno la forza di andarlo ad incontrare! Ci sono voluti 3 viaggi in un anno per riuscire a trovare il tempo favorevole e le condizioni di innevamento giuste, ma la perseveranza è stata ampliamente ripagata. La traversata della Mer de Glace, la cosiddetta Vallée Blanche, è un’emozione difficilmente descrivibile. Bisogna arrivare lì, ai  3462 metri di Punta Helbronner, per sentire la profondità del silenzio che ti avvolge quando l’ultima ovovia deposita te, i tuoi sci e la tua incredulità nel regno della neve perenne; bisogna agganciare gli attacchi e calpestare quel ghiaccio timidamente, come non l’avessi mai fatto prima, per  provare lo stupore che si impadronisce dei tuoi sensi, restituendoti istanti di spensierata fanciullezza, che credevi perduta tra le nevi; bisogna iniziare la discesa, per percepire un nemmeno troppo sottile timore e un necessario rispetto per una montagna che pretende di essere conosciuta, prima di aprirti il suo cuore! Bisogna immergersi nel fuoripista, che ti cattura, lasciandoti senza fiato e col naso all’in su, verso i “giganti” che ti circondano insieme al Dente di uno di loro: ed ogni altra, terrena preoccupazione svanisce. Sei in mezzo all’assoluto. Sola con i tuoi sci, dimentichi delle tante piste nere, ad evitare crepacci e seracchi celati da una neve di un bianco troppo intenso, per ritrovarlo nella tua scala dei colori. Il celeste del cielo si dona alla trasparenza del ghiaccio e un brivido corre su per la schiena: è un soffio di eternità che ti sfiora …
Ma anche l’Appennino ha i suoi giganti.
Non me ne ero mai resa conto. Da quando ho cominciato a cercare le montagne nel raggio di 100-200 km dalla capitale, mi si è aperta una finestra su un universo che non credevo potesse vivere così tanto vicino a me! E lentamente ho iniziato a comprendere la montagna.
Il Velino non ha nulla da invidiare alle tanto blasonate Alpi. E ne ho un ricordo così forte che ancora mi vengono i brividi a pensarci. E dire che era fine luglio e faceva caldissimo. Non era certo il primo trekking impegnativo che facevo. Di cime ne avevo viste più di qualcuna. Ma quel tragitto ce l’ho indelebilmente impresso nella memoria. Ricordo il sole, costante sopra di me per tutte le 9 ore di cammino. I sassi, mirabilmente distribuiti su un buon 70 % del percorso. Piccole verdi vallate, come illusioni tra le 3 creste che ho dovuto attraversare per arrivare alla méta. E la fatica, che stava per fermarmi a 15 minuti dalla vetta, di fronte ad una ripida parete lastricata di grazioso brecciolino…
Ma in montagna, o ci sei, o no! La montagna è esigente, non esistono le mezze misure, le tue forze sono richieste completamente, e continuamente, senza esitazione. Non c’è spazio per gli indecisi.
Il Velino è stata per me una grossa lezione. Di vita. Non era certo così tanto importante raggiungere la cima e scrivere un pensiero sul libro sapientemente custodito sotto la croce, a conferma di essere passati di lì, quel giorno! La montagna ti insegna a non mollare, a non farti scoraggiare dalle insidie del percorso, ad affrontare le difficoltà e superarle, a non dipendere da nessuna persona e da nessun aiuto, a prenderti il tempo che ti serve (ma neanche troppo) per ritrovare le tue forze e non voltarti indietro, a sentire la potenza del Creatore in una natura a volte estrema eppur sempre maestosa ed imponente, che ha il potere di riportarti alla tua anima e farti ritornare bambina. Sarò sincera: stremata e terrorizzata, una volta sulla cima, al solo pensiero del ritorno, ho ripetuto per tutta la discesa, a me stessa e agli altri, che mai e poi mai sarei più tornata su quella montagna spietata.
… Ora con la bella stagione torno a dirigere lì i mie passi! Ma i giganti non conoscono confini. Non avevo mai associato la montagna all’Africa (l’altra mia passione!).
Dall’alto dei suoi 3002 metri, il Mulanje svetta sull’Africa centrale. I colori che la montagna già esalta di suo, in Africa sono amplificati dalla profondità del territorio, dalla nitidezza dell’aria, dalla naturalezza delle persone che ci vivono. Tralasciando i fiabeschi panorami ai piedi del massiccio, su cui le luci del crepuscolo inducono l’occhio a scorgere cascate laddove un ruscello fa un balzo di pochi centimetri, la salita ha il fascino particolare di una regione aspra e selvaggia, in cui i locali che ti aiutano nel trasporto dei viveri lo fanno arrampicando velocemente a piedi nudi, laddove tu vacilli con i tuoi scarponi tecnici… Conquistata la cima! A questa quota regna, quasi indisturbata, la pace. Alcuni uccellacci neri dal collo bianco, che non si sa se essere grossi corvi o avvoltoi, infrangono con i loro versi il muro del silenzio. Trovato lo spartano ma accogliente hut che ti darà riparo nella notte, puoi concederti quegli attimi di intima meditazione che completano l’impresa, sederti su un sasso all’imbocco di un sentiero e magari scrivere qualcosa…
“Da qui si vede il mondo! Svettano delle cime che sembrano ombre sottili, quasi trasparenti, sotto i raggi di un sole presente, ma nascosto da nuvole grigie. In fondo, in primo piano, un promontorio, al di là del quale immagino esserci il nulla, o un salto infinito. … Alle 5 in punto l’uomo del villaggio dice che ci porterà a vedere il tramonto. Io so, che è dietro quel promontorio. C’è silenzio. Interrotto solo dal verso dei corvi e dalle voci di qualche locale stanziato da queste parti. Si sente anche qualche cinguettio. È davvero incredibile la natura cosa riesca a fare! E dietro tutto questo c’è Dio, è questo che mi dà speranza! Il sole sta facendo capolino tra le nubi: si prepara al tramonto. È ora di andare!”.
Queste sono solo alcune piccole storie, di montagna. Solo pochi attimi di vita, ricevuti dalla montagna. Solo talune emozioni, nate dall’ostinata ricerca della montagna. Uno spunto, insomma, un suggerimento. L’esperienza della montagna sembra difficile, perché ci mette in discussione. Perché ci richiede forze e partecipazione. Perché ci richiama a riscoprire qualcosa di noi che all’inizio c’era, ma che abbiamo perduto col tempo. Perché ci mette faccia a faccia con Dio e con la nostra anima.
Ma anche noi diventiamo “giganti”, quando non ci facciamo spaventare dal cammino. E vi assicuro: ne vale la pena!


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