acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Peter Fonda: grande speranza per un mondo migliore

Ha scritto e interpretato “Easy Rider”, un film che cambiò la storia. Non solo del cinema. e non si è ancora stancato

Ven 07 Ago 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 4

Il cinema è un affare di famiglia. Con autoironia e gusto della provocazione, a 69 anni, Peter Fonda non ha perso un briciolo della sua energia, della sua voglia di cambiare il mondo, di scuotere animi, coscienze. Suo padre era l’inossidabile e monumentale Henry Fonda, uomo e attore ammirato in tutto il mondo, sua sorella è la mitica Jane, amazzone del pacifismo e grande attrice. Un amore familiare contrastato da caratteri e passioni diverse, ma unito da un affetto inossidabile, dalla stima reciproca, dal talento. Peter Fonda ci ha regalato “Easy Rider”, il film che aprì la splendida epoca della New Hollywood (arriveranno poi Scorsese, Coppola, Demme, Cimino e molti altri) e che presentò la generazione del ’68 in tutta la sua potenza e fragilità. L’ultimo Busto Arsizio Film Festival gli ha dedicato una retrospettiva e un premio alla carriera e noi lo abbiamo incontrato a Milano, ancora pieno di quella rabbia che contraddistingueva anche il suo “Capitan America”. Intelligente, profondo, sferzante, ci ha regalato aneddoti e verità nascoste. Una lezione di cinema e di vita.

Peter Fonda e “Easy Rider”, un binomio inscindibile. Ne è felice? Ci racconti come nacque Easy Rider?
«Lo scrissi la notte del 27 settembre del 1967, tra l’1.30 e le 4.30, partendo dal finale. Volevamo scuotere la gabbia che ci imprigionava, dare fastidio ai politici ma anche ai nostri genitori, perché allora la protesta contro il Vietnam, quella folle guerra, era anche una lotta generazionale. E quel film rimane attuale ancora oggi: vi risulta che l’enorme e ingiusto divario tra ricchi e poveri, l’intolleranza e il razzismo siano spariti? Non combattiamo, forse, in questi anni, guerre altrettanto stupide?».

Non fa una grinza. Il motivo qual è? Avidità, fanatismo, mancanza di valori?
«Tutto, viviamo in un mondo in cui abbiamo rovinato anche le cose più belle, sistemi di valori importanti ora sono i nostri peggiori nemici. La falsa religione si è risvegliata e ha mostrato un volto orribile. È risorta dalle ceneri e sta prendendo il sopravvento: gli americani non fanno che dire quanto siano terribili l’Islam, le bombe, gli attentatori kamikaze; i musulmani rispondono che “i cristiani sono cattivi, ci uccidono, vogliono il petrolio, non ci lasciano vivere il nostro credo».

Perché ora non c’è una generazione come la vostra? Perché non ci si ribella più?
«Forse ci sono giovani come eravamo noi allora, ma sono molto più soli, isolati. Dalla televisione che riempie le nostre vite con il vuoto, dal sistema politico ed economico che si è fatto più subdolo e furbo. Noi guardavamo dentro noi stessi: in “Easy Rider” nulla era esplicito, era una vicenda individuale, ma c’era tutto. Guardavamo dentro di noi e vedevamo la povertà, ma anche l’opulenza e i pregiudizi dei più ricchi, di una società che voleva essere benestante ma non migliore. Razzismo, miseria, intolleranza, persino in uno splendido paese come la vostra Italia dominano, e sembra una spirale che non vuole fermarsi. Che fine abbia fatto il fermento di allora è una domanda che mi ossessiona, questo mondo è ancora più ingiusto di quello di allora».

Quello che disegna è un quadro senza speranze. Neanche Obama può cambiare qualcosa?

«Lui è l’ultima speranza. Quello che possiamo fare ora è aiutare il presidente, provare a cavalcare la speranza che ci ha regalato e che ci ha dimostrato che l’America è ancora un grande paese quando vuole, trovare in noi stessi il modo per portare avanti la sua battaglia: lui è da solo e ha di fronte un congresso inondato dai milioni delle lobbies, temo per la sua vita, si sta prendendo enormi rischi».

Agire e prendersi le proprie responsabilità. Una lezione che lei ha imparato da suo padre?
«Mio padre Henry non parlava mai, ma ha insegnato tutto a me e Jane, con il suo esempio. Quando il suo paese ha avuto bisogno di lui, ha rischiato la vita. Non approvo la guerra, ma lui ha lasciato una vita bella e comoda, perché lo riteneva giusto. E anche in famiglia, pur con tutti i suoi difetti, le difficoltà generazionali e di comunicazione, ci ha insegnato valori come l’onestà, la sincerità, l’impegno civile, la giustizia. Il male e il bene spesso nascono in famiglia».

Non si è ancora stancato? Non le va di andare in pensione?
«Non ci penso neanche, sto lavorando a un bel progetto, un documentario. Si chiama “Cercando l’America”, costerebbe poco, come “Easy Rider”, ma ne voglio il controllo assoluto, nessuna censura. Ecco perché è così difficile farlo. E poi vorrei occuparmi di pirati. Non quelli dei Caraibi, ma quelli della Somalia. Bastano 100.000 dollari. E nel mio pc di progetti ce ne sono molti altri, io, come i miei personaggi di “Easy Rider”, non voglio la pensione. Devi poter decidere della tua vita, soprattutto se la ami e la rispetti come me».    


Condividi su:
Galleria Immagini