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Fanny Ardant: Un futuro pieno di speranze

Appassionata e raffinata, dopo decenni da attrice, arriva alla sua prima regia. Potente e difficile

Ven 07 Ago 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Sarà quell’italiano un po’ francese e un po’ sospirato, quel modo elegante ed essenziale di muoversi, il modo di parlare che rende interessante anche la cosa più banale. Sarà, infine, che come tutte le grandi attrici ha in sé la più nobile delle arti, la seduzione emotiva ed intellettuale. Sarà per questo e per la magia che circonda tutte le grandi dive e le signore del cinema, che Fanny Ardant rappresenta un incontro speciale. E, forse, siamo entrambi spinti dalla location a scambiarci una bella intervista: sotto di noi c’è Taormina, le sue acque terse e in lontananza l’Etna, solo leggermente oscurato da qualche nube. Difficile non aprirsi, reciprocamente, in un bel confronto. Il pretesto è interessante, l’ultimo Taormina Film Fest l’ha invitata per un duplice ottimo motivo: la Francia è l’ospite d’onore della rassegna e lei, per onorarla, ha portato il suo primo film da regista (che ha avuto l’onore di chiudere l’ultimo Festival di Cannes) “Cendres et sang”. Un gran bel film - speriamo di vederlo in Italia -, dove mette molto di sé in una storia lontana, geograficamente e non solo. «Forse mi sono sbagliata, ma avevo un gran desiderio di tirar fuori, da me e dagli spettatori, molte cose. Forse troppe, ma ne è valsa la pena rischiare, no?».


Da Gassman a Truffaut, più di trent’anni di grande cinema.
«E la cosa bella è che uno splendido passato, con persone come quelle che hai citato - e ce ne sono tante altre - e che ti hanno insegnato tanto, se non tutto, non preclude un bellissimo presente e un futuro pieno di speranze. Ancora adesso amo stupirmi, entusiasmarmi, sfidarmi. Sentire il primo ciak ed emozionarmi nel profondo».

Una storia lontana da lei, per la sua prima regia. Ma nella protagonista c’è molto di lei.
«Non ho raccontato la mia storia, ma attraverso questa donna, interpretata da Ronit Elkabetz, ho detto molto di me. Ho anche pensato a interpretarla io, ma a dir la verità volevo fare tutti i miei personaggi! D’altronde credo che proprio attraverso una storia a te straniera riesci a scoprirti meglio. Questa donna allegra e tragica, forte e sensibile mi è vicina, lo ammetto, anche nel suo essere libera e nel non abbassare mai la testa, nel suo essere istintiva senza essere necessariamente una pasionaria».

Libera e indipendente. Un film femminista, ma lei rifiuta questa definizione.
«Gli uomini e le donne per me sono uguali, odio le generalizzazioni, ognuno combatte la propria lotta individuale, non sono così presuntuosa da pensare di educare le altre. Nella mia generazione sembrava che una donna dovesse per forza lavorare e io mi chiedevo perché: libertà è anche rimanere a casa con i figli, se si vuole e si può. Nel mio film ho voluto usare le donne come archetipi e gli uomini come personaggi più contraddittori e complessi, rendendo loro giustizia, perché negli ultimi anni mi è sembrato siano stati “maltrattati” dalla narrazione visiva e non. Forse non sono femminista perché sono cresciuta in una famiglia tutta maschile, con un nonno, un padre, fratelli, cugini e compagni straordinari».

Perché raccontare una faida così primitiva?
«Perché si racconta spesso di vendetta e violenza, dimenticandosi che il perdono è più importante della giustizia. E non parlo del perdono cattolico, ma di qualcosa di ancora più profondo, la mia ispirazione è stata la tragedia greca, lo Shakespeare di “Romeo e Giulietta”, tutti quei racconti in cui esiste il peso del passato, della società, delle tradizioni. E in cui è il sangue a redimere e risolvere. La religione non c’entra nulla».

Quello che dice è molto politico. Se alle persone, nel suo discorso, si sostituiscono le potenze mondiali, ecco scritta la storia moderna.

«Proprio così, è una metafora del mondo attuale, in cui si versa sangue innocente per interrompere il circuito malefico della violenza e dei conflitti, destinati invece a replicarsi. Il guaio è che non esiste memoria e che pessimisticamente ammetto che sono convinta che queste soluzioni sono sempre e solo temporanee. Queste tragedie, proprio come le guerre che si succedono in questi anni, tornano sempre».

Lei dà un’importanza fortissima alla terra.
«Quella che ti nutre. La terra per me è fondamentale. Quella che viene coltivata: è l’unico senso di appartenenza che sento, non mi piace l’idea della patria, del nazionalismo. Amo la terra, infatti, la trovo accogliente persino quando vedo una bara entrarci, ma non ho una patria. Certo, amo Parigi, ma mi sento bene in tutti i posti in cui sono stata felice, o che ho imparato ad apprezzare».

Dopo questa esperienza da regista, si è pentita di qualche suo sfogo sui set precedenti?
«Non mi sono pentita di nulla, io sono sempre stata molto disponibile con i registi, mi sono sempre buttata nelle sfide che mi offrivano, persino nei loro capricci, per poter vivere il privilegio di questo lavoro. Ho capito, però, che per quanto tu possa scrivere, dirigere, pensare un film, la magia di vederlo realizzato nei visi e nelle voci degli attori è insuperabile. Senza, tutto rimane materiale sterile».

E chi sono i suoi maestri?
«Sergio Leone, l’ho sempre adorato: la scena della stazione in Transilvania è un omaggio a lui. Poi anche molti registi russi». 

E ora?
«Ora ho in cantiere un film con un’esordiente e uno spettacolo teatrale che ho portato da poco in scena a Napoli, “Musical”. Poi, solo se verrà la storia e il desiderio, un secondo film da regista».

Ha sempre detto quello che pensava, fatto quello che voleva. L’ha pagato?
«Ho fatto le cose che volevo, con l’età posso valutare a pieno il grande lusso che mi sono concessa, non quello dei soldi o della ricchezza, ma della libertà. Che certo paghi a caro prezzo, ma non è un sacrificio».


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