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Ralph Fiennes: Shakespeare la mia ossessione

un volto diventato icona con "Schindler's list", il "Paziente inglese" e "Strange Days"

Ven 07 Ago 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 4

Ralph Fiennes ha un viso cult. Una di quelle fisionomie fatte apposta per diventare icona, per raccontare un’epoca e colpire il pubblico. Forse per questo la critica a volte l’ha maltrattato: quel viso tagliato col cesello e quegli occhi penetranti gli davano un vantaggio in più. Tanto teatro - Shakespeare soprattutto, una sua dolce ossessione - e ottimo cinema, fin da quel 1992 in cui il suo Heathcliff, in “Cime tempestose”, scosse persino Juliette Binoche. E ultimamente al cinema e ora in dvd ce lo possiamo godere nella intensa parte di “The Reader”, film “diverso” sul nazismo tratto dal bestseller bello e disorientante di Bernard Schlink. Attore solido e talentuoso, è uomo dall’umorismo piacevole e di un’arguzia d’altri tempi, ora è in sala con l’ultimo Harry Potter, nei panni di Lord Voldemort. “Troppo cattivo anche per me!”. Parla piano e a bassa voce, quasi dimesso. Ma alla fine della nostra chiacchierata berlinese, magica, m’ha conquistato.



“The Reader” è un film che ha sollevato molte polemiche, per le tematiche afforntate e per come si sviluppa la storia. Il nazismo è ancora una ferita aperta?
«Sì, e credo che il libro sia controverso e per questo divida le persone. Penso che i produttori, Steven Daldry (il regista) ed io abbiamo cercato di evitare l’effetto identificazione, perché queste opere non sono stato scritte e dirette per questo, ma per far nascere un dibattito. Se condanni soltanto, forse non stai capendo, e se cerchi soltanto di capire, forse non stai condannando abbastanza. E credo che proprio da questo sorga la riflessione necessaria alla società e agli uomini».

Qualcuno, come fece per il suo comandante di lager per Spielberg, ha parlato di analfabetismo morale e storico.
«Anche se si parla molto della colpa della Germania o di quella generazione, credo che lo spettro sia più ampio di così. Il mondo non si è mosso molto dopo la Seconda Guerra mondiale: ci sono ancora atrocità e atti di genocidio ovunque. Il punto è che proprio per quello che successe allora è ancora più pazzesco vedere che esistano la Cecenia o il Kosovo e che alcune nazioni provino a sterminare altri popoli. Credo faccia parte della natura umana, del suo dna. L’Olocausto è una ferita universale, non riconducibile solo a un dittatore o a un popolo».

Il passato ritorna, magari sotto altre spoglie. Ed è forse, sempre, un peso eccessivo?
«Prendi Hannah, proprio la protagonista di “The Reader”: lei si ritrova in un cul de sac, nella sua testa, non è in grado di confrontarsi con se stessa e con il suo passato e lui non capisce come e se fare giustizia. E anche per me, al secondo film sul nazismo - anche se quest’opera non parla solo di Olocausto, è qualcosa di più, un viaggio sentimentale ed etico di un uomo - non è facile. Ma non ne ho avuto paura, il mio Michael Berg, un po’ Edipo ma soprattutto Amleto, pone e si pone domande morali. Ho studiato molte fonti riguardanti la Shoah e la guerra, e credo siano tematiche che devono essere sempre presenti sui banchi di scuola, non andrebbero mai dimenticate. Tutto il tema del genocidio deve essere rivisitato per andare oltre, capire perché e non solo come. Io ho letto molto, per esempio, Gitta Sereni, una scrittrice ungherese che vive in Gran Bretagna, una donna che ha cercato di capire attraverso dei dialoghi con uno dei comandanti di Treblinka al tempo della guerra tutto quell’orrore. Lo ha interrogato fino allo sfinimento. L’ex comandante è morto di un attacco cardiaco praticamente un giorno dopo la fine dell’intervista».

“Schindler’s List” la costrinse a interpretare un cattivo insopportabile. Il suo ruolo più difficile?
«Forse, fu un ruolo disturbante, che mi dava angosce profonde. Per me non era solo un nazista tedesco, ma un cattivo che so esistere in tutti i luoghi e in tutte le epoche. Quando fai questi ruoli amorali, non prendi da te, ma fai entrare qualcosa di brutto in te, per recitare al meglio. Doloroso, ma anche motivante, ti metti alla prova personalmente e professionalmente».

Bel salto dopo il boss isterico e tragicamente buffo di “In Bruges”.
«Ogni film ha una sua sceneggiatura, un suo regista, un suo fascino che mi spinge a farlo. “In Bruges” aveva una sceneggiatura molto divertente, scritta in maniera originale, intelligente. Io riesco al lavorare solo così, scegliendo di fare un film perché sento di doverlo fare, perché è acuto o perché è un nuovo personaggio, diverso dagli altri. Allora sono disposto anche a sacrificarmi: “The Reader” ha avuto un set lungo 9 mesi. Al posto di Kate Winslet doveva esserci Nicole Kidman, che prima ha dovuto fare un film in Australia, poi è rimasta incinta. Scelta Kate, abbiamo scoperto che David Cross, per le scene di sesso, doveva prima compiere 18 anni. E io ero su due set nel frattempo!».

Lei crede che le persone possano cambiare?
«Credo che alcune persone cambino e che alcune persone provino a cambiare, ma ci sono anche persone che non provano mai a cambiare. E trovo che sia un delitto: abbiamo una sola esistenza».

Perché secondo lei fanno scalpore, al cinema e nella realtà, relazioni fra una donna matura e un ragazzo molto più giovane di lei? Come mai è un taboo, mentre il contrario no?
«Per me non lo è. Ho perso la mia verginità a 14 anni con una donna “matura” ed è stato molto bello. E ho vissuto a lungo una splendida storia d’amore con una compagna più grande».

E se le dicessi che recitare per voi attori è come fare sesso? Liberarsi, disciplinarsi, aprirsi…
«Potresti avere ragione. Credo che recitare riguardi l’apertura e il presente, l’istinto. Una volta ho sentito un attore dire che la recitazione è sicuramente un’attività mentale, per me è esattamente il contrario. Una delle migliori performance di attori che abbia mai visto è l’interpretazione di Kristin Scott Thomas in “Ti amerò per sempre”: è trasparente, è semplicemente qualcosa che viene da dentro ed esce fuori nella maniera più naturale».

Leggere è crescere, lo dice il film. Imparare è emanciparsi. è così anche per lei?
«L’analfabetismo di Hannah dimostra che ogni volta che qualcuno legge una storia, il suo mondo emotivo e psicologico si apre e scopre nuove cose, abbatte barriere, la gabbia naturale all’interno della quale si trova solitamente. Credo che sia così per tutti, è la magia delle parole».

E ora, in quali ruoli vorrebbe cimentarsi?
«Lo ammetto, Shakespeare è un po’ la mia ossessione, ci sono molti personaggi suoi che vorrei interpretare: Macbeth, Iago, Riccardo III, Prospero. E Coriolano: finalmente il prossimo anno riuscirò a realizzare il sogno di dirigerlo e interpretarlo. Il set si svolgerà in Serbia».

Meglio i bravi o i cattivi ragazzi?
«Da interpretare al cinema i cattivi ragazzi, nelle grandi sceneggiature o nelle grandi pièces: hanno una psiche molto travagliata e divisa, contraddittoria, quindi sono avvincenti, ma il cattivo semplice, univoco è noioso e anche difficile da interpretare. La psiche umana è piena di incoerenze e queste sono le più affascinanti. Quando un cattivo fa qualcosa di buono, per esempio, è ancora più interessante. Sono difficili anche i buoni con grandi ambizioni, come quelli che aspirano al massimo grado di integrità e alla decenza».   


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