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Né più stessa spiaggia, né più stesso mare

Il Mediterraneo è sotto stress da sfruttamento. Cosa fare prima che sia troppo tardi

Ven 07 Ago 2009 | di Francesco Buda | Ambiente
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Il Mediterraneo rappresenta solo l'1% dei mari ma ospita il 9% degli organismi marini conosciuti e tra il 5 e il 15% della biodiversità marina nota.
Un tesoro naturale che ci sta presentando il conto di un secolo e “rivoluzione industriale”, con mutazioni che prima avvenivano in  milioni di anni. Il Mare Nostrum, come lo chiamavano gli antichi romani, è malato e sempre più fragile. L'aumento della temperatura del pianeta provocato dai gas serra è uno stillicidio che lo rende sempre più caldo e acido, con correnti stravolte, abitato da specie esotiche mai presenti prima, e soffocato da alghe e  mucillagini. Il colpo di grazia dopo anni di edilizia spregiudicata, scarichi fognari illegali, depuratori rotti e carenti, pesca eccessiva e di frodo, insostenibile via vai di navi e petroliere, boom di porti, turismo disordinato, erosione delle coste. Un fuoco incrociato che sta compromettendo equilibri biologici creati in migliaia e migliaia di secoli. Lo documentano i recentisimi rapporti di Greenpeace e Legambiente,  “Un mare d'inferno – Il Mediterraneo e il cambiamento climatico”, “Riserve marine per il Mediterraneo” e “Mare Monstrum 2009”.

Alte temperature
Finora la temperatura media globale è cresciuta di quasi un grado (0,8° C) rispetto alla metà del 1700, quando scoppiò l'era delle fabbriche. E i mari ne risentono. Le acque diventano più calde e acide, il loro livello si alza.
Negli strati più profondi del Mediterraneo, è stato dimostrato un aumento annuo di 0,004 gradi centigradi. Apparentemente insignificante, questa novità può compromettere la vita marina. Sulle coste e in superficie il riscaldamento è più grave: un grado centigrado negli ultimi 30 anni nel Mediterraneo nord-occidentale, cioè a casa nostra.

Invasioni “aliene” in Mar Ligure, Adriatico e Tirreno
Il cambiamento climatico sta provocando migrazioni di creature da sud verso nord. «Stiamo assistendo ad una sorta di “sostituzione” più o meno rapida della fauna e flora marina. Le specie tradizionalmente presenti sono sostituite con altre che tollerano meglio il caldo», affermano da Greenpeace. È il fenomeno delle “specie aliene”. E così piante, pesci, molluschi, persino batteri originari di zone tropicali e subtropicali, mai visti prima nelle acque italiche, ne stanno colonizzando vaste zone. In alcuni casi minacciano le creature indigene e soffocano i nostri fondali. Finora sono state identificate oltre 600 specie di origine esotica, 64 solo dal 2000 ad oggi.

Mare corrosivo
Le acque marine assorbono un quarto della CO2 che immettiamo in atmosfera. Questa anidride carbonica aumenta l'acidità delle acque marine. «L'effetto sui numerosi organismi marini organismi dotati di scheletro o guscio calcareo, è lo stesso di una goccia di succo di limone su un guscio d'uovo», spiega Greenpeace. Diventano così più fragili moltissimi esseri viventi, come coralli e conchiglie. Dall'inizio della Rivoluzione industriale l'acidità degli oceani è aumentata del 30%, un cambiamento 100 volte più rapido di quello riscontrato negli ultimi milioni di anni. 

Troppe navi e petrolio
Circa 2.000 navi circolano ogni momento nel Mediterraneo (300 che trasportano petrolio e altri idrocarburi). Troppe. Cioè circa un terzo dei mercantili del mondo passa di qui, trasportando spessissimo merci pericolose, scaricando sostanze chimiche ed acque di lavaggio delle petroliere. In un bacino che è lo 0,7% della superficie totale degli oceani, transita il 70% del petrolio prodotto nel mondo. Inquinamento con effetti amplificati dal fatto che si tratta di un mare chiuso, che impiega 70 anni per uno scambio completo delle sue acque con l'Atlantico.

Cemento, scarichi e porti

Solo il 69% delle città costiere con oltre 10.000 abitanti hanno qualche impianto di depurazione,  con efficienza “piuttosto bassa ed inadeguata”, afferma l'Agenzia europea per l'Ambiente. Il degrado costiero e marino peggiora con la pressione turistica ed edilizia (abusiva e non), repentina e incontrollata, aumentando i rifiuti, proprio nelle zone più belle. Sulle coste italiane è sotto gli occhi di tutti l'incalzante erosione, favorita dal pullulare di porti: «un giro d'affari che distrugge chilometri di spiagge e le immola alle logiche della cementificazione. Un grimaldello formidabile per derogare e aggirare i piani urbanistici. Soldi che c'entrano poco o nulla con il rilancio del turismo e con il bene delle comunità locali», denuncia Legambiente. In Liguria, ad esempio, sui 349 km di costa, sono progettati 33 porti e 18 altri punti di approdo. Uno studio dell'Unione nazionale cantieri industrie nautiche e affini, calcola che, riqualificando i bacini già esistenti, potrebbero essere ricreati circa 40.000 posti barca senza sacrificare un solo metro di costa.

Piogge, correnti e fiumi stravolti
Cambiano le piogge, le correnti e la portata dei fiumi, e perciò i nutrienti ed altre preziose sostanze che questi portano a mare. Risultato: meno pesce , crisi economiche per i pescatori e minore sicurezza alimentare. Oltre a stragi di molte specie di spugne, coralli e gorgonie. Questo perché l'acqua più calda favorisce alcuni batteri che attaccano la flora e la fauna.

Si può ancora salvare
Per evitare il disastro definitivo, serve senz'altro ridurre di almeno il 40% le emissioni di gas serra entro il 2020, fino a quasi azzerarle entro metà secolo. Quindi favorire le fonti energetiche pulite. Ma è ormai indispensabile istituire una rete di riserve marine, in tutto il bacino del Mediterraneo. Questa la perentoria via indicata da Greenpeace per salvare questo ecosisitema già troppo intaccato ed aumentarne la resistenza ai disturbi e attacchi che ne minano la stabilità. «Al più tardi entro il 2012 – affermano gli ambientalisti – la rete regionale delle riserve marine dev'essere completata». 9 dovrebbero essere istituite intorno all'Italia. Lì flora e fauna e l'intero habitat dovrebbero essere tutelati e posti sotto protezione, per potersi riprodurre e sviluppare in modo armonico. Il principale accordo internazionale per la protezione del Mediterraneo (la Dichiarazione di Almeria) firmato nel gennaio 2008 prescrive l'identificazione di specie ed habitat costieri e marini più sensibili al cambiamento climatico e la creazione di una vasta rete di riserve marine e costiere entro il 2012. Cosa confermata anche a maggio scorso nella Dichiarazione di Manado, adottata dalla Conferenza Mondiale sugli Oceani.Istituire le Riserve e controllarle seriamente, dà ottimi risultati anche per l'economia e l'occupazione: in Corsica nel giro di soli 4 anni le specie ittiche di importanza commerciale sono triplicati, con punte di 70 volte per pesci prelibati come la corvina e la cernia. In Sardegna, nell'area protetta della Maddalena, è cresciuto di un misero 0,2 volte. Colpa della pesca illegale non repressa.

Sos per tutti
Non è un allarme da talebani dell'ecologismo. È una crisi che riguarda tutti. Sono a rischio le risorse ittiche e dunque la nostra alimentazione, l'economia marina, il turismo. Tra Italia, Francia, Spagna, Balcani, nord Africa, passando per la Grecia, la Turchia fino al vicino Oriente, il fitoplancton (la base del nutrimento acquatico), che produce il 50% dell'ossigeno che respiriamo, ha subìto negli ultimi 20 anni un cambiamento generalizzato.
«Il Mare Mediterraneo è la nostra assicurazione contro un futuro imprevedibile, che sarà più caldo, arido e ostile», spiegano gli esperti di Greenpeace. Mentre industriali, uomini d'affari, economisti, governi, consumatori indugiano nel cambiare rotta, a cominciare dalla riduzione di gas serra. 


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