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Il futuro incerto della stampa americana

Una pubblicazione su 10 o chiuderà o si sposterà on line o ridurrà le uscite

Ven 07 Ago 2009 | di Manuela Senatore | New York

Per molti newyorkesi sfogliare un quotidiano fa parte dei riti del mattino come il caffé e la bagel. Ma, fino a quando? Alcuni studi avvertono che entro uno o due anni una pubblicazione su dieci ridurrà le uscite, si sposterà online o chiuderà del tutto.
Le pubblicità come edilizia, motori, annunci di lavoro e prodotti al consumo, che rappresentano l'85% delle entrate di un giornale, sono calate del 25% già prima della crisi (mentre i siti che pubblicano annunci online spesso gratis, come Craigslist, hanno visto crescere i profitti del 23%). Si aggiunga il crollo del valore azionario delle testate o i debiti che molti editori hanno contratto per acquistare altri quotidiani e risulta che il margine di profitto di un giornale in media è passato dal 30 al 10/15%.
È notizia di luglio che Gannett, il maggiore editore del paese con testate come USA Today, taglierà dai 1000 ai 2000 posti di lavoro per compensare il calo di vendite e altre forti perdite. Nella stessa settimana, lo stato di Washington ha messo in atto un taglio fiscale per i giornali locali offrendo loro uno sconto del 40% sulla tassa per le imprese. Il Michigan discuterà un'esenzione analoga, e stati quali Idaho, Mississippi e Colorado hanno già l’esenzione dalle tasse per la vendita. Sussidi indiretti sono riconosciuti altrove come sconti sulle tariffe postali. Secondo alcuni commentatori questi aiuti servono, mentre altri temono che essi possano minacciare l’indipendenza della stampa. In realtà, misure simili salvano lo stipendio annuale di un paio di giornalisti, ma non una testata.
Mesi fa, 24/7 Wall St. pubblicò la lista dei giornali americani in pericolo, usando parametri come perdite finanziarie, stato di salute delle imprese parenti, e livello di competizione sul mercato: 8 su 50 grandi quotidiani rischiano di cessare le pubblicazioni entro un anno. Nella lista appare pure il New York Daily News, uno dei maggiori quotidiani della città. Mesi fa, anche il New York Times ha fatto una mappa della crisi, concludendo che varie metropoli americane si troveranno senza neppure un quotidiano tra 2009 e 2010.

Cambiamenti in redazione
Non mancano gli esempi: dall’inizio dell’anno, il Seattle Post-Intelligencer ha eliminato la versione stampata, lasciando solo quella online; il Boston Globe ha adottato tagli ai salari per rimanere aperto; al San Francisco Chronicle i lavoratori hanno accettato tagli alle vacanze, l'aumento della settimana di lavoro e più flessibilità; da marzo, i due quotidiani di Detroit, The Free Press e The News, consegnano agli abbonati solo tre volte a settimana per risparmiare su stampa e trasporto. Quasi tutti i grandi giornali pubblicano meno pagine eliminando intere sezioni (come la critica di cinema e libri), altri hanno chiuso le sedi all’estero e perfino a Washington. Migliaia di lavori di redazione sono stati persi l’anno scorso e il trend è costante (il Los Angeles Times ha ancora una delle redazioni più cospicue del paese con circa 600 giornalisti, ma dieci anni fa ne aveva il doppio. The Washington Post è passato dai 900 giornalisti di sei anni fa ai 700 attuali).

Come superare la crisi
In reazione ai problemi, i giornali sperimentano alleanze che abbattono i costi e aumentano le entrate, come condividere la distribuzione, la copertura giornalistica o parte dei contenuti, e altre funzioni editoriali; affidare a terzi la preproduzione e le operazioni di stampa; mettere in comune gli spazi per aumentare la pubblicità online; estendere l'offerta di prodotti e nicchie digitali (come applicazioni per il cellulare, newsletter o letture personalizzate).

Notizie On Line
Secondo l'American Society of Newspaper Editors almeno il 40% degli utenti internet visita il sito di un giornale ogni mese. Mentre la circolazione su stampa è calata da 62 a 49 milioni in vent’anni, i lettori online sono aumentati velocemente a quota 75 milioni (dati di gennaio 2009). Ma il dilemma è come riuscire a sostenere una redazione ampia solo con le entrate digitali che sono ben minori di quelle su stampa. Forse i giornali dovranno cominciare a far pagare i lettori per le notizie su internet, seguendo l’esempio del Wall Street Journal. Anche perché gli abbonati cartacei non sono incentivati a rinnovare l’abbonamento se i contenuti del proprio giornale si possono trovare quasi tutti online e gratis.
Molti preannunciano organizzazioni giornalistiche più piccole, forse più deboli e dai contenuti più specialistici. Gli ottimisti osservano che l'esplosione di risorse minori online produrrà altrettanta copertura d'informazione, forse con minore qualità, ma in modo più competitivo e senza il monopolio goduto dai giornali forti. La direzione inesorabile sembra quella verso un giornale digitale in forma significativamente ridotta.

Certo è prematuro parlare di morte dei giornali e le prospettive di lungo periodo rimangono positive. Oltretutto i giornali non sono semplici imprese da profitto, quanto una risorsa indispensabile d'informazione per il pubblico e uno strumento di controllo sugli abusi del governo e degli interessi forti. La perdita dei giornali renderebbe la democrazia più vulnerabile, come attestano le misure di chiusura dei canali informazione da sempre intraprese dai regimi autoritari.


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