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Quanti giornali paghi?

Litigano su tutto, ma per spartirsi i nostri soldi un accordo lo trovano sempre

Mer 08 Apr 2009 | di Roberto Lessio | Media

C’è poco da fare. Anche quest’anno, nel proprio bilancio familiare, tocca metter da parte un po’ di soldi per pagare i giornali, anche se non li acquisteremo materialmente.“Ma come? -  direte – ho tra le mani un mensile che non pago e proprio voi mi dite che comunque devo tirar fuori dei soldi per qualcosa che non acquisterò?”. L’argomento è spinoso, ma le cose stanno proprio così. Nel nostro Bel Paese, attraverso le “provvidenze” dello Stato a favore dell’editoria (con allusivi riferimenti divini), ognuno di noi “paga”  i giornali, anche quelli che restano invenduti e che vengono stampati solo per ottenere i contributi statali. Ad esempio, per il solo fatto di stampare 30.000 copie in tipografia, un qualsiasi quotidiano riceve almeno 9 mila euro al giorno: non importa quante poi ne verranno vendute.

TANTI editori che vivono con i soldi pubblici
Sono molteplici, tra dirette ed indirette, le “provvidenze” che vengono concesse ai giornali nazionali, a quelli di partito, alle riviste sindacali, a “cooperative” editoriali (spesso fasulle), fondazioni (altrettanto fasulle), agenzie di stampa, radio e tivù pubbliche e private, ecc.
Sono ben 12 le fonti legislative sull’argomento (spesso contraddittorie) e praticamente “non manca nulla”.
Il tutto, nelle intenzioni iniziali,  doveva servire ad ampliare il numero complessivo di lettori di quotidiani, che nel nostro paese è da sempre agli ultimi posti in Europa (in Germania il 70% della popolazione legge giornalmente almeno un quotidiano). Si voleva anche ampliare l’offerta di informazione  sostenendo le  imprese editrici con scarse risorse a disposizione, ad esempio nel settore no-profit. Insomma sembrava, e sembra tutt’oggi, giusto che la collettività sostenesse un costo, tra i tanti, per far funzionare meglio la democrazia del nostro paese. Che però, per antonomasia, è anche il paese dei “furbi”.

Il Paese dei furbi
La prima legge (la 416) fu approvata nel 1981. Era il periodo in cui infuriava la polemica sul fatto che nella famosa lista della P2 di Licio Gelli, c’erano una grande quantità di giornalisti: allora come oggi, purtroppo, sulla “cresta dell’onda”. I giornali si facevano ancora con i linotipisti e i correttori di bozze (iniziava un periodo di grande trasformazione del settore) e solo cinque testate annualmente chiudevano il bilancio in attivo; tra queste non ce ne era nessuna di quelle appartenenti ai partiti. L’organo di informazione dell’allora PCI ad esempio (“L’Unità”), aveva oltre 1.000 redattori; qualcuno scriveva un articolo ogni due mesi, ma il suo stipendio mensile era garantito dal Partito. Nelle stesse condizioni c’erano un po’ tutti. Non a caso quella legge fu subito ribattezzata “salva–giornali” dei partiti. A causa degli emendamenti, delle correzioni e delle integrazioni inserite in nuove leggi, negli anni successivi furono dati contributi agli editori per circa 1.000 miliardi di lire, ma i lettori non aumentarono. Anche perché la poca pubblicità allora esistente, fu attratta dai più remunerativi investimenti nella televisione.
Nel 1990 venne approvata una “riforma” dell’intero settore dell’editoria, inclusa quella radiofonica e televisiva. Fu deciso così che tutte le imprese editrici di quotidiani che non raggiungevano il 40% di introiti pubblicitari, potevano ricevere contributi fino al restante 60% dei costi dichiarati. Per gli organi di informazione (quotidiani e periodici) e per le radio dei partiti, la percentuale di pubblicità fu abbassata, rispettivamente  al 30 e al 25%  e contestualmente aumentata la percentuale dei contributi statali.

Il primo furbo: Giuliano Ferrara
Fu un giornalista “di peso” ad accorgersi dell’ottima opportunità concessa da quella riforma. In un’apposita intervista contenuta nel libro di Beppe Lopez “La Casta dei giornali”, Giuliano Ferrara si attribuisce il merito di aver creato il primo esempio (con “Il Foglio”) di organo di informazione di un partito che non esiste. Per legge (approvata nell’87) bastava che quel quotidiano fosse “organo di forze politiche che abbiano un proprio rappresentante in almeno un ramo del Parlamento alla data di entrata in vigore della legge e che nell’ultima elezione abbiano conseguito almeno un seggio al Parlamento Europeo”. Bastava quindi “inventarsi” un partito e automaticamente il giornale era finanziato.
Nacque così il Movimento “Convenzione per la Giustizia” formato dal “forzista” Marcello Pera e dal “verde” Marco Boato.
Il “trucco” è presto spiegato. Il giornale “Il Foglio”, che ha come azionista di riferimento Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, ha un unico inserzionista pubblicitario: la Arnoldo Mondatori SpA, della stessa famiglia Berlusconi, che stipula ogni anno contratti pubblicitari fino alla percentuale consentita dalla legge. Il resto dei costi, autodichiarati dall’editore, sono coperti dallo Stato, proprio grazie al fatto che quel giornale risulta essere organo di quel “movimento politico”, anche se inesistente. Una volta scoperto il trucco (vedi la trasmissione Report di Milena Gabbanelli del 23/04/2006), la società si è trasformata in “cooperativa” come prevede la legge attuale e tutto è continuato come prima.

Tutti furbi: da destra a sinistra
L’esempio de “Il Foglio” è stato poi seguito a ruota da Vittorio Feltri con “Libero” e da “Il Riformista” di Antonio Polito.
Inizialmente pubblicato come organo del “Movimento Monarchico Italiano”, l’editore di “Libero” fu poi trasformato in cooperativa 2006. La legge consente di elargire gli stessi contributi a società editrici controllate proprio da cooperative, fondazioni ed enti senza fini di lucro. Adesso “Libero” è una Srl e quindi sembrerebbe una società con fini di lucro, quindi non potrebbe accedere alle provvidenze; ma niente paura! La Srl è adesso controllata dalla Fondazione San Raffaele ONLUS, che per legge non può “lucrare” con le proprie attività e quindi non può distribuire utili.
Infatti nell’apposito sito della Fondazione si poteva individuare persino il numero di codice fiscale (poi è stato tolto) per destinare a tale organizzazione il 5 per mille della dichiarazione dei redditi. Peccato che quel codice fiscale era lo stesso della Tosinvest Spa, la società della famiglia Angelucci, finita recentemente di nuovo sotto inchiesta per presunte false fatturazioni a danno della Regione Lazio. E, guarda caso, la Tosinvest, attiva soprattutto nel mondo della Sanità, recentemente entrata nella cordata di imprenditori che ha “salvato” l’Alitalia, è anche l’editore di “Libero” e di “Il Riformista”, oltre che del quindicinale gratuito “Sanità Lazio”, fustigatore dell’attuale amministrazione della Sanità del Lazio, che viene distribuito ogni due settimane proprio insieme a “Libero”.
Sul fronte opinionistico e politico opposto (almeno a parole) “Il Riformista” ha lo stesso codice genetico: organo del “Movimento per le Ragioni del Socialismo” con referente l’allora senatore del PDS Emanuele Maccaluso, è ancor oggi in edicola grazie alla cooperativa formatasi con lo stesso nome. E, guarda caso, le società che editano “Libero” e “Il Riformista “ sono anche inserzionisti (cioè coloro che comprano pubblicità) su “Sanità Lazio”. Geniale no?
Peccato che ora la Procura di Velletri (provincia di Roma), con un’ordinanza di custodia cautelare di centinaia di pagine a carico di Gianpaolo Angelucci e altri indagati, abbia ipotizzato che proprio attraverso gli organi di stampa di cui è editore, il gruppo abbia fatto indebite pressioni sulla Regione per ottenere ciò che voleva.
A difendere la famiglia Angelucci è stato chiamato l’ex senatore DS Guido Calvi, il quale ha immediatamente dichiarato che il provvedimento della Procura di Velletri “è un grave attacco alla libertà d’informazione”. è commovente che poi tali testate, che comunque stimiamo, si dedichino ogni giorno con tanto fervore alla caccia dei “furbi”.

Le provvidenze minano il libero mercato e la libertà di stampa
Avendo a disposizione milioni di euro all’anno di contributi statali “garantiti”, il rischio d’impresa è quasi una barzelletta: hai voglia a “sparare” contro i  bersagli politici di turno. Non è un caso che l’annuale classifica sulla libertà di stampa dell’Istituo di ricerca statunitense “Freedom House” (letteralmente “Casa della Libertà”) lo scorso anno ci ha collocato al 65° posto, dietro le isole di Capo Verde e le isole della Papuasia - Nuova Guinea. Contrariamente a quanto sembra, si tratta di una buona notizia; due anni prima eravamo all’80° posto, a pari merito con il Botswana.
A leggere la classifica dei contributi statali, stilata due anni fa dal quotidiano economico “Italia Oggi”, risulta che nei primi cinque posti di questa graduatoria ci sono alcuni dei più importanti quotidiani nazionali. Ad esempio “L’Unità” (5° posto),  pur non essendo più un organo di partito, percepiva 9 milioni di euro all’anno ed era preceduto in classifica dal quotidiano edito dalla  Conferenza Episcopale Italiana (CEI) “l’Avvenire” (4° posto), che si attesta sui 10 milioni di euro annui.
Ai primi posti comunque si trovavano e si trovano ancora i maggiori gruppi editoriali italiani: il gruppo RCS (Rizzoli – Corriere della Sera) è in testa dall’alto dei suoi 25 milioni annui, segue “Il Sole 24 Ore” (il giornale della Confindustria) con 19 milioni e al terzo posto troviamo il Gruppo “Espresso – La Repubblica” (guidato dal “progressista” Carlo De Benedetti) con 16 milioni annui.

Qualcuno prova a intervenire, ma le lobby sono più forti
Le cifre in gioco parlano di centinaia di milioni l’anno: Beppe Lopez nel suo ricordato libro “La Casta dei giornali” arrivava a stimare in un miliardo di euro l’anno, la cifra complessiva (incluse radio, tv, agenzie di stampa, pubblicazioni all’estero, ecc.) elargita dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Gli ultimi due governi, visto l’enorme debito pubblico che interessa lo Stato italiano, hanno provato a stringere i cordoni della borsa e a dare una “drizzata” all’intero sistema, ma il decreto legislativo approvato il 3 agosto 2007 dal governo Prodi prima e l’articolo n. 44 del decreto “Tremonti-Gelmini” poi, hanno prodotto risultati quasi insignificanti.
Ciò avviene perché il settore dell’editoria fa del nostro paese un esempio unico della commistione tra politica, affari ed informazione.
Il conflitto di interessi è ormai diventato la regola. Ed è proprio il settore informazione e sanità ad esserne un esempio. Oltre alla vicenda della famiglia Angelucci (interessata da un’analoga vicenda in Puglia tre anni fa) il cui capostipite è un deputato, ci sono anche altri casi di “editori”, ad es. il Sen. Giuseppe Ciarrapico, che siedono in Parlamento (quindi con la possibilità di “legiferare” sull’argomento), che allo stesso tempo sono proprietari di cliniche private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, che sono anche editori di giornali locali, che ricevono contributi dallo Stato e dalle Regioni. Nel solo Lazio, Ciarrapico possiede ben 9 testate locali che nella cronaca regionale quotidianamente si occupano di Sanità, dando voce a questo o a quel politico. Tutto “in regola” per carità; il problema che chi fa le regole e chi le “subisce” sono le stesse persone.

Sovvenzionata anche “l'informazione-spazzatura”
Ma il peggio in assoluto riguarda il fatto che esistono “editori puri” che si occupano esclusivamente di “gossip”, frivolezze assolute e “non notizie” e che possono trovarsi in edicola solo grazie ai contributi statali, grazie alle tasse che paghiamo. Non sta a noi commentare queste situazioni che ci rendono “unici” in tutto il mondo. Se tutto ciò servisse a dare una informazione di qualità e realmente utile, sarebbe un costo più che accettabile. Se invece, come accade in realtà, serve a sovvenzionare “spazzatura” culturale, anche pochi euro ci sembrano un furto. Non è un caso che tutte queste informazioni, se avete avuto la pazienza di arrivare alla fine di questo articolo, le trovate su questo mensile che avete tra le mani.
La libertà di informazione è una scelta e può anche non costarvi nulla.


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