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Bobo Rondelli: Il giullare che picchiò la testa

Un cantautore livornese di gran talento ma impossibile da modellare

Ven 07 Ago 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Bobo Rondelli forse non lo conoscete. Ed è un gran peccato, perché è la dimostrazione che nella civiltà dell’immagine, il vero talento e il coraggio (anche un po’ incosciente) non contano. Roberto, cantautore dall’animo punk e dalla voce dello chansonnier, geniale e ironico come Gaber e De Andrè, non ha mai urlato e imprecato all’”Isola dei famosi”, né è stato invitato a “Music Farm”, e l’unica Fattoria che conosce è quella degli animali di Orwell. Ora è nelle edicole con l’ultimo film di Paolo Virzì, “L’uomo che aveva picchiato la testa”, documentario bellissimo e potente sulla sua umanità, originale come la sua arte (e su quella città speciale, nel bene e nel male, che è la loro Livorno), e nei negozi musicali con l’ultimo album, “Per amore del cielo”: meno goliardico e provocatorio, più intimista. A produrlo e aiutarlo in questa “tenera” conversione, Filippo Gatti. Un uomo speciale, un disco speciale. Una storia speciale.

Livorno: se ti amano, ti maltrattano. Tu sei  un grande artista, ma lì passi per goliardo.
«Far piangere e far ridere, mica male. Per loro sono il lord monnezza, il genio del bidone della spazzatura che se lo strofini esce fuori. Nemo propheta in patria? Qui è anche peggio, Livorno è libertaria e menefreghista, geniale e feroce. È pur sempre una città moderna fondata da ladri, prostitute, pensatori e politici. Contraddittoria e coraggiosa, dove si parlava in tempi non sospetti di abolire la pena di morte ma anche in cui, se sei un perdente di successo, sei un eroe. Se ti vedono mangiare o ubriacarti, ti prenderanno sempre meno seriamente degli altri. Chi fa questo lavoro è un prestigiatore che non dovrebbe mostrare i suoi trucchi: io invece mi racconto, fregandomene».

Con “Ho picchiato la testa” sei arrivato a vendere 30.000 copie. Poi cosa è successo?
«Mai stato il mio sogno la canzonetta evasiva da bevanda in piscina e il produttore invece vuole il singolo, vuole modellarti, pilotare il gusto della gente. Investono su di te e vogliono rientrare, è normale. E quello che succede ovunque nel nostro paese, pensiamo solo a chi può permettersi di imporre tendenze perché ha tutte le televisioni in mano. L’obiettivo è l’usa e getta, non emozionare né far pensare più di tanto. E così leggere libri e canzoni diverse, meno superficiali del solito, crea malattia mentale, ti lascia solo. In “Fahreneit 451” bruciavano i libri, il sapere. Loro non fanno falò, ma ti lasciano solo, rendendo tabù tutti gli argomenti: la morte, i vecchi, il lavoro. E di che parlo? Di come mi stanno i pantaloni? Non penso di migliorare il mondo con la musica, ma almeno tentare di non peggiorarlo».

Chi ti scopre, ti adora. Non provi rabbia a non aver raccolto quanto meriti?
«Solo per le difficoltà di arrivare a fine mese, di non avercela fatta a tener su il matrimonio (una ferita aperta, mi parla a lungo della moglie, da cui è nato l’ultimo bellissimo album e, di fatto, anche il film - ndr). A mia moglie ho chiesto scusa nel documentario, ma non è servito, anche perché Livorno sa essere cattiva: la provincia ti bastona e ti educa. Le separazioni son peggio dei lutti: una morte la metabolizzi, la superi, porti la persona e il suo ricordo con te. Comunque sapere che qualcuno dà ad un amico il mio cd, come un bel regalo, è molto bello. Così come andare sui palchi difficili e conquistarli. La notorietà non mi rende felice, mi fa paura: adoro essere una bestia sul palco, odio il pensiero di diventare una merce. Nei miei “gramigna tour” (date ostiche e poco nobili come l’erba usata per i campi da calcio - ndr) son diventato pescatore di amici, di anime affini».
 
Non sei un capopopolo, ma c’è politica in molti tuoi testi.
«Non quella quotidiana: la rabbia continua che procura lo stato attuale delle cose non riesco a gestirla. La mia politica è raccontare le persone, la famiglia, uno spettacolo come il mio “Io clown, te down”, spettacolo che ho fatto con una cinquantina di bambini down. Loro sono creature dello spazio che vogliono gioire, portatori sani d’abbracci, non sono aggressivi né avidi. C’è qualcosa di più politico di questo? E poi con loro s’è fatto di tutto, anche della satira “religiosa”, una parabola irriverente con Gesù che vuol farli tornar normali, ma loro non vogliono. La mia politica è questo carnevale in cui non si lascian sole queste persone speciali, questo spettacolo in cui il pubblico, alla fine, sale sul palco insieme a noi, a cantare e ballare. Ricordiamoci che gli scemi del villaggio, dai paesi alle tribù indiane, erano venerati, ora invece li isoliamo».

Un po’ matto lo sei anche tu. Si dice che hai suonato la chitarra con un ponte dentale.
«Sì, l’ho fatto. Ero giovane e sono sempre stato un giullare. Forse ho fatto anche di peggio, alcune volte lo mettevo nel bicchiere di uno spettatore. Specialmente se andavo in posti dove si pagava molto, era il mio modo di reagire. E comunque conosci qualcosa di più prezioso della risata? Io no, chiunque la susciti è un santo, regala gioia e serenità. E allora se io posso far star meglio qualcuno, faccio e farò sempre qualsiasi cosa per riuscirci».

Per esempio le tue leggendarie imitazioni: Mastroianni, Tognazzi, Celestini.

«E altri, l’unica condizione è che io li ami, li apprezzi. Imito solo chi mi è dentro il cuore. Il mio è un omaggio, non un dileggio».


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