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Giorgio Pasotti: Volevo fare il medico!

Attore, regista e professionista nelle arti marziali, in giro per le strade di Roma per girare il sequel dell’Ultimo Bacio

Sab 08 Ago 2009 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Sono passati 10 anni dall'Ultimo Bacio, ma Giorgio Pasotti non è cambiato: ha l'entusiasmo di allora e la stessa faccia da ragazzino. Un ragazzino di quasi 36 anni con all’attivo regie di cortometraggi, video musicali, cinema, tv, teatro ed ora il sequel di quel film che lo ha reso famoso. Eppure Giorgio, da grande, voleva fare il medico sportivo.
«Il progetto della mia vita prevedeva che io diventassi un medico, come nella fiction La scelta di Laura appena andata in onda su Canale5. Poi, per caso, una casa di produzione di Hong Kong mi propose un piccolo ruolo in un film e io accettai con la stessa curiosità con cui si prova un nuovo ristorante sotto casa!».

Perché ti trovavi in Cina?
«Sono partito per la Cina alla fine degli anni Ottanta per assecondare una passione, quella per le arti marziali, ereditata da mio padre. Ricordo che la folgorazione l'ho avuta a Milano, quando con mio padre andai a vedere un'esibizione del Teatro dell'Opera di Pechino. Così ho iniziato. Quando arrivai in Cina effettuai i test di ammissione per l'Università di Educazione Fisica di Pechino, una sorta di Isef orientale. Una volta ammesso ai corsi, la mia vita è stata completamente stravolta. Avevo 19 anni, non sapevo una parola di cinese. Per mesi ho tenuto le valige chiuse senza mai disfarle, cercando di capire se dovevo rimanere o tornare indietro. Poi sono rimasto. Per 10 anni sono stato un professionista dello sport (Pasotti ha vinto 4 titoli europei di Wu Shu - ndr), poi il mio destino è cambiato».

Ed è arrivato il cinema.
«La produzione cinese stava cercando un ragazzo occidentale che si destreggiasse bene con le arti marziali per raccontare la storia di un giovane americano divenuto monaco del tempio di Shaolin».

Come era la tua Cina?
«La Cina di allora era quella che usciva da Tiananmen, era un paese molto arretrato. Ma da un punto di vista mentale erano e sono molto più avanti di noi: si dice la Cina è vicina, in realtà la Cina è sempre più lontana e noi tentiamo di rincorrerli, ma siamo molto lontani da loro. Quando arrivai, io ero lo straniero, destavo curiosità negli studenti che volevano sapere cosa succedesse al di là della muraglia. Pensa che avevo un amico del Gabon: quando lo incontravano i bambini, gli facevano dei gesti per fargli capire che doveva lavarsi: pensavano che il colore nero fosse dovuto ad una mancata pulizia!».

Hai mai pensato di raccontare la tua Cina?
«è uno dei miei progetti cinematografici. Ma non ne parlerei in modo nostalgico: vorrei solo far capire come si viveva bene anche quando non c’era niente. è un paese con più di un miliardo di persone e il comunismo, in un certo senso, ha concesso una vita dignitosa a tutti. La Cina è difficile da raccontare e da capire in pochi giorni. La puoi capire se la vivi per anni come la vivono loro. Vedi cose che per noi sono inaudite: se un ladro viene colto in flagranza di reato, immediatamente gli vengono tagliate le dita. E questo è solo un esempio».

Sei ritornato a vedere come è cambiata?
«Sono tornato qualche tempo fa, a distanza di 14 anni e l'ho trovata stravolta sia in bene che in male. Sicuramente ha perso molto di quell'antica saggezza che non può non affascinare e si è creata una fortissima divisione tra ricchi e poveri che prima non c'era. Dietro l’apparente benessere ci sono persone che muoiono di fame».

Come è Giorgio Pasotti lontano dal set?
«Non sono molto coraggioso, sono timido, ho sempre paura del rifiuto e sono molto orgoglioso. Interpretando alcuni ruoli, comunque, sono cambiato... Per esempio da Paolo Libero (il protagonista di Distretto di Polizia - ndr) ho imparato ad anteporre l’amore a tutto».

Da poco tornato al fianco del tuo amore “storico”, l’attrice Nicoletta Romanoff, ti dici fedele nei tuoi rapporti d’amore. E la tua compagna come deve essere?
«Semplice e riservata».

Hai, da qualche mese, realizzato uno spot legato al concorso Hivideo: perché hai deciso di sposare questa causa?
«I ragazzi devono vivere la loro vita, ma con coscienza e consapevolezza e ora come ora non è così. Il concorso, che scade a novembre, li coinvolge per cercare di far capire loro che la malattia non è meno pericolosa di qualche anno fa. Il problema è che sono proprio i giovani ad essere i meno informati e ad affrontare la loro vita di coppia senza troppe attenzioni. Per questo, ho deciso di fare qualcosa per loro, a titolo gratuito, come tutti i miei colleghi attori che hanno preso parte al cortometraggio».

Quando hai sentito parlare per la prima volta di Aids?

«Venti anni fa. Ricordo che se ne parlò tanto, perché era una cosa clamorosa. E la mia prima reazione fu pensare: “che sfortuna, proprio ora, nel momento della mia scoperta del sesso!”. All’epoca si moriva velocemente, quando ci si ammalava. E diciamo che sono figlio della generazione che si spaventò parecchio e che si armò di preservativi».

Cosa ti piacerebbe raccontare in un tuo film?
«La mia passione è raccontare storie, storie in evoluzione, come è la vita, in cui le immagini sono segnate dalla musica, che penso abbia un ruolo primario. Una passione per le sette note che ho ereditato da mio padre. Ho molti progetti in cantiere, sia come attore che come regista». 


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