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Io che sono nato in valigia

Folco Terzani, figlio del giornalista Tiziano, ha lasciato la societā capitalistica per stare accanto ai malati, ritrovare se stesso e tornare in intimitā con la natura

Gio 21 Dic 2017 | di Barbara Savodini | Attualitā
Foto di 7

Non è mai facile essere “il figlio di” e trovare una propria identità autonoma quando si nasce con un cognome importante, ma le cose si complicano se tuo padre è Tiziano Terzani e nei i tuoi primi anni di vita il suo lavoro è inviare cronache dal fronte durante la guerra in Vietnam. Anche a cinque anni il mondo può sembrare un gran casino, se poi il suo impiego diventa una missione e comincia a viaggiare da un Paese all’altro del Sudest asiatico, denunciando orrori dell’umanità mai raccontati come l’olocausto cambogiano o il dramma dei profughi vietnamiti.  Di questo e di moltissimo altro Folco Terzani ha parlato nel corso di un incontro che si è tenuto presso l'istituto “de Libero” di Fondi (Lt), città alla quale l'autore è particolarmente  affezionato per via di un percorso spirituale nel monastero di San Magno. Ha parlato tanto Folco, soprattutto della sua vita segnata, a un certo punto, da un cambiamento radicale.

Cosa è successo?
«Io sono nato in valigia. Ho imparato in tre mesi a leggere e scrivere in cinese quando non capivo neppure una parola e l’ho fatto in una scuola pubblica, dove la prima frase che ti veniva insegnata era “Noi amiamo il presidente e il partito comunista”. Ero triste, ero confuso, ma a quell’età si può tutto ed ero un gran secchione,  così sono arrivato fino a Cambridge, dove ho studiato assieme a coloro che, negli anni a venire, avrebbero governato il pianeta. Lì, dove si fabbricano i comandanti del mondo, sono andato in depressione. Guardavo i fiumi inquinati, dove non ci si può più fare il bagno, e non mi sembrava normale che lo fossero. Niente di quello che facevo e che studiavo mi sembrava avere senso. Sentivo di non voler più far parte del sistema che sta distruggendo la Terra e ho deciso di rifiutare le proposte lavorative che mi stavano arrivando dalle più prestigiose multinazionali del mondo. Ho lasciato tutto e per ritrovare il senso della vita ho deciso di affrontare le tre cose che più mi facevano paura: la morte, la povertà e la malattia».

Perché sei andato proprio in India?
«Volevo incontrare Madre Teresa e così ho fatto una cosa completamente folle: sono andato a Calcutta e ho chiesto di lei e lei mi ha ascoltato. Le ho detto che volevo risolvere i problemi del mondo, allora lei, tagliando corto, mi ha portato ad accudire i morenti. Orchite, elefantiasi, lebbra: ho incontrato persone con patologie che credevo fossero scomparse. Volevo solo urlare e andare via, ma quando affronti qualcosa di così terribile capisci che puoi sopravvivere solo se riesci a superarlo e alla fine sono rimasto un anno. Madre Teresa tanti anni dopo sarebbe diventata Santa, ma ciò che ha insegnato a me, in effetti, è qualcosa di banale. Mi ha insegnato che tanti vogliono risolvere i problemi del mondo, ma il mondo è troppo grande per essere affrontato. Se lo vuoi salvare devi guardare alle piccole cose, a un solo problema. Mi sono reso conto che senza aver vissuto da vicino almeno una volta la morte non capisci per davvero la vita. Ero accanto a una persona, parlavo con lei, e all'improvviso non c'era più, anche se il suo corpo era fisicamente ancora lì, identico a prima. In quell'istante ho compreso che il viaggio dell'anima è più lungo del viaggio del corpo». 

Com'è nato Folco scrittore, cosa legge e perché? 
«Io, in realtà, non mi considero un vero scrittore; ho imparato a scrivere per familiarità, perché nella mia famiglia tutti sapevano farlo bene. Sono state le persone che ho incontrato ad avermi ispirato, ma ora non desidero più scrivere libri. Ora voglio ritrovare un contatto con la natura, ascoltare più che parlare. La mia lettura preferita è in assoluto “Siddharta” di Hermann Hesse,  inoltre mi piacciono tutte le cose molto antiche, perché un tempo era così difficile scrivere che chi lo faceva aveva davvero qualcosa di importante da dire. Come Esopo, per esempio, le cui favole allegoriche mi hanno ispirato per il mio ultimo libro».  

Ne “Il cane, il lupo e Dio” (Longanesi, 2017) i protagonisti sono tutti animali, perché?
«Perché ci ho messo 12 anni per scrivere questo libro e credevo di non riuscire a finirlo, anche se sono appena cento pagine. Poi ho capito che non ci riuscivo perché, quando parli degli esseri umani, se racconti qualcosa che non va loro a genio chiudono le orecchie e fanno comunque in modo di non sentire. Allora ho usato gli animali, tramite i quali puoi dire cose forti senza ferire, ma facendo riflettere. Durante questo processo mi sono poi immedesimato nel lupo, perché il lupo è il cane che ha detto no. Il cane che pur di non avere la minestra scodellata dalla società continua a lottare».   

Quale momento e luogo ti hanno ispirato per quest'ultimo libro? 
«Ero sull'Himalaya ed era come una finestra sul mondo intero. Mi sono reso conto che è con la natura che si ritrova il contatto con la vera essenza umana, che si capisce la magia di ogni cosa».  

Come hai vissuto il confronto con una personalità  importante come quella di tuo padre?
«Era una personalità ingombrante, ma non si è mai fatto piccolo per me, per darmi spazio. Un giorno abbiamo litigato tantissimo, ma io non mi sono mosso dalla mia posizione e lui, anziché arrabbiarsi, è stato contento. Mi disse di aver capito che finalmente ero pronto a camminare senza l'ombrello che mi aveva sempre tenuto sulla testa. È stato in quel momento, negli ultimi anni della sua vita, che ho compreso il valore degli anziani. Gli anziani dovrebbero essere come filosofi alla corte del re, invece li incontriamo per strada e nemmeno ci accorgiamo della loro presenza. In realtà, se li ascolti, ti accorgi che possono insegnare davvero tante cose. E la natura sa già anche questo: gli alberi secolari sono meravigliosi e tutti gli animali lo sanno, perciò li scelgono per costruire i loro nidi e le loro tane. L'albero non sa scappare e non sa combattere eppure vive più a lungo di tutti». 



LUI CHI E'

Figlio di Tiziano Terzani, scomparso nel 2004, è nato a New York nel 1969 e ha vissuto la sua infanzia tra vari paesi, seguendo gli spostamenti del padre. Si è laureato in Lettere Moderne a Cambridge e in Cinema a New York. Dopo un anno alla casa dei morenti di Madre Teresa in Calcutta, ha girato i documentari “Il primo amore di Madre Teresa” e un film sui Sadhu dell’Himalaya. Nel 2006 ha curato “La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita” (Longanesi), il libro postumo di Tiziano Terzani. Ha pubblicato “A piedi nudi sulla terra” (Mondadori) e “La santa. Accanto a Madre Teresa”, in collaborazione con Mario Bertini. “Il cane, il Lupo e Dio” (Longanesi), “Ultra” (Sperling & Kupfer). Oggi vive in un villaggio lontano dal centro urbano insieme ad altre 70 persone.

 


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