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UNA MALATTIA CHIAMATA CIBO

I disturbi alimentari colpiscono in Italia pi di 3 milioni di persone, il 20% dei quali al di sotto dei 14 anni

Ven 22 Dic 2017 | di Angela Iantosca | Salute
Foto di 12

Non chiamiamola dieta, desiderio di essere in forma o estetica. 
Chiamiamola malattia. Perché di questo si tratta, di una malattia che porta alla morte. 
Di disturbi alimentari soffrono più di tre milioni di persone, con 8.500 nuovi casi all’anno e l'anoressia è la seconda causa di morte tra le femmine tra i 12 e i 25 anni.
«È una malattia, non un disturbo: erroneamente viene considerata una moda, frutto della cultura, invece è una patologia psichiatrica a tutti gli effetti», spiega Laura Dalla Ragione, responsabile dei centri per la cura dei disturbi alimentari Palazzo Francisci e Nido delle Rondini di Todi. 

Quando si parla di disturbi alimentari a cosa ci si riferisce?
«Ci si riferisce a tre patologie: l'anoressia nervosa, la bulimia nervosa, in grande aumento, e il disturbo da alimentazione incontrollata. A proposito della bulimia, non è il contrario dell'anoressia. Chi è bulimico è magrissimo perché vomita 10 volte al giorno. L'unico caso in cui si aumenta di peso è il terzo, perché ci si sottopone a grandi abbuffate».

Veniamo ai dati.
«Purtroppo sono in aumento dal punto di vista epidemiologico: in Italia siamo di fronte ad una epidemia, senza alcuna differenza tra Nord e Sud. Il Ministero parla di 3 milioni di pazienti, con un 20% di malati al di sotto dei 14 anni. La cosa più inquietante è che si abbassa l'età d'esordio: abbiamo bambine di 8 anni già ammalate. In realtà i numeri che abbiamo sono parziali, perché molti non chiedono aiuto. A questo si aggiunge che i maschi rappresentano una nuova emergenza».

Quali sono le cause?
«Si tratta di un disturbo multi-fattoriale: ci può essere una predisposizione di carattere, oppure un perfezionismo clinico, che nelle persone affette da un disturbo dell'alimentazione, implica una valutazione di sé che dipende dal perseguire standard elevati che la persona si impone in uno o due settori della propria vita. Oppure i fattori possono essere una vulnerabilità o una fragilità di fondo. Ma anche ragioni familiari, ragioni in cui la famiglia ha creato uno stato di tensione, di ansia nei ragazzi. O ancora fattori traumatici. Per esempio, dopo il terremoto che ha colpito l'Umbria, le Marche e l'Abruzzo si è registrato un aumento dei disturbi alimentari. Poi ci sono alcune patologie che predispongono come il diabete e la celiachia».

Come si affronta questa malattia nei più piccoli?
«Il trattamento nei bambini piccoli è molto complicato. I bambini non ammettono di avere un problema specifico. Smettono di mangiare e basta. Sono forme di depressione del bambino generalmente di tipo traumatico. Allora si lavora su più fronti: con un nutrizionista, ma anche con uno psicologo che lavora sia sul bambino che sulla famiglia, perché quando si ammala qualcuno si ammala tutta la famiglia».

La presenza di una patologia simile in famiglia può essere un fattore di rischio?
«Sì: sono fattori di rischio sia la presenza di un disturbo alimentare in famiglia, sia la tendenza di qualche componente di seguire una dieta, cosa molto frequente oggigiorno!».

Internet come ha peggiorato lo scenario?
«Come per tutte le patologie internet funziona da cassa di risonanza. I gruppi Whatsapp, le chat che trasmettono informazioni in rete possono diventare un grande pericolo, anche perché una bambina di 11 anni oggi usa la rete come noi usavamo il telefono fisso…». 

Si può guarire?
«Si può guarire completamente, ma dipende dalla tempestività dell'intervento. Nel primo anno di storia, si guarisce nel 90% dei casi, senza recidiva. Ovviamente non si guarisce in un mese. Essendo una patologia psichiatrica, si lavora sull'aumento di peso, ma soprattutto sul piano psicologico. Ci vogliono due anni perché la cura sia efficace».

Come la società rema contro?
«Dal punto di vista sociale la magrezza viene premiata. Quindi l'adolescente si sente premiato da quello che dicono tutti. Si chiama la luna di miele della malattia, cioè i vantaggi che si traggono dalla magrezza. Allora noi lavoriamo sugli svantaggi, cerchiamo di mettere in evidenza cosa provoca quella magrezza, il prezzo che si paga: la tristezza, la perdita di rapporti sociali». 

Oltre alle conseguenze fisiche.
«L'anoressia è la seconda causa di morte tra le femmine tra i 12 e i 25 anni, dopo gli incidenti stradali. Ma quello che provoca, oltre alla morte, sono: danni alle ossa, problemi nell'accrescimento osseo, amenorrea (assenza del ciclo - ndr), danni agli organi interni, insufficienza renale, insufficienza cardiaca, cadono i denti, cadono i capelli...».    



SOS DISTURBI ALIMENTARI

In Italia la situazione è molto a macchia di leopardo e sono pochi i centri presenti sul territorio nazionale: «A Roma – spiega la dottoressa Dalla Ragione - non c'è un servizio riabilitativo per i disturbi alimentari. Ci sono solo ospedali e ambulatori. E anche in Sardegna e in Calabria non c'è nulla. Lo stesso in Abruzzo e nelle Marche non c'è nulla. Ci sono pochi centri. Il Ministero ha aperto un sito www.disturbialimentarionline.it, dove si può trovare una mappa in cui è indicato dove si trovano i centri».  Inoltre, per informazioni, c'è il Numero verde 800180969.
 



Non dovete vergognarvi!

Sandra Zodiaco: ho sconfitto l’anoressia anche grazie alla rete

Emanuele Tirelli

«Parlarne è importante - mi dice Sandra Zodiaco - perché serve a dare anche un messaggio di speranza». Lei ha ventisette anni e ha attraversato l’anoressia, lungamente, con grandi privazioni per la sua vita. Adesso racconta di aver riscoperto un nuovo rispetto per se stessa, di accettare le proprie fragilità e sorridere a una forza sincera, che non ha nulla a che vedere con l’illusione di potere che caratterizza soprattutto il principio del disturbo. Tutto, per lei, è iniziato quando aveva diciassette anni.

«Il disturbo era mascherato dalla depressione causata da una forte competizione scolastica. Poi la mia migliore amica si era ammalata di anoressia e io le ero stata vicina, ma quando ne era uscita aveva voluto chiudere la porta alla malattia e a quel periodo buio, chiudendo anche con me: l’ho vissuto come un dramma. A questo si era aggiunta la depressione di mia madre legata a un episodio traumatico che solo dopo molti mesi di terapia sono riuscita a tirare fuori: il suicidio di mio nonno quando avevo dodici anni». 

Sono stati quindi episodi concatenati e non uno in particolare?
«C’è sempre una somma e poi un momento di deflagrazione, mai una vicenda isolata. Magari al momento appare così, ma poi scavando dentro se stessi vengono fuori i cosiddetti fantasmi. La conseguenza del disturbo è l’isolamento. Io mi sono chiusa in me stessa, concentrando tutti i miei sforzi sulla performance con l’illusione del controllo, di poter fare qualunque cosa anche senza mangiare. Invece ho rischiato addirittura di perdere l'ultimo anno del liceo e da lì ho iniziato un percorso di tre anni che non si è focalizzato sul disturbo alimentare ma sul tono dell’umore, la depressione e le difficoltà relazionali. Non era il percorso giusto, non centrava il problema e alla fine della laurea triennale ho chiesto di nuovo aiuto, ma una svolta è arrivata grazie a Internet».

C’è molta attenzione per i blog ProAna e ProMia, e per i danni che possono causare. Qual è stato il suo rapporto con il web?
«Quei siti sono molto pericolosi, una vera e propria trappola. Ma esiste anche l’altra faccia del web. La mia vita ha iniziato a cambiare quando ho scoperto il blog di Mi Nutro di Vita, l’associazione che organizza la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla. Leggevo storie di persone che stavano affrontando un percorso di guarigione o che quel percorso l’avevano già finito. Mi riconoscevo, vedevo uno spiraglio e scrivevo privatamente a quelle persone per un confronto. È così che mi sono convinta a curarmi davvero, perché fino a quel momento vivevo la psicoterapia come un’imposizione. L’avevo iniziata e poi ripresa soprattutto per far piacere a mia madre: si era accorta subito che qualcosa non andava e che quel qualcosa aveva a che fare con il cibo. Adesso sono io la responsabile di quel blog».

E la psicoterapia?
«È necessaria, imprescindibile, ed è affiancata dalla nutrizione. Altrimenti non si guarisce. Ma nessuno può curarti se non sei tu a volerlo davvero, se non trovi dentro di te quello spiraglio che ti permette di recuperare la tua vita. All’inizio non avevo un grande sottopeso, ma poi tutto è andato peggiorando, progressivamente, fino a toccare il fondo. Però ho avuto la fortuna di incontrare una psicoterapeuta che ha saputo rispettare i miei tempi senza costrizione, cogliendo i pezzi per farmi costruire il puzzle della mia nuova strada».

Cosa ha perso negli anni in cui stava male e cos’ha ritrovato dopo?
«La prima cosa che l’anoressia mi ha portato via è stato il mio secondo amore dopo lo studio delle lingue: la danza. Il mio corpo non reggeva gli sforzi fisici e sono stata costretta ad abbandonare. E ho rinunciato a una borsa di tirocinio di un anno negli Stati Uniti. Era una grandissima opportunità per la mia vita e il mio lavoro, avevo studiato a lungo per ottenerla, ma paura, ansia e ripetuti attacchi di panico mi hanno fatto annullare il volo il giorno prima della partenza. Poi c’è tutto quello che ho perso in termini di relazioni umane. Ancora oggi pago un prezzo molto alto per gli anni in cui la malattia ha parlato al posto mio, ponendo al primo posto della mia vita il disturbo e trascurando tutto il resto. Quindi trascurando anche me stessa, ma adesso non accade più. Adesso sento di aver acquisito gli strumenti per affrontare i momenti critici che la vita ci fa incontrare, ma anche per godere di quelli belli. E ho un nuovo rispetto nei confronti di me stessa, riconosco la mia forza e accarezzo la mia fragilità».

Ha deciso di raccontare la sua storia nel libro “OLTRE. Scoprirsi Fragili – Confessioni sul (mio) disturbo alimentare” in uscita a gennaio.
«Perché se ne parli. Perché la propria esperienza può dare una mano ad altre persone, proprio come è accaduto a me. E magari essere di sostegno a familiari e amici, aiutare nella comprensione chi non ne soffre, perché con qualche informazione in più saprà cosa accade a più di tre milioni e mezzo di italiani. Bisogna abbattere lo stigma. Bisogna dire che non c’è niente di cui vergognarsi».                 

LA LEGGE? ANCORA NIENTE!
Non esiste una legge che punisca l’istigazione ai Disturbi del comportamento alimentare. Nel 2008 c’aveva provato Beatrice Lorenzin (Pd) con Manlio Contento e Enrico Costa (Pdl): chiedeva il carcere fino a un anno, raddoppiato nel caso di minori e persone capaci di intendere e di volere. Niente da fare. Poi, nel 2014, un’altra proposta, anche questa bipartisan ma con Michela Marzano (Pd) prima firmataria: introdurre nel codice penale l’articolo 580-bis per la reclusione fino a due anni e una sanzione pecuniaria fino a 100mila euro. Ancora nulla di fatto.
 



Ofelia? Soffre di disturbi alimentari

Un libro e uno spettacolo teatrale per riflettere su questa malattia

“Avevo capito che la mia idea in merito ai disturbi alimentari era troppo superficiale, forse anche banalmente pericolosa. Che c’era sicuramente molto di più che mangiare poco e mangiare tanto, per questo ho deciso di approfondire il tema». 
Inizia così la mia conversazione con Emanuele Tirelli, scrittore e giornalista. Ci siamo incontrati alla fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi di Roma, in occasione della presentazione del suo “Ofelia in the Dog Days” (Navarra Editore), che si occupa proprio di Disturbi del comportamento alimentare,  con prefazione di Stefano Tavilla, presidente dell’associazione Mi Nutro di Vita, una drammaturgia che dà il titolo al volume e contributi diretti di ex pazienti, familiari, associazioni e medici.

Com’è iniziato questo percorso?
«Mi chiedevo come fosse possibile che alcune persone arrivassero a morire o a compromettere la propria vita. Quindi ho iniziato a informarmi, ad allargare sempre di più la rete, incontrando medici e associazioni. Quando mi sono accorto che era tutto molto più grande di quanto avessi immaginato, ho pensato che fosse giusto e necessario parlarne agli altri».

Ed è qui che è subentrato il lavoro?
«Ne ho scritto più di una volta, cercando associazioni, medici, familiari ed ex pazienti che mi raccontassero la loro storia e ho trovato persone molto disponibili, a patto di usare bene certe parole. Intorno ad anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata c’è tanto stigma sociale, che oltretutto sostiene una certa ritrosia nel parlare di ciò che accade al proprio corpo, alla propria mente, perché spesso non si è compresi».

Cos’ha imparato?
«Che si tratta di ossessioni enormi. Li paragonano, per effetti e condizionamenti, alla tossicodipendenza. E che non parlarne non migliora le cose: ci sono traumi irrisolti da affrontare. Ho imparato che l’aspetto estetico non è necessariamente sinonimo di guarigione e malattia. Una delle prerogative dei Dca consiste inoltre nella multifattorialità: sono determinati da una pluralità di variabili che scatenano i sintomi e ne influenzano il decorso. Fare finta che non esistano è, appunto, solo fare finta. E poi riguardano prevalentemente le donne, ma non solo. Le prime manifestazioni coincidono solitamente con l’età dell’adolescenza, ma si estendono a tutte le età. E nei racconti che ho ascoltato, dopo tanta sofferenza, c’è una rinascita incredibile, commovente: un ragazzo mi ha detto che aveva la sensazione di aver iniziato a vivere davvero».

Poi è arrivata la scelta di parlarne anche attraverso il teatro.
«Stavo studiando il personaggio di Ofelia, in Shakespeare, in Jules Laforgue ed Heiner Muller. Ofelia è un po’ in balìa degli eventi, mentre in Muller dice “Scendo giù in strada, vestita del mio sangue”. L’ho vista come una rinascita, una presa di coscienza del proprio dolore e un desiderio di esserci davvero, nella vita. Da qui l’idea di un’Ofelia contemporanea, fidanzata con Amleto, che soffre di anoressia e bulimia, lavora, ha una vita sociale, anche se tutto è decisamente compromesso dai suoi disturbi».

Cosa devono aspettarsi i lettori e gli spettatori da questo lavoro?
«Di non avere risposte. Non voglio fornire soluzioni e non sono neanche in grado di farlo. Credo, inoltre, che il teatro debba porre interrogativi. Spero di riuscire ad accompagnare chi incontrerà Ofelia in una suggestione che dice senza voler insegnare, che fornisce alcuni elementi e gli spunti per cercarne altri. E devono aspettarsi, ma lo faccio sempre, i miei ringraziamenti a chi condivide con me la propria esperienza, aprendo ricordi per niente gentili, ma necessari a far comprendere».                                             
Enrico Guastalla


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