acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Nella mia gamba la mia forza

Andrea Devicenzi, a 17 anni perde una gamba e inizia un cammino che lo porta a mollare tutto, anche il lavoro, per inseguire i suoi sogni

Gio 25 Gen 2018 | di Alma Pentesilea | Attualità
Foto di 10

Un limite diventa una opportunità quando la superi. Come ha fatto Andrea Devicenzi che a 17 anni ha perso una gamba in seguito ad un incidente motociclistico e ha dovuto stravolgere la sua vita per non soccombere: non è stato semplice, ma quando ha capito dove sbagliava e ha messo in atto una nuova strategia, la sua esistenza è migliorata. 

«In ospedale, dopo l’incidente, ho subìto un arresto cardiaco e ho perso cinque litri di sangue. In quei cinque mesi d’ospedale ho dovuto accantonare lo sport, anche nella mia testa, perché nessuno mi diceva niente e non sapevo se sarei potuto tornare a praticarlo ancora».

Poi qualcosa è cominciato a cambiare.
«Quando sono uscito dall’ospedale, sono tornato in canoa e dopo 10 mesi ho partecipato ad una gara impiegando cinque ore e un quarto per ultimare un percorso che con due gambe compivo in cinque ore e mezza! Lì ho capito che forse non era tutto perduto, che la testa mi avrebbe permesso di realizzare ciò che il corpo voleva impedirmi di fare!».

Ma era ancora lontano il cambiamento. Perché Andrea si sentiva un uomo senza una gamba.
«Ho capito che mi sarei sempre considerato un disabile finché avessi usato la protesi. Quando me ne sono liberato, dopo anni, è cominciato il cambiamento. Ho impiegato molto a capire che io sono un uomo senza una gamba, che non devo colmare quel vuoto, ma che lo deve guardare e considerarlo parte di me. Oggi, se dovessi rimettermi la protesi, tornerei ad essere disabile. Ho bisogno di libertà e un ausilio mi bloccherebbe: se io dico ‘vado a Roma a piedi’, senza protesi vado, con la protesi mi sento limitato. È così che sono tornato a vivere, tra sfide, sconfitte e traguardi, come tutti». 

Perché questo significa vivere: trovare muri e superarli, arrivando a conquistare ciò che in apparenza sembra irraggiungibile. Come hai fatto tu che, a 17 anni dall’incidente, nel 2007, hai incontrato un nuovo cambiamento. 
«Nella mia vita è entrata una due ruote a pedale e da lì ho iniziato un’attività agonistica nel ciclismo Paralimpico accettando nuove sfide, ogni volta sempre più importanti. Ho partecipato a gare internazionali di ciclismo per acquisire punti necessari per le qualificazioni alle Paralimpiadi di Londra 2012. Nel 2010, primo atleta amputato di gamba, ho raggiunto il KardlungLa a quota 5.602 in India. Ho partecipato alla Parigi-Brest-Parigi. E poi ho cominciato una importante avventura nel Paratriathlon (nuoto, bici e corsa - ndr), nel quale sono riuscito a conquistare la medaglia di Bronzo ai Campionati Europei in Israele, qualificandomi per i Mondiali in Nuova Zelanda; ho vinto una medaglia d’argento nel 2013 ai Campionati Europei di Paratriathlon in Turchia».

Da poco hai lasciato anche il tuo posto fisso.
«Mi avevano dato un lavoro da centralinista, unica possibilità nei primi anni di incidente. Ho mollato, dopo aver iniziato a frequentare corsi di crescita personale, con i quali mi sono reso conto che potevo trasmettere alle persone la mia esperienza nel superare le difficoltà, soprattutto nello sport e nel caso di persone diversamente abili, e ho intrapreso la strada di libero professionista come Formatore e Mental Coach».

Hai dato vita anche al Progetto22: che cosa è?
«Il nome indica i 22 valori di cui parlo ai ragazzi. È un progetto rivolto alle scuole, ai giovani e nasce per dare una risposta concreta alle loro esigenze aiutandoli ad esprimere il meglio di sé, raccontando le vittorie conseguite nello sport e nella vita privata. Un progetto questo che mi tiene spesso lontano dalla famiglia, ma le mie donne sono orgogliose: hanno 12 e 7 anni le mie bambine, ma già capiscono e capiranno sempre più il senso di tutto questo, perché a 41 anni mi sono licenziato per inseguire un sogno!».

Cosa vedi nei ragazzi che incontri?
«Io lavoro principalmente con le scuole medie e superiori e vedo che, man mano che passano gli anni, i giovani diventano sempre più chiusi. Fanno foto sui social, ma poi non hanno il coraggio di esprimersi. E noi abbiamo il compito di smuoverli!».

Quando incontri i ragazzi cosa dici?
«Prima di tutto devono prendersi del tempo. Devono imparare ad ascoltarsi. Devono domandarsi se ciò che fanno gli piace, se gli piacciono le persone che frequentano. Ognuno di noi è unico. Bisogna trovare la propria motivazione e capire dove indirizzare le proprie energie. E poi, se avete un sogno, ditelo, condividetelo, vi aiuterà a visualizzarlo e ad andargli incontro». 

Che cosa è la disabilità per te oggi?
«Per me la disabilità è quando uno si pone qualsiasi tipo di limite. Le disabilità più grandi sono date dalla mente. Conosco persone che perdono la falange del mignolo e vivono con le mani nascoste e non capiscono come faccio io ad andare in mezzo alle persone. Eppure tutti mi dicono: quando parlo con te non vedo più che la gamba non c’è».
 



ANDREA DEVICENZI

Nato a Cremona nel 1973, subisce nel 1990 l’amputazione di una gamba a seguito di un grave incidenti stradale. Da sempre appassionato di sport, decide nel 2007 di rimettersi in gioco. Come ciclista paralimpico ha partecipato alla Parigi-Brest-Parigi e ha percorso in otto giorni la strada carrozzabile più alta del mondo, situata in India. Il suo motto è: “La mente è il mezzo che ci fa fare qualsiasi cosa”. Da qualche tempo ha dato vita al Progetto22 che lo porta nelle scuole di tutta Italia per parlare di opportunità, di sogni, di resilienza: www.progetto22.it


Condividi su:
Galleria Immagini