acquaesapone TV/Cinema
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Profumo di Oscar, profumo di grande cinema

Nel mese in cui si consegnano le ambitestatuette sembra non esserci alcuna delusione

Gio 25 Gen 2018 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 8

The Post
Voto: 5/5
Genere: Thriller politico
Regia: Steven Spielberg
 
è vero, avere in un cast Tom Hanks e Meryl Streep (ma pure straordinari comprimari) con Steven Spielberg alla regia e non far bene è come giocare a scala 40 e avere tre jolly e non riuscire a chiudere. Detto questo, “The Post” è più di un esercizio di stile e talento da parte dei migliori nel loro campo, è un classico moderno, l’esempio di come Spielberg riesca ad essere sempre interprete dello spirito del proprio tempo andando spesso nel passato a recuperarne le radici. Che sia un film di spie, di guerra, di fantascienza, riesce a cogliere l’essenza profonda di un’idea e di un ideale e portarlo allo spettatore nella sua forma più vivida ed entusiasmante, ma anche dolente e dolorosa. “The Post” è una grande opera sul giornalismo, quello vero, ma forse ancor di più sulla figura dell’editoria nobile, di chi investe sull’informazione come cane da guardia della democrazia non per profitto, ma per qualcosa di più. Streep e Hanks rappresentano le due anime di un giornale: editore e direttore, appunto, disposti ad assumersi le responsabilità della libertà d’espressione fino alle estreme conseguenze. La storia è vera, è quella dei Pentagon Papers, e probabilmente quelle 7000 pagine di un rapporto segreto uscite fuori dal Pentagono per senso dello Stato di un economista che vi lavorava, permisero la fine della guerra in Vietnam e l’inizio del declino di Nixon. Il New York Times prima e il Washington Post poi, a costo di pagare caro in tribunale l’affronto, fallire (gli inserzionisti risposero duramente a quell’affronto) e finire in galera (editore, direttore e redattori rischiarono) furono il megafono di quello scandalo. Spielberg lo rispolvera, dopo 47 anni con un lavoro che ha una regia asciutta, interpretazioni clamorose (Streep da urlo), una fotografia e una colonna sonora che hanno una potenza unica. Spielberg, nel cinema, si conferma l’Omero del suo tempo. 
 
 
Il filo nascosto
Voto: 5/5
Genere: Drammatico
Regia: Paul Thomas Anderson
 
P.T. Anderson si è condannato, da sempre, solo a opere ambiziosissime e destinate a una forma di racconto epica, etica, classica. Dietro il suo filo narrativo, neanche tanto nascosto, c’è sempre la presenza forte di un cineasta dallo sguardo fermo, profondamente morale, sempre dedito all’immagine e al fatto che espressioni e parole ne siano all’altezza. Eppure, perché Anderson è il regista delle contraddizioni che diventano coerenza nel loro esistere e lottare, la frase più bella è “qualunque cosa tu faccia, falla con delicatezza” che è forse il riassunto di un film doloroso e innamorato, di un’opera che parla di grandezza e di talento, ma anche di miseria e sentimenti. Ed è di sicuro la definizione migliore del cinema di un grande regista che trova un viso straordinario e una grande attrice in Vicky Krieps che ha, ne “Il filo nascosto”, il nome che racchiude ciò che rappresenta: Alma. è lei la custode e il pericolo più grande per il re della moda Reynolds Woodcock, famosissimo per le sue creazioni con la sorella Cyril, perfettamente “programmato” per eccellere e soffrire. Finché l’amore e un rapporto totale arrivano a scombinare tutto. è la storia più semplice e contemporaneamente complessa che si possa raccontare, “Il filo nascosto”: ci voleva la purezza maliziosa della Krieps, il maestoso carisma di Daniel Day-Lewis (pare alla sua ultima interpretazione) e l’ambizione emotiva e creativa smisurate di P.T. Anderson per riuscirci.
 
 
La forma dell’acqua
Voto: 4,5/5
Genere: Fantasy
Regia:  Guillermo del Toro
 
Ci sono i maestri del cinema e ci sono gli esploratori del cinema. Quelli come Guillermo Del Toro, dalla fantasia fervida e l’immaginario sghembo, che sanno portarci dove altri avrebbero paura. Ed è bello che ogni tanto se ne accorgano tutti, che anche nei piani alti gli outsider trovino modo di essere apprezzati. La forma dell'acqua è una storia d’amore, un fantasy d’antan che sa emozionarti, è persino un thriller politico. Del Toro come sempre mischia visioni e umanità, politica e marchingegni di ogni tipo per costruire mondi irrealisticamente credibili, in cui viaggiare col cuore, la pancia e il cervello di chi non si ferma solo a ciò che è vero: qui lo fa forse, al suo meglio, trovando armonia tra le due anime laddove, in passato, nei suoi film c’erano strappi, provocazioni, follie irresistibili ma anche discontinue. Merito anche di interpreti di livello: Sally Hawkins, eroina muta e minuta, Richard Jenkins, vicino di casa dalle mille fragilità e il cattivo Michael Shannon. Sembrano tutti e tre - e non solo loro, che brava Octavia Spencer -  usciti da uno splendido fumetto e catapultati nella Guerra Fredda (come ne “Il labirinto del fauno” Del Toro mette insieme fantasia e Storia), stropicciandoci il cuore con un amore meraviglioso, senza parole, senza fronzoli. Tutto istinto, sguardi, incontro di anime ferite: due freak, per la società, che sono ben altro. E ben oltre. Il resto è la capacità di disegnare universi e scene di Del Toro, tra colori, scenografie e costumi.
 
 
Sono tornato
Voto: 3,5/5
Genere: Commedia
Regia: Luca Miniero
 
Miniero che è commediante di livello e regista efficace, chissà perché non riesce a staccarsi dai remake. Veri o mediati poco importa. Qui prende il film “Lui è tornato”, sul possibile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei giorni nostri, e lo trasforma in Sono Tornato, con Mussolini al posto del Fuhrer. Forse l’autore partenopeo si sente più a suo agio a cercare e trovare nelle storie altrui elementi e potenzialità che forse, nell’originale, non ci trovarono i veri padri della storia. E qui, in effetti, Sono tornato ha l’intuizione di dare a Massimo Popolizio (pazzesco) l'opportunità di essere Mussolini oggi. Un populista ridicolo ma anche una voce della nostra coscienza insopportabile, un guitto consapevole e un pericoloso leader che conosce ben più di altri le fragilità del nostro popolo. Se cinematograficamente questa commedia spiazza e sorprende, come la bella coppia Matano-Popolizio, a livello storico-politico farà discutere. Perché non ci dice che il re è nudo, ma che lo siamo noi. Ancora pronti a seguire Mussolini che non canta più Faccetta Nera ma Toto Cutugno. O, volendo fare una battuta, Orietta Berti. Già, perché quel comico che si dedica al Mussolini Show, assomiglia tanto a qualcuno. O forse, a più d’uno.
 
 
Bigfoot Junior
Voto: 3/5
Genere: Animazione
Regia: Jeremy Degruson, Ben Stassen
 
Dalla Vallonia (e dalla Francia) arriva un film d'animazione vecchio stampo firmato Degrusson-Stassen, su uno stupefacente uomo delle nevi, un Bigfoot che ha scoperto, peraltro, che i suoi geni si ereditano. Una storia di formazione, di complotti di grandi multinazionali, di intrattenimento puro con animali antropomorfi (o viceversa, umani bestiali?) sceglie un linguaggio visivo e narrativo lieve e lineare, capace di entrare subito in empatia con lo spettatore e di dirgli, specie se molto piccolo, che Bene e Male esistono eccome. E bisogna saperli distinguere. 
Adam è un protagonista amabile, ma anche inquieto, le dinamiche che si creano con i suoi genitori sono normali pur nella situazione incredibile che si trova a dover vivere: ci sono la fantasia e l'immedesimazione che vanno di pari passo in “Bigfoot Junior”, la risata e la riflessione, come in una fiaba della buonanotte piena di ritmo e intrattenimento. A volte basta poco per fare le cose bene: basta tornare al passato con le possibilità del presente.

 


I MAGNIFICI 7 IN SALA

Il filo nascosto: se P.T. Anderson si tiene per sé l’ultima splendida interpretazione di Daniel Day-Lewis e scopre, nel frattempo, un’attrice straordinaria, ecco che il capolavoro è in agguato.

The Post: ancora grandi interpreti, ma qui andavamo a botta sicura: Meryl Streep e Tom Hanks non avevano mai recitato insieme. Dopo The Post ci chiediamo come sia stato possibile farne a meno.

La forma dell’acqua: Guillermo Del Toro fa un cinema che è solo suo: fantasy e politico, colorato e dolente, sensibile e rutilante. Qui siamo ai livelli de Il labirinto del fauno, ma meglio (da Leone d’oro).

Sono tornato: e se Benito Mussolini tornasse tra noi? Se cantasse con la sua postura impostata Toto Cutugno? E se finisse per avere uno show in tv? Forse scopriremmo che è già tornato. 

Bigfoot Junior: Adam non sa molte cose di suo padre. Adam vuole scoprirle. Adam troverà anche un nuovo se stesso. Una favola animata piena di ritmo, sorrisi e riflessioni. Semplice ed efficace.

Black Panther: al diciottesimo film il Marvel Universe scopre, finalmente, l’unico supereroe (amici intimi di Iron Man esclusi) nero. E gli dedica un kolossal con il regista militante Ryan Coogler.

50 sfumature di rosso: la buona notizia è che la saga dovrebbe essere finita. La cattiva è che c’è ancora questo film. Livello di erotismo sotto lo zero, livello di noia al massimo. Da frustarli, se non fosse che gli piacerebbe.

 


Condividi su:
Galleria Immagini