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Burocrazia, ma come parli?

C’č una riforma che non riesce proprio a fare: imparare l’italiano

Gio 25 Gen 2018 | di Armando Marino | Soldi
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Il 2018 ha portato una serie di novità nel Fisco, nelle pensioni (è arrivata l’Ape social che consente ad alcune categorie di lavoratori di ritirarsi in anticipo ma con un assegno più basso), nel lavoro, ma c’è una riforma che la burocrazia non riesce proprio a fare: imparare l’italiano. Non che parli inglese, tedesco o francese, magari… Si esprime in un italiano tutto suo come i bambini che inventano un linguaggio segreto. Ma è peggio di così. Mi è capitato di recente di fare un lavoro di ristrutturazione in casa volendo poi approfittare degli sgravi fiscali, che però sono riservati a chi fa manutenzioni straordinarie. E qui nasce la prima difficoltà di linguaggio, perché l’Agenzia delle entrate chiede un atto che dimostri la straordinarietà dei lavori ma il Comune spesso considera ordinari lavori che le Entrate considerebbero straordinari, per cui non li certifica. La soluzione è un’autocertificazione e incrociare le dita: nessuno sa per certo se basterà o se si perderanno i soldi delle detrazioni. Migliaia di euro smarriti per una questione di parole.

Io però ho una certezza: dovendo spostare un muro, il lavoro è straordinario. Non si spostano muri tutti i giorni. Dunque bisogna presentare una Cila (sì prima era Scia, si divertono a cambiargli nome, purché resti incomprensibile). Presentarla, ovviamente, non è gratis: per spostare un tramezzo non portante dentro casa, bisogna presentare una relazione tecnica di un professionista che spieghi, ad esempio, che impatto avrà sul verde urbano. Io ho provato a far da me almeno una cosa: pagare i diritti di segreteria sul portale del Comune di Roma, ben 250 euro contro, per dire, i 44 di Torino. Uno può pensare che tu sei registrato e il documento è stato presentato a tuo nome dall’architetto, basti entrare con le tue credenziali, cliccare sulla pratica già inserita e pagare. Troppo facile. Invece no, bisogna “creare una reversale”. Quindi per prima cosa mano al dizionario: è un termine della diplomazia, che significa “mandato di pagamento”. Chiamarlo così però sarebbe stato troppo banale, ci sarebbe stato il rischio che il cittadino riuscisse a far da sé in modo semplice. Una volta consultati una decina di siti, interpretate le istruzioni non aggiornate del Comune di Roma e arrivato al momento di pagare, ti trovi davanti a un tasto con scritto: “Scegli Psp”. Panico. Cosa diavolo è il Psp? Altra ricerca, fino a capire che sta per “Prestatore servizi di pagamento”. In pratica paghi con la carta di credito o bonifico, ma devi dire se lo vuoi fare attraverso una banca o la Posta. Burocrazia, ma come parli?


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