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Da top manager a “made in carcere”

Luciana delle donne: Da 10 anni al fianco delle donne in carcere e ora anche dei minori

Gio 25 Gen 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 7

Sono passati dieci anni da quando la top manager Luciana Delle Donne, ideatrice della prima banca multicanale in internet, pronta a lasciare Milano per andare ad assumere un ruolo ancora più prestigioso e a guadagnare molti più soldi all’estero, ha deciso di mollare tutto e mettere a disposizione degli ultimi, degli invisibili,  le sue capacità.
«Inizialmente ci sono stati dei motivi personali, un desiderio di tornare a casa e di dedicarmi un po' a me stessa. Volevo riprendermi la vita, avere dei figli. Avevo lavorato talmente tanto: ero capo dei canali innovativi, nell'ambito dell'innovazione tecnologica, avevo realizzato il primo modello di banca on line in Italia, la banca 121, un vero successo. Ma non mi andava più bene: il denaro non era e non poteva essere l'unico motore della mia vita».

Allora Luciana decide di ricominciare.
«Ho scelto di ricominciare e di provare a restituire il dono ricevuto nella prima parte della mia vita, in quei 22 anni in banca, durante i quali ho lavorato tanto e guadagnato moltissimo. Quando ho scelto di dedicarmi agli altri, ho pensato di lavorare con le persone ai margini, quelle di cui nessuno vuole prendersi cura, le persone difficili da gestire. Ho voluto dedicare la mia tenacia, le mie capacità a loro. Dieci anni fa nessuno voleva parlare di carcere o sentire la parola carcere». 

Perché questa scelta? 
«Volevo dimostrare che potevamo farcela a costruire dignità, a trasferire una certa consapevolezza in queste persone, a far cominciare loro una vita nuova, grazie al lavoro. Allora ho messo in piedi Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro, e il marchio “Made in Carcere”, che potesse dare loro lavoro, offrendo una chance alle persone e anche ai tessuti, perché noi recuperiamo tutta la materia prima per la produzione».

Come è stato il primo incontro?
«L'idea all'inizio è stata accolta con un po' di diffidenza, perché non conoscendo gli interlocutori che si avvicinano al carcere, magari è anche naturale una certa diffidenza. Tanti si avvicinano solo per un percorso di formazione finanziato ma destinato a non proseguire, a non offrire sbocchi di lavoro e soprattutto a deludere le aspettative delle risorse coinvolte. Ma noi non eravamo perditempo, volevamo solo dare luce e speranza a queste persone che  poi sono anche quasi tutte mamme. Aiutando loro, quindi aiutiamo i loro figli e dimostriamo che anche queste persone ce la possono fare. In carcere sia la direzione che i detenuti sono stati disponibili, magari con un po’ di  diffidenza iniziale. Pian piano, poi, si è creata però una stima reciproca e abbiamo cercato di far convivere i due linguaggi, quello della sicurezza e dell'impresa e ora c'è una rispettata convivenza!». 

Quante persone siete?
«Siamo circa 20 persone e siamo sia a Lecce che a Trani e a breve a Matera. Ma ora abbiamo cominciato a lavorare anche con il carcere minorile, di Bari e Nisida, dove ci dedichiamo, con i ragazzi dai 15 ai 25 anni, alla realizzazione di biscotti di altissima qualità, senza uova e latte, a differenza di ciò che facciamo con le donne, con le quali realizziamo cose di facile produzione, come i gadget personalizzati, borse per la spesa: si parla tanto delle buste di plastica, noi facciamo le buste in tessuto per la spesa, per il viaggio e per il mare!».

Da dove arrivano i tessuti? 
«I tessuti ci vengono donati o li raccogliamo dai magazzini di tutta Italia: sono avanzi, scarti di produzione, campionari vari, materiali che andrebbero buttati o al macero».

Quante sono le detenute che lavorano a Lecce? 
«Le detenute che lavorano oscillano da 10 a 15. Per cominciare, facciamo fare loro un percorso di formazione. Di solito è la direzione che propone delle risorse, poi dopo una selezione, vengono inserite nel gruppo. In realtà tutte vorrebbero far parte del gruppo di lavoro, perché l'alternativa è stare in una cella, come diciamo noi: spazi uguali a tre passi per due. Devo dire che sono brave: il lavoro della cucitura e della sartoria è un lavoro di creatività che piace a tutte. Non è stancante e soddisfa le esigenze dell'essere umano di voler generare il bello».

Vorreste ingrandirvi?
«Noi non abbiamo molto interesse a crescere in termini di fatturato e budget. Ciò che ci interessa è contaminare il mercato. Attraverso momenti di formazione e promozione: siamo sempre in giro a parlare di questa esperienza. Quello che diciamo sempre è di contaminare fuori per cambiare la situazione all'interno del carcere. Per esempio da quattro anni vengono gli studenti dell'Università Luiss per fare volontariato in carcere per un mese. Poi abbiamo accolto donne vittime di tratta: le abbiamo formate per farle tornare nel loro paese ad avviare attività. Samo invitati a tutti i raduni nazionali di associazioni importanti, siamo sempre presenti. Quello che vogliamo raccontare e testimoniare è che la bellezza può generare cambiamento anche in contesti di disagio ed emarginazione».

Le donne che escono rimangono in contatto con voi?
«Tornano e ci vengono a trovare. Tendenzialmente rimaniamo sempre in buoni rapporti, ma la cosa importante è che, quando vanno via, abbiano una 'cassetta degli attrezzi' ricostruita. È importante che abbiano ricevuto quella spinta necessaria per iniziare un nuovo cammino: noi tendiamo a trasferire non solo la competenza tecnica nel saper cucire, ma anche il  metodo di lavoro, i ruoli e le esigenze di un’mpresa».

Ma è importante anche la responsabilizzazione. 
«Ci sono delle responsabilità che ognuno si deve assumere. Se non vuoi essere vittima e non vuoi tornare a commettere nuovamente reato devi capire che ci vuole fatica. Perché la fatica fa la differenza tra chi vince e chi non vince. Loro, di cui non voglio conoscere i reati commessi per non cadere nel giudizio, devono capire che è necessario impegnarsi».

Come è cambiata?
«Mi sono trasformata! Prima avevo la collana e gli orecchini di perle e i gemelli firmati. Se penso che oggi le mie collane sono fatte di stracci colorati... Ero molto alla moda, ora vivo nella totale semplicità e mi interessa solo partire dalla povertà per generare ricchezza, soprattutto quella interiore». 


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