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Lourdes: quel treno bianco

Con l'U.n.i.t.a.l.s.i. a Lourdes a bordo di un treno bianco attraverso l'Italia

Gio 25 Gen 2018 | di Angela Iantosca | Mondo
Foto di 9

E' un treno lento. Di quelli che ti permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere i paesaggi, i fiori, gli alberi e anche i panni stesi. Di quelli che a volte si fermano per dare la precedenza ai treni veloci, riservati a coloro che non hanno tempo di soffermarsi sui dettagli. È un treno lento, di quelli che ti fanno chiacchierare con chi è seduto accanto. Perché tutti vanno nella stessa direzione, in attesa di qualcosa o forse solo alla ricerca di un po' di pace. Lo chiamano treno bianco, un treno lungo con a bordo abili e diversamente abili, ragazzi, pensionati e lavoratori, barellieri e dame, con una cucina attrezzata, una cappella, un barellario. Questa volta sono salita anche io su questo treno, partendo con il gruppo campano dell'U.N.I.T.A.L.S.I. associazione che più di una volta l’anno, a bordo di treni, ma anche in aereo o in bus, porta le persone con difficoltà in pellegrinaggio davanti quella grotta. Davanti a noi più di 18 ore da condividere, per scoprire che un pellegrinaggio comincia su quelle carrozze, che chi ogni anno decide di prendere le ferie per recarsi dalla Madonna di Lourdes non lo fa perché cerca un miracolo visibile, ma che il miracolo è in quegli incontri, in quel viaggio che si rinnova e che continua e deve continuare ogni giorno al fianco dei più deboli.

IN CAMMINO
Ho sentito spesso parlare di questa località, di Bernadette, della Madonna che è apparsa per la prima volta l’11 febbraio del 1858 ad una bambina che nulla sapeva dei grandi misteri della Chiesa, del male, una bambina semplice e non acculturata a cui la Madonna un giorno decide di mostrarsi, cambiando la vita di quella piccola e di tutto il mondo. Sono restia ai pellegrinaggi, ma Lourdes è diversa e lo capisco appena giungo la prima volta e salendo su quel treno. Nel corso del viaggio leggiamo, chiacchieriamo, preghiamo. E poi mangiamo, balliamo, ridiamo. Si accende anche la radio, si trasmette musica, perché un pellegrinaggio è gioia da condividere. Superiamo la Toscana e poi la Liguria e poi oltre il confine nazionale. Il treno va e dal finestrino osservo il mare che quasi possiamo toccare. Ecco la Costa Azzurra, così lontana dallo spirito di questo treno. Ceniamo, dormiamo, facciamo colazione, merenda. Le dame, i barellieri si susseguono nel loro lavoro: c'è chi si occupa dei malati, chi della distribuzione del cibo, chi dei bagni, chi dell'animazione. La loro vita quotidiana è un pallido ricordo: su quel treno si è tutti uguali, tutti fanno tutto, non c'è distinzione. Molti dei volontari, che pagano per essere su quel treno, hanno lavori prestigiosi e di responsabilità. Ma non importa. Non qui, perché non è questo che fa la differenza. Come non dovrebbe farla nella vita quotidiana. Quando arriviamo non c'è stanchezza nelle nostre gambe, nonostante abbiamo dormito poco, nonostante il tempo trascorso sul treno. Ci dirigiamo verso il nostro alloggio e continuiamo questo cammino. Mentre i volontari Unitalsi si organizzo per cominciare il loro servizio, mi dirigo verso il Santurario. Di fronte a me il fiume, la chiesa, la strada che porta verso quelle tre chiese centrali costruite una sopra l’altra e le chiese sparse per il paese, la grotta, la natura ‘prepotente’ che danno un senso di pace, conciliano la riflessione, la preghiera, e creano un forte vuoto nella mente. Non percepisco la parte commerciale del luogo che al di fuori di questa area c'è: non la vedo, perché è più forte il messaggio che giunge da quella bambina. 

IL BATTESIMO
Le giornate scorrono simili: preghiere, servizio alle persone in difficoltà, fiaccolate, silenzi e riflessione. E poi il bagno nell’acqua. Quando me lo raccontavano, pensavo che mai mi sarei fatta il bagno in quell’acqua gelida, in cui ogni giorno si immergono migliaia di persone. Poi ho deciso che ne sentivo la necessità. E quel rito è stato capace di emozionare, di farmi sentire come la bambina appena nata nel giorno del Battesimo. Ci mettiamo in fila. È presto e c’è ancora poca gente. I maschi sono separati dalle donne. Superiamo una porta e ci sediamo. Di fronte a noi degli scompartimenti creati con delle tende. Ci fanno entrare. Nello scomparto sei sedie. Una volontaria mi aiuta a spogliarmi. Appendo tutto dietro la mia sedia. Mi coprono con una manto blu. Fa freddo, ma non ho freddo. Il cuore batte. Non cerco una spiegazione, la vivo e la ascolto. La volontaria che si occupa di me mi solleva e mi accompagna oltre un’altra tenda. Quando la apre, vedo due volontarie ai lati di una piccola vasca. Mi tolgono il manto blu e mi avvolgono in un telo sottile bianco che precedentemente hanno bagnato con l’acqua della vasca. È gelido, ma non lo sento. Le due donne mi fanno entrare. Pregano. Pregano con me. Arrivo in fondo alla vasca. Con voce sottile mi invitano alle mie riflessioni. Cerco i pensieri nella mia testa e c’è pace. Sono sparite le preoccupazioni, le decisioni difficili da prendere. Piango. Torno indietro, mi tolgono il telo bianco e mi rimettono il mantello blu. Esco, mi rivesto. Senza asciugarmi. Infilo le calze e non sono bagnate. Qualcuno mi spiega che è un fenomeno fisico. Non sento più il freddo. Esco da lì e lo sguardo è diverso. Me ne vado lungo il fiume: c’è una panchina, mi siedo e respiro lentamente. Il ritmo è quello della natura. Le campane suonano lontane, le preghiere della gente sono un ronzio di sottofondo. Vedo il fumo delle candele che porta in cielo le preghiere di chi le ha accese. Unisco le mie preghiere a quel fumo. 

NON SOLO GROTTA
Ma Lourdes non è solo la grotta, la Source, che è l’hotel dell’Unitalsi che mi ospita. È anche La Citè St. Pierre, cinquant'anni di accoglienza, 900mila persone ospitate, 19mila volontari provenienti da 45 nazioni, più di 6milioni di visitatori. Il tutto con una sola missione: realizzare un posto a Lourdes capace di accogliere i più poveri tra i poveri, gli ultimi, quelli che non vuole nessuno. La scopro per caso: per arrivarci c'è un pullman che parte dal punto informazioni della Cité, ad una delle uscite del Santuario, ma si può andare anche a piedi. Quando arrivo chiedo di poter far visita alla città. Non ho preso un appuntamento, cosa di solito consigliata, soprattutto per i gruppi. Attendo e incontro Angela, una signora che da quando ha scoperto questo posto ha deciso di tornare ogni anno come volontaria. È lei che mi fa da guida e mi trattiene un giorno interno in questo luogo di pace, lontano dal viavai della spianata. Mi spiega che la Citè è stata realizzata nel 1955 da Monsignor Théas, allora vescovo di Tarbes Lourdes, per rispondere al desiderio di Bernadette. Rivolta alle persone in famiglia, in gruppo o da sole, desiderose di compiere un pellegrinaggio e che vivono una situazione di povertà materiale, morale e spirituale, spesso la Cité è l'ultima porta alla quale si bussa quando tutte le altre porte della vita sembrano essere chiuse. Si può arrivare anche da soli, non ci sono criteri prestabiliti, ogni storia verrà analizzata, e se si arriva senza aver prenotato, ci penseranno i volontari a rispondere alle domande urgenti. Volontari come Angela e come altri 1000 che ogni anno per tre settimane regalano il proprio tempo. 

IL VERO MIRACOLO
Il tempo passa, partecipo alla fiaccolata, ricevendo il dono di spingere la carrozzina di un disabile, un dono che quello che ormai considero il mio gruppo (i ragazzi campani) mi fa: mentre lui mi sorride tenendo in mano stretta la candela accesa e sulle gambe una coperta pesante, penso al gesto che sto compiendo io e a quello che nello stesso tempo centinaia di altri volontari stanno compiendo lì e altri invisibili compiono ogni giorno. E allora ritrovo il senso. Le risposte ti arrivano nette e non ci sono bugie possibili.  Spesso si cammina a metà, ma Lourdes ti pone di fronte alla tua coscienza e quando torni alla vita di tutti i giorni senti che scegliere qualcosa di diverso da te sarebbe il tradimento più grande: non avrebbe senso ciò che hai sentito, vissuto, visto e detto. Tradiresti anche quei malati sulle carrozzine, tradiresti Bernadette e la sua storia. Ed è questo il miracolo.     
"I malati a Lourdes - spiega il Presidente dell'Unitalsi Antonio Diella - cercano la possibilità di un senso alla propria esistenza. Che senso ha stare su una carozzin? Che senso ha per due genitori avere un bambino che non farà mai una grande recita? Che senso ha? La ricerca di un senso, di una bellezza anche nella malattia credo sia quello il desiderio. Insieme con la richiesta: "Tu che puoi guariscimi, e se ritieni, in questo disegno misterioso, che non sia io che devo guarrire, per lo meno dammi la serenità. Non mi far sentire un errore, io non sono un errore anche se sono molto malato. Io non sono un errore ma perché io sappia che non lo sono ho bisogno di qualcuno che mi prende per mano e mi dica che sono importante”. Questo desidero di sentirsi vivo, amato, cercato credo sia un desiderio di tutti”. 


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