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Ce l'ho, ce l'ho, mi manca

Il rito delle figurine è gestito più dai genitori che dai ragazzi, ormai catturati solo dai giochi virtuali che li fanno ‘stare insieme’, ognuno a casa propria

Mer 28 Feb 2018 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
Foto di 2

Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Il rito delle figurine si ripete ancora. Come quando eravamo ragazzini. Solo che ora il mercato delle “figu” è gestito dagli stessi ragazzini di allora, nel frattempo diventati genitori: nell’epoca dei social network e dei videogiochi c’è un popolo di mamme e papà che gestisce il nuovo approccio alla passione del pallone dei propri figli. Quando eravamo piccoli, ricordo i compagni maschi scambiarsi le figurine sotto ai banchi, giocare per tutta la ricreazione, sfidandosi in giochi che permettevano di vincere la mitica figurina che ti faceva completare l’album. Ora i ragazzini sono troppo viziati e forse noi troppo disponibili a partecipare alle loro passioni ludiche.
 
Mamme di tutto il mondo mi capite? è capitato anche a voi di partecipare ai frenetici eventi di scambio, accompagnando i figli, ma in realtà gestendo voi gli scambi? I nostri figli non sono poi così interessati. Amano le figurine, ma sono interessati più che altro ad accumularle, chiedono continuamente di acquistare pacchetti e pacchetti. Quel senso di missione compiuta, di conseguimento, che arriva completando l’album riguarda più gli adulti che i figli. Siamo noi che restiamo eterni bambini, loro che non vogliono più aspettare, soffrire e avere limiti, vogliono tutto, subito e nel modo più facile?
 
Del resto anche la frase “vado a giocare a pallone con gli amici” ha cambiato senso. Una volta si intendeva dire che si andava al campetto o nel vicolo dietro casa a rincorrere un pallone finché non faceva buio, cercando di centrare le porte costruite con due zainetti o mucchi di giubbotti. Poi è arrivata l’epoca dei campi da calcetto. E oggi invece il calcio è virtuale. Avete anche voi figli che si collegano con la playstation e si sfidano a interminabili partite di calcio sotto forma di videogioco? Noi mamme abbiamo finito con l’imparare i nomi: Fifa, Pro evolution soccer, il mercato dei giocatori, Ronaldo costa troppo, vendo Buffon così posso comprare un difensore più bravo. Giri per casa e senti urla da stadio: “Noooo, ma dove tiriii?”. Loro giocano con gli amici collegati dalle proprie case e intanto parlano in cuffia tra di loro, almeno socializzano con altri bambini in carne e ossa, anche se a distanza. Noi mamme ci mettiamo d’accordo via whatsapp sugli orari in cui i figli possono collegarsi in contemporanea con la playstation per giocare. Nell’era dei social network i nostri figli sono diventati calciatori virtuali. Le gambe non corrono, le ginocchia non si sbucciano, tutt’al più si consumano i polpastrelli e ore intere della loro vita se ne vanno davanti a uno schermo. Difficile che questa attività li aiuti a diventare calciatori famosi, tutt’al più, se sono molto svegli, potrebbero diventare degli youtuber che magnificano i loro dribbling elettronici in un video diffuso sul web.
Dobbiamo preoccuparci, tagliare loro le ore di gioco, iscriverli a un corso di calcio vero (o di un altro sport)? Il fatto è che i videogiochi rubano l’attenzione e che stare tante ore seduti non è il massimo per la salute. è pur vero che probabilmente i nostri figli stanno sviluppando abilità più adatte a un mondo futuro, sempre più tecnologico. Io però per sicurezza li iscrivo a basket. E ora scusate: devo chiamare la mamma di una compagna di classe di mio figlio. Pare che abbia la figurina di Higuain che ci manca.    
 

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