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Mattia è la forza, Flip la pazzia

Mattia Bidoli, in arte Flip, con un naso rosso negli ospedali e negli orfanotrofi per incontrare i bambini malati e quelli che vivono in guerra

Mar 27 Mar 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 5

“Lascia il mondo migliore di come lo hai trovato”. È bastata questa frase a cambiare la vita di Mattia Bidoli, quando ancora frequentava il liceo. «È stato un fulmine a ciel sereno. Anche se, in realtà, penso che le cose che cerchi cercano te. Ero alle superiori, in un momento di crescita, quando ho letto quella frase, ho sentito che era il bandolo della mia matassa».

Da quel giorno ci sono voluti solo due anni per capire davvero qual era la cosa che faceva per te. 

«Per prima cosa, ho deciso di fare volontariato. E sono stato fortunato: perché ho cominciato con la clownterapia, che era esattamente la cosa che faceva per me!».
 
Una scelta importante a quell'età: quanto pensi sia consigliabile ai giovanissimi?
«Credo sia fondamentale, soprattutto in una società come quella di oggi nella quale il ‘gratis’ non esiste, dove nessun fa niente per niente. Quando arrivo con il mio naso rosso in un ospedale, a volte, le persone mi dicono di non avere niente da darmi. Siamo una società di prevenuti: io vado lì per donare il mio tempo - che credo sia una delle ricchezze più grandi -, ma non tutti lo riescono ad immaginare. Eppure, regalare tempo senza chiedere nulla in cambio è fondamentale. E poi quello che ricevi è moltissimo. Ed è ancora più importante se questa cosa la fai da giovane. Io a 19 anni ho trovato il mio modo di esprimermi…». 
 
Pensi di aver rinunciato a qualcosa in quegli anni?
«Non saprei dirti se ho rinunciato. Non so cosa ci sarebbe stato dall'altra parte. Ma io non sento di aver rinunciato a niente… Anzi, senza questi anni non avrei capito molte cose, non avrei potuto vedere e vivere».
 
Anche la guerra.
«Noi siamo abituati a sentire la parola guerra. Ed anche io avevo una certa idea. Quando l'ho vista con i miei occhi, ho capito che è inumana. È la cosa più brutta che ho visto. Ciò che accade in guerra non ha a che fare con l'uomo. Fai quasi fatica a credere che l'uomo possa commettere certe cose».
 
Cosa ti è rimasto addosso? 
«Gli sguardi dei bambini. I bambini sono sempre il mio primo pensiero… E quegli sguardi non li ho mai visti, da nessuna parte. Non hanno guizzo. Quando vai in ospedale e incontri i piccoli malati, comunque, nonostante la malattia, vedi dei bambini. I piccoli che vivono in territori di guerra sono bambole, sono senza vita, con lo sguardo vuoto». 
 
Quale storia è difficile dimenticare?
«Quando parliamo di guerra pensiamo a qualcosa di lontano. Allora faccio un esempio vicino: quando c'è stato il terremoto in Emilia, anche io sono andato, insieme alla Protezione civile. Quando la sera tornavo nel mio campo, ad aspettarmi c'era un bambino, Florin: la sua casa era crollata, ma non so altro, perché non domando mai qual è la storia familiare. Lui aveva capito che facevo il mago e ogni sera mi chiedeva qualche giochino. Poi un giorno mi ha posto una domanda: «Sei un mago? Se sei un mago, fa sparire il terremoto». Mi ha spiazzato. Poi ha aggiunto: «No, non farlo sparire. Senza terremoto non ti avrei mai conosciuto». I bambini guardano il mondo in modo semplice. In Iraq, per esempio, i bambini semplicemente giocavano alla guerra, riproducendo la realtà intorno a loro, come accade anche in certi territori italiani difficili». 
 
Perché hai scelto di fare il clown?
«Ho capito che era quella la mia cosa. Per me è come essere dentro un gioco di ruolo e fare cose che in pubblico non puoi fare. Facendo il clown io non sono Mattia, ma sono ciò che voglio. E quel pezzo di plastica sulla mia faccia diventa la mia maschera che mi libera. Ed anche i bambini e i genitori si liberano, si rilassano, quando mi vedono».
 
Chi è Mattia? 
«Questa risposta cambia sempre. Oggi ti dico che è la somma di tutto quello che è successo, è la somma delle decisioni prese, è la forza».
 
Chi è Flip, nome che usi da clown?
«Flip è la parte pazza. Lui dice di sì a tutto. Non si fa domande: entra nelle tende e non sa cosa troverà».
 
Dove ti ricarichi dopo aver incontrato la guerra, il dolore, la malattia, la povertà?
«È un ciclo continuo che si autoalimenta. Viaggio per un mese, entro nei campi profughi, negli orfanotrofi, do tutto e quando penso di essere stanco mi ricarico con un loro sorriso o vedendo il sorriso dei genitori». 
 
Cosa ti hanno insegnato gli ospedali e gli orfanotrofi?
«La gratitudine: basta un niente per perdere tutto e soprattutto non abbiamo tutto il tempo del mondo. In realtà basterebbe un giro in un reparto oncologico per rendersene conto. Grazie agli orfanotrofi ho riconsiderato il rapporto con la mia famiglia: sono cresciuto con mia nonna, pur avendo una mamma e un papà. Vedendo gli orfani, ho voluto dare una seconda possibilità ai miei genitori». 
 
Hai mai pensato che dài ai bimbi quello che avresti voluto ricevere da bambino?
«Sì, colmo alcuni vuoti. È quello che chiamo sano egoismo».
 
Prossimi progetti?
«Questa estate andrò in Africa da “Una mano per un sorriso - For children”, è la mia prima volta nel continente nero. E poi andrò in Ucraina del nord, nuovamente. Ma il mio sogno è andare in Yemen, che è una Siria 2.0».
 
Hai mai avuto paura? 
«Sì. Sarei stupido se ti dicessi di no. Ho avuto paura quando mi hanno sparato e quelle due volte che mi hanno rapito. E non è vero che quando questo accade vedi la tua vita che ti scorre davanti agli occhi. Rimani pietrificato. Ma questo non mi ha impedito poi di proseguire. L'importante è andare sempre nei luoghi con la testa e con persone che conoscono il territorio».
 
Vorresti mai tornare indietro?
«Mai… sono tante le sensazioni che provo, rassegnazione, rabbia, ma mai il desiderio di tornare indietro. Sono grato quando vedo, grato nella vita e di quello che ho. Quando entro nella prossima tenda, non so cosa troverò».
 
Come ti si può sostenere? 
«è importante informarsi, prima di aprire bocca. Seconda cosa, noi abbiamo dei progetti sostenuti da fondi privati: ogni cosa ha dei costi e la compagnia aerea non fa sconti quando carichi gli aiuti umanitari. Quindi, se si vuole dare un sostegno, è ben accetto. E infine: alzate il culo! Donare due euro non basta: bisogna fare!».
 
L'allegria è un’epidemia?
«Sì… Due anni fa sul confine tra Turchia e Siria, alla fine di un incontro, il papà di cinque bambine ci ha ringraziato: «Le mie figlie non ridevano dall'inizio della guerra». Sì l’allegria è una epidemia!».

 


IL SUO MAGAMONDO


Mattia Bidoli in arte Flip, è un prestigiatore professionista, campione del mondo di Street Magic nel 2015. Friulano, da oltre quattordici anni porta la sua magia in giro per ospedali, orfanatrofi, campi profughi, carceri, zone di guerra come inviato di associazioni non governative. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo libro per Sperling&Kupfer “Magamondo – Cambiare il mondo un sorriso alla volta”.

 

 

 


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