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Cassandra: profetessa di bellezza

Grazie ad una donna in Cambogia le bombe e le pallottole vengono trasformate in gioielli

Mar 27 Mar 2018 | di Nadia Afragola | Attualità
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Ci sono storie impossibili, come quelle che si incontrano in guerra. Ci sono storie come quella di una donna che trasforma le bombe e le pallottole in gioielli. Accade in Cambogia, grazie al brand di gioielli Emi&Eve che supporta anche la bonifica dei territori cambogiani e contribuisce a far crescere l’economia. Accade grazie a una donna Cassandra Postema.
«Sono una designer diplomata in fashion e textile design al Central St. Martin College di Londra. Sono cresciuta in Asia, con un piede in Oriente e uno Occidente. Questo ha influenzato e orientato i miei interessi verso l’arte, l'artigianato e i tessuti del Sud-est asiatico».
 
Cosa rappresenta per lei la Cambogia?
«Visitare la Cambogia ha cambiato la mia vita. Sono rimasta profondamente colpita dalla popolazione, capace di conservare il sorriso affrontando difficoltà per noi impensabili. Nonostante la memoria della guerra sia palpabile, le persone lavorano duramente per ricostruire un futuro. La loro forza d’animo mi ha ispirato e mi ha dato la spinta per lavorare sodo e credere nei miei sogni».
 
Perché ha deciso di investire in una terra in cui i bambini non sono liberi di correre, perché devono fare attenzione a non saltare in aria per via delle mine antiuomo nascoste nel terreno?
«Quei sorrisi mi hanno spinto a credere di più nel futuro. Volevo far passare a livello universale un messaggio chiaro: è possibile trasformare qualcosa di negativo in positivo e questo può essere applicato a qualsiasi Paese in difficoltà. Alla base l'idea di trasformare un'avversità in bellezza attraversa la cultura. Ho scelto la Cambogia perché è una terra che ha bisogno di molto aiuto. È duro immaginare cosa è successo trenta anni fa durante la guerra, ora che le persone lavorano, piantano il riso, vanno al mercato, si sposano e i bambini vanno a scuola come in tutti gli altri paesi del sud est asiatico. L’idea di poter contribuire a questa rinascita e di diffondere un messaggio di pace attraverso i nostri gioielli mi ha convinto ad intraprendere questo progetto».
 
Cos’è una mina? 
«Il Mine Ban Treaty definisce le mine anti-uomo come “una mina progettata per esplodere in presenza, prossimità e contatto con una persona e per ferire e uccidere una o più persone”. La storia della Cambogia e delle mine è molto lunga. Sono state deposte per 20 anni in tre momenti diversi. Quest’area è ancora oggi la più pericolosa al mondo con circa 3000 mine per chilometro lungo una barriera di 600 chilometri. La zona è soprannominata la cintura minata K5».
 
Quando parla di responsabilità sociale di cosa stiamo parlando?
«Come designer, sento di avere delle responsabilità nei confronti dell'ambiente, dei materiali che scelgo, nei confronti delle persone che realizzano i nostri prodotti e anche di chi li indossa. La sfida è mantenere l’equilibrio tra questi princìpi fondamentali. Con Emi&Eve ci concentriamo sulle persone che realizzano i nostri gioielli, sulla promozione di uno stile di vita sostenibile e sul creare gioielli completamente naturali e anallergici».
 
Come si trasforma in bellezza l’orrore?
«Il materiale che utilizziamo (ottone riciclato da residuati bellici di vario tipo) è il più difficile con cui lavorare a causa della situazione specifica dell'offerta. Forgiare il metallo per trasformarlo in gioielli è un lavoro duro che richiede molta abilità. Siamo molto orgogliosi dei nostri gioielli. Li produciamo anche per raccontare una storia di trasformazione di simboli di guerra, in simboli di amicizia, pace e della bellezza che sorge dalla cenere. Trasformando bombe e pallottole in gioielli, supportiamo la bonifica dei territori cambogiani, contribuiamo a far crescere l’economia e a far rivivere l’antica tradizione artigiana». 
 
La bonifica di un territorio quanto tempo e persone richiede?
«Ci sono altri dieci anni di lavoro affinché la bonifica possa dirsi conclusa. Molto dipende dai finanziamenti che arrivano dai paesi che in tutto il mondo collaborano per supportare le operazioni di recupero. Ci sono ancora dai 4 ai 6 milioni di mine ed altri ordigni inesplosi sepolti in Cambogia, per la maggior parte sparsi nelle campagne. In una nazione con circa 15 milioni di abitanti, significa che c’è più di una mina ogni tre persone. Il motto del Landmine Relief Fund, impegnati ogni giorno in questa missione, è: "Una mina, una vita". Per ogni mina recuperata, una vita viene salvata». 
 
Ha avuto modo di confrontarsi con gli agenti della CMAC (Cambodia Mine Action Centre)?
«Mi sono unita a loro per vedere con i miei occhi come si effettua la bonifica dei territori minati e quindi da dove proviene il metallo che utilizziamo. Ogni giorno gli agenti coinvolti percorrono lunghi sentieri in mezzo alla foresta e sotto al sole per identificare i siti in cui si trovano le mine. È un lavoro che richiede estrema concentrazione: un’esperienza molto intensa». 
 
Perché il modo più efficace per trovare le mine è intervistare i membri della comunità?
«Durante la guerra, i Khmer Rouge hanno arruolato la popolazione locale, bambini compresi, per deporre le mine al loro posto. I sopravvissuti alla guerra, ricordando i punti critici dove furono deposte, sono di grande aiuto nell’operazione di bonifica. Aki Ra del Landmine Relief Fund, è un esempio, lui si è assunto il compito di tornare in quei luoghi del terrore alla ricerca delle mine».
 
Aki Ra: chi è? Perché per la CNN è un eroe? 
«Il suo vero nome è Eoun Yeak. Durante la guerra, come soldato bambino, è stato costretto a mettere migliaia di mine. Uno dei suoi supervisori presso l’UNMAS, dove ha iniziato a lavorare per estrarre le mine, ha paragonato la sua efficienza con il metodo di gestione del prodotto sviluppato da Akira Kōdate, da qui il soprannome. Dal 1995 ha lavorato sistematicamente per estrarre circa 50.000 mine terrestri in tutto il paese. Alla fine della guerra, decise di ripercorrere i suoi passi per trovare le mine che aveva posizionato ed estrarle. Non solo, ogni volta che incontra un bambino che ha perso i genitori e/o un arto a causa di una mina, li accoglie nel centro di assistenza che ha creato per loro. Con tutti gli ordigni che ha raccolto, ha aperto un museo per raccogliere fondi per l’organizzazione, aiutare la Cambogia e i bambini del centro di soccorso del museo».
 
Una mina, quanto vale?
«Tra $3 e $30. Il costo per neutralizzare una mina è tra $300 e $1.000. Le cure chirurgiche per l’amputazione richiedono circa $3.000. Ma soprattutto una mina può costare una vita. Quanto vale una volta che l'abbiamo trasformata in gioiello? Spetta a voi deciderlo». 
 
Ha mai pensato di portare il suo progetto in altri territori colpiti dalla guerra?
«Sì, la nostra volontà è quella di prendere il modello di bonifica e di trasformazione del metallo, impiegando le imprese locali in altri Paesi. Non è un modello facile da replicare, vi sono diverse implicazioni culturali e politiche. Al momento ci sforziamo di sostenere in particolare gli ufficiali donna nello smaltimento delle bombe, ma la nostra speranza è di avere successo e poter diffondere la nostra filosofia anche altrove».                                                  

 


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