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Rapitori in agguato

Nuovi videogame appassioneranno i nostri figli. Che fare? Inutile rimpiangere i nostri giochi all’aria aperta. Meglio fare i conti con la loro realtà virtuale

Ven 25 Mag 2018 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Mamme attente, stanno per rapire il vostro bambino. Anzi, forse è già stato rapito. Da uno strano personaggio con armi da fuoco e capaci di spiccare salti straordinari e cambiare vestito e aspetto fisico in un’istante. Non è una creatura mitologica, ma il protagonista del videogioco del momento: Fortnite. Se avete un figlio pre adolescente è assai probabile che lo conosciate già, se sta per entrare nell’età del videogame, lo scoprirete presto. è il fenomeno del momento: un gioco che ha le caratteristiche perfette per insinuarsi nella vita dei nostri figli (e nella nostra): iniziare a giocare è gratis, dunque in partenza non spaventa nessuna tasca. è  ripetitivo, ma sempre diverso, quindi con un potere ipnotico devastante. Permette ai ragazzi di giocare da casa propria, ma restando perennemente connessi in Rete e parlandosi tra loro.

I miei restano per ore appiccicati a quel videogioco, uno “sparatutto” che li fa muovere in un mondo virtuale pieno di minacce, incontrando i personaggi “teleguidati” dai propri amici, tutti pronti a fare fuoco su tutto quello che si muove con le proprie armi virtuali.

Mentre giocano, indossano cuffie e microfono e si parlano con gli amici come se fossero nella stessa stanza. è  il sogno perfetto di ogni adolescente: un contatto continuo con i propri amici, mantenuto mentre ci si diverte, sfogando la naturale aggressività. Girando per casa li sento parlare in una neolingua che pare inventata da Philip Dick, il grande scrittore di fantascienza: “Lo hai killato?”, “Ti ha hittato”, “Andiamo a shoppare!”.
Ma ci sono almeno un paio di lati oscuri della medaglia. “Shoppare” sta proprio per andare a fare shopping. Non di vestiti reali, ma delle cosiddette “skin”, che in inglese significa pelle, e nel gioco indica l’aspetto esteriore del proprio personaggio. E se è vero che scaricare il gioco e iniziare a sparare migliaia di proiettili è gratis, cambiare aspetto al proprio personaggio invece ha un costo. E naturalmente, trattandosi di adolescenti e preadolescenti, scatta la corsa a imitare il gruppo a desiderare le stesse cose che possiede il leader, anche se sono solo dei puntini colorati su uno schermo. Il dispendio economico può diventare anche piuttosto importante. Dipende da quanto ti fai trascinare nel vortice degli acquisti e della competizione bambinesca. Il guaio è che loro, i nostri piccoli guerrieri abbarbicati alla console di gioco, possono farsi trascinare davvero tanto da un gioco che permette loro di esplorare un mondo pressoché infinito, combattere continue sfide, interagire con gli amici, costruire pezzi di quel mondo. Gli autori di “Fortnite” poi, va detto, sono bravi a catturare la loro attenzione con eventi speciali. Il mese scorso per giorni i miei due tesori hanno parlato solo della meteora che stava per cadere in un luogo imprecisato del loro mondo virtuale. Cosa sarebbe successo? Fioccavano le ipotesi: “Quella città è troppo grande, vedrai che la faranno cadere lì così ne distruggono un pezzo”. “No, cadrà nel deserto, ma cambierà il modo di giocare”. E via fantasticando su un evento virtuale in un mondo virtuale. Che però ha pesanti riflessi nel mondo reale. Se lasciati a briglia sciolta, i ragazzi resterebbero attaccati a consolle e computer notte e giorno. In fondo non hanno praticamente più bisogno di uscire di casa. Ma è inutile rimpiangere i nostri giochi all’aria aperta del passato: bisogna fare i conti con una realtà, quella della connessione virtuale, che per loro è reale come lo era per noi vedersi al campetto per tirare calci al pallone o a casa uno dell’altro a cambiare vestiti alle bambole. Io ho cercato di mettere limiti di tempo e dirottarli anche su impegni “reali”. Ho anche provato a giocare con loro (con scarso successo, ammetto: eppure scaricare il mitra su un passante può essere liberatorio…). Ma almeno ho capito con cosa avevano a che fare.
 

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