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Altro che dinosauri, il meglio č d’autore

L’ennesimo capitolo di Jurassic Park non oscura un mese pieno di proposte originali e divertenti

Mer 30 Mag 2018 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 6

Dogman
Genere: Dramma
Regia: Matteo Garrone
Voto: 5/5

Il canaro della Magliana. Un eroe, un assassino, una vittima, un carnefice, un santo vendicatore, un uomo allo sbando oppure molto lucido. Negli anni questa persona, annichilita dentro un fatto di cronaca nera che ha rasentato, almeno nei particolari più truculenti, la leggenda metropolitana, è stata tutto e niente. Per un’intera città. Matteo Garrone si fa ispirare da quella storia, di cui riprende solo il sapore acre della paura, della sottomissione, della rabbia, non pretendendo di ricostruire una realtà che è imprigionata in giorni di feroce e sconosciuta prigionia, se non ai due protagonisti. Era ferocia o necessaria vendetta? Il canaro e il pugile, l’uomo amato da tutti e Simoncino, che tiene sotto il terrore dei suoi pugni tutto il quartiere. Matteo Garrone non ci racconta la violenza, ma ciò che la alimenta. Non ci racconta come e chi supera la linea di confine tra la normalità e la follia, ma come la realtà può plasmarti in qualcosa che tu non sei. Come sempre questo regista lucido e a suo modo dall’occhio cinico e clinico, pesca nella periferia umana e urbanistica per ritratti disturbanti, dolori impossibili da domare (in questo senso bravissimo Pesce a incarnare il cattivo), viaggi senza ritorno. Lo fa con una regia empatica e molto presente, con un protagonista inusuale e bravissimo (Marcello Forte) e comprimari di livello (da Acquaroli e Adamo), con una scrittura essenziale. Il solito (e forse questo è l’unico difetto) ottimo Matteo Garrone.


Tito e gli alieni
Genere: commedia
Regia: Paola Livia Randi
Voto: 4/5

Ci sono misteri difficili da risolvere. E no, non parliamo tanto della abusata domanda “c’è vita nell’universo”, che pure è al centro di questa graziosissima e riuscita commedia. Più che altro, un grande interrogativo è come una regista come Paola Randi, che già con “Into Paradiso” aveva mostrato talento e capacità di entrare nella testa e nel cuore dello spettatore, non riesca ad avere più spazio nel cinema italiano. Forse, verrebbe da dire, ha il difetto di essere troppo originale, di non accontentarsi del solito film d’intrattenimento: allora fece una delle prime opere sull’integrazione (e da una visuale tutt’ora particolarissima), oggi si fa largo addirittura nell’Area 51 di Roswell, portandoci il buon Valerio Mastandrea, scienziato che non supera l’abbandono della moglie, se non quando è messo davanti alle sue responsabilità di zio. Ne esce un film irresistibile, con Mastandrea sempre più sellersiano, capace ormai di cesellare ogni sfaccettatura di un’interpretazione, e due ragazzi - Chiara Stella Riccio (Anita) e Luca Esposito (Tito) - che mostrano una capacità di stare in scena e di vivere questo film uniche. La Randi ci mette citazioni deliziose, una scrittura (con Massimo Gaudioso) brillantissima e il suo volteggiare tra fantascienza e indagine intima che incornicia un lavoro davvero speciale.
 

La terra dell’abbastanza 
Genere: dramma
Regia:  Fabio e Damiano d’Innocenzo
Voto: 3,5/5

C’è un genere neopasoliniano, ormai, che non possiamo più ignorare. Da Giovannesi a De Paolis, passando per “Manuel” e “Et in terra pax” e “Il contagio”, negli ultimi anni hanno avuto anche un discreto successo gli epigoni moderni di PPP. La terra dell’abbastanza, senza facili emulazioni, si inserisce dentro questo filone, rimpolpandolo e consegnandogli un angolo visuale diverso e possibile. Perché in questo film c’è l’intelligenza e l’arguzia di rovesciare tutto, di raccontare una storia al contrario. Quella di due amici, di Tor Bella Monaca, unitissimi dalle elementari: non sognano Romanzo Criminale, ma di fare i bartender. Un giorno però un incidente li porterà a uccidere una persona. Molto, troppo importante. Un boss. E questo farà guadagnare loro un rispetto e una supremazia che non avevano mai cercato, ma a cui allo stesso tempo non vogliono, forse non possono rinunciare. Se come regia ci troviamo davanti a un rigore e una fluidità di narrazione interessanti e (non solo) da cinema d’autore, come riflessione sociale e politica siamo ancora più avanti. Il tutto è impreziosito dall’interpretazione di Milena Mancini, potente e non facile, e da dei sorprendenti Max Tortora e Luca Zingaretti.
 

Dei
Genere: dramma
Regia: Cosimo Terlizzi
Voto: 3/5

Martino è un ragazzo di campagna. Martino ha un padre che ama e odia e di sicuro non vuole diventare come lui. Martino sogna di fare l’università: anzi già la frequenta, nonostante sia un adolescente, di nascosto. Ed è così, a Bari, che incontra un gruppo di ragazzi, un po’ pirati e un po’ artisti, e ne diventa amico, sodale, sponda. Cosimo Terlizzi è un geniaccio, uno che con l’immagine, da fotografo, creativo e anche come regista (ma questo è il suo esordio nel cinema di finzione) ha sempre giocato molto, inventando e spiazzando. Questa volta si cimenta con una narrazione più industriale e lineare, ma non rinunciando alla sua visione, sia nella scrittura visiva sia nella sceneggiatura, ottimamente realizzata con Jean Elia. Ne esce un film sghembo, discontinuo, ma vitale e prezioso, sempre sul ciglio, mai pronto a prendere la scelta più facile. Terlizzi mostra, insomma, in maniera diversa, di essere un autore realmente alternativo, a partire dalla scelta di un cast di talento e con visi che difficilmente dimenticheremo, anche perché fuori dall’estetica dominante del nostro grande schermo. Quanti ce ne vorrebbero di cineasti così.
 

Sposami stupido
Genere: commedia
Regia: Tarek Boudali
Voto: 2,5/5

Ci sono commedie, soprattutto Oltralpe, che si scrivono da sole. Nel bene e nel male. Stratagemmi comici e narrativi che hanno efficacia anche solo appena pensati. Quest’opera di Tarek Boudali, incentrata su immigrazione, opportunità e amore, trova nel politicamente scorretto mai troppo calcato il suo motore migliore e va avanti con il pilota automatico. Il ragazzo che si finge gay per mantenere il permesso di soggiorno, l’amico che cerca la sua identità, l’ex ragazza obesa diventata bellissima formano un triangolo di sicura efficacia comica e di furba presa sociale e “morale”. Il regista sa calibrare bene tutti gli ingredienti anche da interprete (è il protagonista), fa un casting in cui anche l’occhio vuole la sua parte (Andy Raconte, Carlotte Gabris, Camille Lou, ma anche Philippe Lacheau) e mischia pop e giuste istanze con abilità.
Intendiamoci, non sarà mai un capolavoro né finirà tra le “migliori cento commedie della storia del cinema”, ma è uno di quei film che, quando ti alzi dalla poltrona, ti lascia una buona sensazione. E non è poco.
 

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