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Mamme & lavoro un addio che costa caro

Sempre più neomamme mollano il lavoro: Italia penultima in Europa. La soluzione? Maggiori incentivi pubblici al part time

Mar 01 Set 2009 | di Maurizio Targa | Attualità
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Lavoro e famiglia, un binomio ogni giorno più difficile per le neomamme e che sempre più spesso comporta rinunce che costano caro. Alla mamma/persona, che si ritrova a dover frustrare la propria realizzazione professionale; alla famiglia, per il mancato apporto dello stipendio guadagnato dalla donna; allo Stato, per il minor gettito fiscale derivato. E per quest’ultimo, per lo Stato, il fenomeno ha l’aspetto di un vero cortocircuito: l’addio all’impiego per dedicarsi ai lavori domestici produce pesanti ripercussioni sul PIL, quindi sulla ricchezza nazionale italiana. Nel nostro Paese il fenomeno è molto più sentito rispetto alle maggiori nazioni europee: a rivelarlo uno studio dell’Università Bocconi di Milano che evidenzia lo “spreco di talento” dovuto alle difficoltà economiche che le neo mamme devono affrontare. Tre genitrici su quattro hanno dovuto compiere sacrifici in ambito lavorativo: dalla rinuncia radicale, ovvero restare a casa per badare ai bambini (22%), alla riduzione dell'orario (18%), al rifiuto di un incarico gratificante che avrebbe però sottratto tempo alla famiglia (19%). Quali le cause? è un fatto che lo Stato italiano destini appena l’un per cento del proprio PIL a sostegno delle famiglie: imbarazzante il confronto col nord Europa, col 3,5% della ricchezza nazionale dedicata alla famiglia dalla Svezia e dalla Germania, o il 4% di Danimarca, Olanda e Finlandia. In Italia mancano poi efficaci politiche di sostegno aziendale, in particolare al lavoro delle neomamme: non le ha introdotte il 50% delle aziende, mentre solo una su 4 propone l'orario flessibile e un altro 25% concede il part-time, che riguarda solo il 26,9% delle donne occupate, molto al di sotto della media europea che si attesta al 36,7%. Pochissime le aziende disponibili al telelavoro, o dotate di asilo aziendale. Che fare? La ricetta, secondo gli studiosi della Bocconi, risiederebbe proprio in una maggiore spesa pubblica per le famiglie, in particolare per la prima infanzia, e l’incentivo alla diffusione di forme di conciliazione come l’orario ridotto, ad esempio gravando di un minor carico fiscale le aziende che impieghino due dipendenti a metà orario in luogo di una sola full time. Proprio il contrario di quanto avviene adesso, quando due “mezze” impiegate costano all'azienda molto più di una a tempo pieno. Un’agevolazione che, assicurano i ricercatori, avrebbe effetti benefici anche sull’istruzione femminile. Gli studi hanno sottolineato che in Svezia, dove la quota relativa al lavoro part time rispetto al lavoro totale è del 23%, quella di donne tra i 25 e i 64 anni con un’istruzione superiore o universitaria raggiunge l’85%. In Italia, dove il part time è il 12,7%, tale percentuale è del 48%. Anche mettendo in relazione la percentuale di spesa pubblica per le famiglie con i livelli di istruzione e impiego femminili, lo studio evidenzia un migliore rapporto là dove tale spesa è più elevata. Ne sono un esempio la solita Svezia e la Danimarca dove rispettivamente il 3,5% e il 4% del PIL sono destinati a questo tipo di sostegno e dove la percentuale di donne con istruzione superiore è dell’85% e del 79%. In entrambi i Paesi, la percentuale di donne con istruzione superiore e per giunta occupate supera il 75%. In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui le famiglie ricevono meno trasferimenti, attorno all’1%, le donne istruite non raggiungono il 50%, e, tra le istruite, quelle occupate sono solo il 65% ed il 61%. 

Cos'è il part time
È considerato part time il contratto di lavoro con orario ridotto rispetto a quello normale di 40 ore - o anche meno, secondo quanto prevedono alcuni contratti - stabilito dalla legge.

Il rapporto di lavoro part time può essere:
orizzontale, quando la riduzione di orario è riferita all'orario normale giornaliero (ad esempio: 5 ore invece di 7 ore e trenta minuti); verticale, quando l'attività lavorativa si svolge a tempo pieno ma solo in alcuni periodi nel corso della settimana o del mese (alcuni mesi all'anno o tre giorni alla settimana); misto, quando si combinano il part-time orizzontale e quello verticale (ad esempio: alcune giornate lavorative a orario ridotto e alcuni periodi a orario normale).

Quando si può applicare
È possibile, per legge, utilizzare il contratto a tempo parziale in tutti i settori e con tutte le professionalità (qualche esclusione è prevista in alcuni contratti di categoria).
Oggi riguarda 1,8 milioni di persone, meno del 10% della forza lavoro.

Le laureate non mollano
Una volta lasciato il lavoro, è difficile ricollocarsi. Come evidenzia il sondaggio di InfoJobs.it, alle aziende è capitato spesso (nel 16% dei casi) o qualche volta (42%) di dover rinunciare a una candidata perfetta che però non sapeva a chi affidare i propri figli. «Dipende dal livello di istruzione - dicono dal portale specializzato -: se una donna è laureata, cercherà di mantenere il suo posto a qualunque costo, se ha un titolo medio basso è più propensa a rinunciare per occuparsi della famiglia».

Donne occupate, Italia penultima in Europa
A Lisbona fu deciso, era il 2000, che l'obiettivo occupazionale femminile da raggiungere entro il 2010 fosse quota 60%. Ad un anno dalla scadenza, i numeri della rilevazione ISTAT sulla forza lavoro in Italia nel secondo semestre 2008 parlano chiaro: il nostro Paese, con il 46,6% di donne occupate, è penultimo in Europa davanti alla sola Malta (39,9%) e dietro alla Grecia che ci precede col 47,9%. La media UE si aggira sul 57, 4%. Svettano le svedesi, che vantano il 71,8% di donne occupate; le olandesi (69,6%), le finlandesi (68,5%). La Spagna, Paese molto simile al nostro per cultura e sviluppo, pur con un tasso di inattività globale al 10,9%, ha visto crescere dal '94 al 2007 l’occupazione femminile dal 30,7% al 54,7%.

Sud Italia
Il nostro meridione è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto: le percentuali sono bloccate al 34,7% contro circa il 70% di occupate del nord. Dal 1993 al 2007 le lavoratrici sono cresciute di circa un milione e mezzo di unità nel centro nord e solo di 215 mila nel sud. Molte smettono poi di cercare lavoro, diventando ufficialmente inattive: tra 2007 e primo semestre 2008 sono state 110 mila meridionali. Il dato peggiore a livello Unione Europea.


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