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Barba: la psicologia oltre la moda

Dimmi che barba scegli e ti dirò chi sei: uno psicologo ci spiega le ragioni della barba e uno scrittore la sua storia

Mer 29 Ago 2018 | di Emanuele Tirelli | Attualità
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Pochi anni fa, il dottor Allan Peterkin ha stilato un prontuario psicologico del barbuto, indicando la barba folta come propria dell’uomo maturo, quella con i baffi a manubrio dell’uomo affascinante, quella corta dell’uomo alla moda. Anche se la moda hipster, per dire, la vuole invece lunga e ben curata.

Che cresca sul viso di un giovane o di un adulto ha una significato e una percezione differenti. Che sia curata o primitiva, ancora di più. E poi la barba è uno dei caratteri sessuali secondari maschili, ma a guardarla nessuno si soffermerebbe su questo aspetto. Che poi risponda a una moda oppure no, cambia tutto ancora di più. Una chiacchierata con Gianluca Ficca, docente di Psicologia Generale all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, scivola su questi aspetti soffermandosi sulle loro diversità. 

«I giovani, in modo più o meno inconsapevole, se la lasciano crescere per affermare la propria mascolinità. Studi di psicologia e antropologia hanno rilevato infatti che la sua presenza non è legata a un fascino maggiore per le donne, anche se naturalmente dipende dai gusti. Ma, generalmente, è correlata alla cosiddetta dominanza, alla “lotta” tra competitor della stessa specie, alla forza e all’affermazione di sé. Ha a che fare con la riproduzione e l’accoppiamento, ma in maniera indiretta».

Cosa accade invece in età adulta?
«Avviene un cambiamento. Di solito è associata alla figura del saggio. Si parla di barba profetica, ieratica, portatrice di cultura e in qualche modo di autorevolezza. E, mentre nel giovane vuol dire sostanza e mascolinità, con il passare degli anni si trasforma in superiorità intellettuale e in un certo mistero».

Ma i peli cambiano anche il volto?
«C’è chi li sceglie per camuffare un viso con macchie e cicatrici da acne, chi per proteggersi dai raggi del sole. Di solito le persone senza barba e con un viso liscio sono percepite come più aperte e sincere. Al contrario, come di chi ha qualcosa da nascondere, quasi a ricondurla a un concetto di maschera. È una questione istintiva ed è uno dei motivi per cui la maggior parte dei politici, soprattutto di spicco, ha il volto rasato, perché deve consegnare un’immagine di socievolezza e affidabilità».

E quando invece è molto curata?
«La percezione cambia completamente, soprattutto se risponde a una moda, perché è legata al senso per l’estetica, al look, e allora diventa più femminile e restituisce maggiore delicatezza. Senza dimenticare che esiste una valenza culturale, un corredo identitario, come può essere l’appartenenza a un gruppo o a un periodo: pensiamo agli anni Sessanta e Settanta».

Insomma, bisogna ragionare in modo approfondito se farsi crescere la barba o no?
«Assolutamente no. E si può cambiare facilmente idea, radendosi o smettendo di farlo per un paio di settimane, secondo il proprio gusto. A meno che non si voglia seguire una moda o una linea comunicativa legata, per chi ce l’ha, alla propria immagine pubblica. In quel caso, c’è chi potrà sentirsi condizionato dalla percezione degli altri».



 


RAGIONAMENTO INTORNO ALLA BARBA

Vi ricordate delle barbe con le palline di Natale attaccate o con i fiori? Gli hipster non sono stati di certo i primi a “giocarci”: i re persiani avevano “barbe tessute e intrecciate insieme con fili d’oro”. E di quelle particolarmente folte, nemmeno troppo lunghe, per dare un tocco vissuto e anche un po’ intellettuale? I filosofi stoici domandavano di abbandonare il rasoio per rispettare le leggi della natura e l’imperatore Adriano seguì questo gesto nella speranza di essere attraversato da una certa saggezza filosofica. Ce lo ricorda “Barbalogia. Ragionamento intorno alla barba” (curato da Manlio Della Serra, pagg. 200 – 12 €), un trattato di Giuseppe Valeriano Vannetti del 1759 pubblicato da Armillaria. Un excursus che racconta la storia e consegna ai lettori riferimenti, aneddoti e pensieri lontani. Vannetti è stato il primo ad affrontare questo studio dalla nascita dell’uomo fino agli anni in cui ha vissuto, raccontando si Adamo, dei re persiani e dei greci, barbuti sia tra i mortali che tra gli dei. Ma anche della barba corta o lunga fino a coprire tutto il collo, o con i baffi a manubrio, nel XIX secolo, e se nel 1576, l’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo diceva ai suoi di tagliarla per non imitare gli “uomini mondani”, nel 1705, Pietro Il Grande di Russia poneva addirittura una tassa nazionale sulla barba per segnare un confine tra il vecchio e il nuovo. 

 


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