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La microplastica č servita

La mangiamo e la beviamo senza accorgercene. L’analisi di laboratorio del mensile Il Salvagente su 18 bottiglie di cole, aranciate, gassose, tč freddi mostra una contaminazione al di lā delle aspettative

Gio 27 Set 2018 | di Riccardo Quintili | Attualitā
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Viviamo immersi nella plastica. La ritroviamo ovunque, la vediamo nei mari, trascinata dalle acque dei fiumi, sparsa perfino sulle cime delle montagne o nelle campagne che ci ostiniamo a considerare incontaminate.
Ora ci stiamo accorgendo che la mangiamo e la beviamo. E ci possiamo fare davvero poco, se non cambiano le cose. Difatti quella che arriva dagli alimenti, dalle spezie, dall’acqua e, come testimonia il lavoro del Salvagente, anche dalle bevande industriali, non possiamo scorgerla a occhio nudo e non siamo in grado di scansarla.
Il pericolo, in questo caso, ha un nome e una definizione scientifica precisa, anche se è solo da poco tempo che ricercatori e analisti se ne occupano, e un grado di rischio ancora in gran parte sconosciuto. Si chiama “microplastica”, questa la definizione delle particelle solide insolubili in acqua di dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Tanto piccola da non essere distinguibile e forse proprio per questo altrettanto, se non più insidiosa dei frammenti più grandi da cui deriva. Che, neppure a dirlo, sono i polimeri di maggior uso, come polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide, polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato.
Da qualche anno chi la cerca, a prescindere da cosa analizza, la trova. Se ne trova nella carne dei pesci che consumiamo e che ne accumulano anche quantità che fanno impressione, nei frutti di mare, nel sale marino, nelle acque (di fiumi, di rubinetto, perfino nelle minerali). Non risparmia neppure prodotti come il miele.
Inevitabile, dunque, che fosse rilevabile anche nei soft drink esaminati nei laboratori del Gruppo Maurizi. Semmai stupisce che nessuno dei tè, delle cole, delle gassose, delle aranciate o delle acque toniche che sono state sottoposte ad analisi si sia salvato. Da dove viene e che pericolo c’è da aspettarsi da questa invisibile ma costante invasione di frammenti che finiscono nella nostra alimentazione?
Come potrete leggere nelle pagine di questo servizio non ci sono risposte facili, né univoche. 
Oggi la catena di questa contaminazione appare molto più lunga e complessa. Come appare sempre più probabile la catena degli effetti, almeno a giudicare dai primi studi che proviamo a raccontarvi.
L’unica cosa certa è che si tratta di un’emergenza che deve mobilitare tutti - singoli, istituzioni e industrie - per evitare di continuare ad avvelenare tutto ciò che abbiamo intorno. Nell’assurda convinzione di essere immuni dall’effetto boomerang.
 
IL CAMPIONE
Diciotto campioni, acquistati sui banchi dei supermercati italiani e scelti tra i soft drink che consumiamo più frequentemente. Tè freddi, cole, aranciate, cedrate, gazzose di grandi marchi e di private label (i marchi dei supermercati). Per ognuno dei prodotti esaminati si è scelto di analizzare quattro litri e mezzo di bevanda e quello che viene riportato è il valore medio rilevato di microparticelle per litro. Con i risultati restituiti dai laboratori, ovviamente, non ha senso fare una graduatoria di quali bottiglie siano risultate più inquinate. Semmai colpisce come la presenza di microplastiche non abbia risparmiato nessun marchio, nessun prodotto.
In comune le bottiglie messe sotto esame hanno ovviamente il solo fatto di essere tutte in plastica. Rappresentano, d’altra parte, esattamente quello che trova ognuno di noi in uno scaffale di supermercato dove il materiale scelto per gli imballaggi delle bevande è immancabilmente e quasi invariabilmente proprio la plastica. Non si voleva, è bene ripeterlo, fare una scala di qualità di queste bevande, ma cercare di fotografare un fenomeno come quello della contaminazione da microplastiche in un settore industriale ancora non monitorato, come quello dei soft drink.
 
Nell’incertezza meglio evitare
Ma sono tante o poche le particelle registrate dalle analisi che vi presentiamo?
La domanda è inevitabile, ma la risposta non è semplice. Certo, tra poco meno di una particella in media per ogni litro di bevanda (questo il risultato più basso, registrato da una marca di Tè al limone) e le quasi 20 di una marca di gassosa c’è una bella differenza. Ma sarebbe bene considerare che si tratta, nell’uno e nell’altro caso, di una presenza sgradita che dunque non dovrebbe esserci. E che invece ritroviamo costantemente in qualunque analisi sia stata condotta su alimenti e bevande in questi anni.
Una contaminazione, insomma, che non risparmia nessuno e contro la quale sarebbe bene si impegnassero tutti i produttori. Anche quelli che hanno mostrato i contenuti più bassi nelle analisi realizzate dal   Salvagente.                                              
 
L'ANALISI DI LABORATORIO
Per realizzare le misurazioni il laboratorio ha scelto di utilizzare il metodo usato dal dipartimento di Scienze geologiche e ambientali dell’Università statale di New York at Fredonia. La stessa che lo scorso marzo aveva pubblicato su orbmedia.org lo studio su 253 acque minerali. Quel lavoro e diversi studi precedenti hanno mostrato come l’uso di Nile Red, il colorante Rosso Nilo, possa consentire il rilevamento rapido e la quantificazione delle microplastiche date le sue caratteristiche assorbimento selettività e le proprietà fluorescenti. Questo colorante si lega preferenzialmente ai materiali polimerici rispetto a quelli organici (alghe, legno e piume) e ad altri contaminanti ambientali inorganici.
Può essere utilizzato per il rilevamento rapido di microplastiche senza la necessità di ulteriori analisi spettroscopiche (riducendo così il tempo necessario per analizzare un campione ambientale) e da solo è sufficiente per identificare una particella di natura polimerica. Seppure contestato da alcuni dei marchi industriali coinvolti nello studio statunitense che avevano ventilato la possibilità di falsi positivi, questo metodo di prova rimane uno dei più evoluti tra quelli disponibili attualmente. E, al di là, delle inevitabili polemiche che sicuramente susciteranno anche le analisi del Salvagente, c’è da dire che i risultati registrati in tutte le prove su alimenti mostrano sempre la presenza di microplastiche.
 
In collaborazione
L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it

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