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Plastica al bando

Si protegge l’ambiente o l’interesse delle aziende?

Gio 25 Ott 2018 | di Armando Marino | Soldi
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Via anche i contenitori di plastica per fast food e sacchetti ultraleggeri. Il Comitato per l’ambiente del Parlamento europeo ha votato a favore dell’allungamento della lista dei materiali plastici da mettere al bando. La norma non è esecutiva e avrà bisogno di altri passaggi prima di diventarlo, ma la battaglia contro le plastiche che finiscono nell’ambiente è iniziata da tempo in Europa e conta su una direttiva piuttosto puntuale.

Un riflesso di questa battaglia che si combatte da inizio anno nei supermercati italiani, cioè da quando è entrata in vigore una norma nazionale ispirata alla direttiva europea, ma che in realtà ha preso strade diverse, facendo scoppiare il dibattito sugli interessi che si nascondono dietro l’obbligo europeo di sostituire la plastica tradizionale con le bioplastiche biodegradabili e compostabili, ma anche un obbligo tutto italiano di far pagare ai consumatori i sacchetti che si usano per imbustare la frutta. Era del tutto evidente che è un obbligo insensato, se è mirato a ridurre il consumo di quel tipo di sacchetti, visto che ci si può portare da casa la busta per trasportare la spesa ma non è altrettanto scontato farlo con quella per incartare la frutta, per motivi igienici. E infatti la direttiva europea prevede che su questo obbligo decidano i singoli Stati: non viene data un’indicazione. Il risultato è stato paradossale: il consumo di sacchetti si è ridotto del 30%, ma soprattutto perché i consumatori, pur di non sottostare all’obbligo di legge, hanno cominciato a comprare un maggior quantitativo di frutta già pesata e imballata, aumentando il consumo di plastica anziché diminuirlo. Di recente, un’inchiesta della Stampa ha anche dimostrato che alcuni supermercati fanno pagare le buste di bioplastica che si ritirano alla cassa anche 10-15 centesimi, mentre se le compri su Amazon le trovi a 2 centesimi l’una. La morale è semplice? Giusto proteggere l’ambiente, ma attenzione a farlo tutelando anche l’interesse dei consumatori e non solo quello delle aziende. Una norma “ecologista” funzionerà solo se non richiede grandi sacrifici ai consumatori che, vivendo in un Paese libero, tenderanno a cercare scorciatoie per evitare un surplus di spesa e fatica.


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