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Un’icona da paura che fa 90

Jamie Lee Curtis è una maestra dell’horror e, a 40 anni dal debutto, torna in sala con “Halloween”. Per lei però non è puro intrattenimento, ma un trattato sui traumi umani

Gio 25 Ott 2018 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio a fregarsene dei sieri anti-invecchiamento ad Hollywood, come fa Jamie Lee Curtis. Ma ne occorre ancora di più per confessare al mondo di essere stata dipendente dagli antidolorifici ed a trasformare quel momento buio in una serie ancora in corso di quindici libri per bambini. I due avvenimenti non sono legati, ma è proprio la maternità – ha due figli adottivi – ad averle regalato una nuova prospettiva sulla vita. Quando parla di “traumi” al Festival di Toronto per raccontare il nuovo capitolo di “Halloween”, a 40 anni dal primo film, nessuno la liquida come una “mossa promozionale”.  Per tutta la vita ha citato una frase tratta dal film “La storia fantastica” che diceva più o meno così: “La vita è dolorosa e chi ti dice il contrario sta mentendo”. Eppure l’ha capita davvero quando ha affrontato il suo problema nel 1999, dopo un articolo di Esquire in cui l’autore confessava di essere schiavo del Vicodin. «Sono stata sempre una brava ragazza – ha raccontato – tranne quando andavo a far visita a qualcuno che si era rotto una gamba. Portavo una torta fatta in casa e poi sgattaiolavo in bagno a rubargli le pillole». Il dolore, dice, ci spaventa, ma non possiamo scappare per sempre e così eccola qui a scrivere racconti per i più piccoli adatti anche ai genitori. Il merito va alla figlia maggiore che all’età di quattro anni ha iniziato una frase dicendo “quando ero piccola”. L’episodio potrebbe sembrare ridicolo, ma a lei ha fatto riflettere, così si è seduta e ha compilato una lista delle cose che da bimba non conosceva e che ora invece sa. Ancora oggi quell’idea si è rivelata vincente e l’ha aiutata ad esorcizzare le sue paure.

A quatto decenni di distanza, perché ha sentito il bisogno di fare un nuovo Halloween?
«Tutta colpa di Jake Gyllenhaal! Scherzo, ma non troppo. Ci conosciamo da tantissimo tempo e lui mi considera una specie di madrina hollywoodiana, così un giorno di punto in bianco mi ha chiamato per presentarmi un amico, David Gordon Green. È il regista con cui aveva appena girato “Stronger” e voleva a tutti i costi che ci parlassi, perché mi ha descritto l’esperienza sul suo set come la più entusiasmante della sua vita. L’ho accontentato».

E le ha proposto il film?
«Certo, al telefono, ma io l’ho interrotto dopo pochi secondi, non avevo voglia di tiritere per essere convinta, così gli ho chiesto di mandarmi direttamente il copione e che l’indomani gli avrei dato una risposta. Ci ho messo molto meno: a pagina tre mi aveva già conquistata».

Come mai?
«Questo è un film che racconta un trauma, un’esperienza che tutti noi, in modi diversi, abbiamo vissuto almeno una volta nella vita. Ma stavolta torna a galla con una dimensione diversa, familiare. Ci sono tre donne: Laurie, la figlia e la nipote alle prese con lo stesso dolore irrisolto e tramandato».

Sul set ha trovato conferma di questa sua prima impressione?
«Assolutamente. Ricordo ancora l’ultimo giorno di riprese, mentre mi avvicinavo da sola per la scena finale verso il set. Devo fare una premessa: avevo costretto tutti i membri della troupe ad indossare una targhetta con il nome perché loro conoscevano il mio e io temevo di confonderli, mentre ci tenevo a ricordarlo. In quel momento mi sono trovata di fronte oltre cento persone e tutte con un cartellino identico che diceva “Noi siamo Laurie Strode”. Ecco il senso del film: in questa vita ci siamo dentro insieme, siamo tutti feriti. Per me quell’incoraggiamento emotivo è stata la ciliegina sulla torta di un’esperienza indimenticabile e formativa».

Lei di cosa ha paura?
«La vita in sé fa paura e per di più io vivo negli Stati Uniti, fate un po’ voi. È un posto dove le cose descritte nel film succedono davvero. Certo, non ho traumi dovuti all’essere superstite e mi considero una privilegiata per il lavoro che faccio, una specie di parentesi felice sul grande schermo capace di proporre un’evasione alle brutture della realtà». 

Quali sono i mestieri che ammira maggiormente?
«Quelli di chi spende la sua vita per gli altri e la mette in pericolo, come i soldati, i poliziotti o i vigili del fuoco».

Lei invece deve tutto a quella babysitter in un film horror…
«Nessuno avrebbe mai immaginato che dopo quarant’anni saremmo stati ancora qui a parlarne. Lo abbiamo girato in meno di un mese con trecentomila dollari e ora Laurie è diventata una delle più grandi sopravvissute della storia del cinema». 

Cosa le piace di questa donna?
«Lei è una sveglia, intelligente e piena di risorse. Basta guardarla per immaginare che sia tornata a scuola due giorni dopo l’accaduto, nel 1978, e nessuno specialista l’ha mai aiutata a superare l’evento». 

Cos’ha imparato sul tema?
«Che il nostro passato non può definirci e ce ne possiamo liberare. Da piccola ubbidivo e basta, stavo zitta e buona per compiacere la mia famiglia. Ora il conformismo non mi interessa più anche se ho la tendenza a voler controllare tutto, a voler cancellare il male e il dolore dalla vita dei miei figli. Per contrastare gli effetti di una generazione di genitori anaffettivi, oggi siamo diventati tutti fan dei nostri ragazzi e così abbiamo cresciuto una generazione di narcisisti. La chiave di un rapporto salutare invece è l’ascolto. E vale in tutti i campi».



60 anni da baronessa

Jamie Lee Curtis compie 60 anni il 22 novembre. La baronessa Haden-Guest, figlia delle icone del cinema Tony Curtis e Janet Leigh, continua ad alimentare il suo status di leggenda grazie al ritorno al cinema di “Halloween”, 40 anni dopo la saga originale che ha segnato per lei un debutto eccezionale. Il titolo è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival.

 


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