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Jessica Lange - Hollywood maschilista, dammi una commedia!

Due volte premio Oscar, ha conquistato il cinema ed ora si dedica alla politica e alla fotografia

Mar 01 Set 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Faccia pulita e quasi ingenua in “Tootsie”, sexy e selvaggia ne “Il postino suona sempre due volte”, lucida pazza nella parte di Frances Farmer, talentuosa che si rifugia nella follia di un morboso rapporto madre - figlia nel suo ultimo “Grey Gardens”. Questa è Jessica Lange, una nessuna e centomila. Una donna ancora bellissima, sia pure restaurata da un bravo chirurgo, dall’animo giovane di chi ancora non si è stancato di sfidare il mondo per provare a renderlo migliore. L’abbiamo vista sorridente sulla terrazza del Timeo di Taormina col marito Sam Shepard, serena e innamorata, determinata nell’incontro con studenti e giornalisti, commossa e magnetica durante la premiazione che ha visto scomodare la direttrice del festival cinematografico di Taormina Deborah Young per porgerle il riconoscimento alla carriera. In una settimana ha detto molto e sempre con pensieri forti e originali. Eccola.

Jessica Lange da Cloquet. Mica facile raggiungere il successo dalla provincia…
«Vengo dal Minnesota, da una città operaia con una storia molto interessante. In quel luogo si sono installati i miei nonni quando sono emigrati negli Stati Uniti. È una città molto semplice: pompa di benzina, stazione di servizio…».

E' questo che le ha dato un carattere da “dura”?
«Mio padre era un grande lavoratore, che ha cercato di fare tante cose mentre io crescevo, uno che si è sacrificato molto per noi. Non so se sono una dura, ma so che come lui sono una nomade che non ha mai davvero trovato un luogo al quale sentiva di appartenere. Mia madre era una grande mamma, una casalinga e inoltre ho due sorelle e un fratello molto speciali. Sono cresciuta come una bambina della classe operaia, ho studiato alla scuola pubblica. Avevo una grande immaginazione, fin da subito, un bell’aiuto per la mia futura carriera d’attrice. Ho cominciato prestissimo a guardare i film, giocavo a “Via col Vento” e interpretavo sia Scarlett che Melanie, vivendo un mondo immaginario in cui poi avrei lavorato».

Quando ha capito che quel mondo sarebbe diventato il suo?
«Tardi, ho avuto molta fortuna: ho incontrato tante persone che mi hanno avvicinato a tante avventure. In Europa con i fotografi, a New York a danzare, a Londra a teatro, poi di nuovo a Parigi per imparare il mimo. C’era un legame tra un’avventura e l’altra e io ho potuto abbracciare tutto questo, non dicendo mai di no. E al ritorno a Parigi ho studiato recitazione: così mi sono resa conto che solo con essa potevo soddisfare tutto ciò che avevo cercato prima. La più bella esperienza fu Parigi, il mimo. Negli Usa era un momento difficilissimo, per via della guerra in Vietnam e le sommosse, sono andata via anche perché volevo un paese diverso da quello. E lì ho conosciuto meglio me stessa, cosa importantissima per chi sta sul palco o fa cinema: spesso abbiamo di fronte attori che sono solo teste parlanti, non consapevoli del proprio corpo».

Lei lo è talmente tanto da aver fatto ruoli anche molto fisici. Come in “Frances”.
«Ricordo che fu difficilissimo vivere e poi reprimere la rabbia di Frances. L’ho tenuta con me 24 ore al giorno, per le 16 settimane di set, fu un massacro. Quel personaggio mi ossessionava, i biopic (film biografici, ndr) poi sono una spada a doppio taglio. Nel caso della Farmer, poi, si ha molta documentazione, fotografie, scritti, hai molto lavoro fatto, ma c’è anche responsabilità straordinaria per il rispetto che si deve al personaggio. Mi ci è voluto molto per uscirne, mi stava entrando nell’anima e nel sangue quel ruolo. Ma è un rischio inevitabile: per fare bene questo lavoro devi scandagliare certe profondità. Devi attingere a te stessa, un lavoro duro e difficile con momenti, confesso, in cui non mi sono sentita all’altezza. Ma ruoli così, pur essendo un inferno di fatica e dolore, sono un paradiso per noi attori: magari ci fossero parti così ora!».


Stoccatina a Hollywood?
«E se la merita! Hollywood è ostaggio del mercato e del maschilismo, che non è solo nel sistema, ma già nel pubblico. A Hollywood solo un ruolo su quattro è pensato per le donne, e di questi solo il 40 % è pensato per le ultraquarantenni. E la percentuale, ovviamente, si riduce sensibilmente se sali sopra i 50 o 60. Questo dovrebbe far riflettere: io come tante altre sento di poter dare ancora moltissimo. La mia fortuna è avere tanti interessi, recitare non è l’unica cosa che amo, c’è la fotografia per esempio, la politica…».

Da dove nasce il suo impegno politico?
«Dalla mia educazione, ma anche dalla mia arte. Nell’era Roosevelt sono state scattate straordinarie fotografie che mi hanno sempre “perseguitato”. In una di queste una famiglia assisteva urlante, furiosa (le donne) e abbattuta (il marito), alla vendita all’asta della loro azienda durante la Grande Depressione: quell’immagine mi ha indotto a fare il film “Country”, che portai anche al Congresso. Un’epoca d’oro in cui mi facevano fare tutto quello che volevo!».

La pasionaria di sempre, anche ora. Dopo Vietnam, Afghanistan e Iraq.
«Combattendo Bush e la guerra, ho avuto una visione molto amara degli Stati Uniti. È stato doloroso, difficile vivere in questo paese, anche rispetto ai tempi del Vietnam: il dissenso e la protesta ci sono stati, ma con molta più rassegnazione. Ora invece abbiamo avuto elezioni fantastiche, entusiasmanti, grazie al presidente Barack Obama. Ora forse sarà tutto diverso».

Ha questo rapporto appassionato anche con il cinema?
«Il mio rapporto col cinema è il fascino che la fotografia esercita su di me. La macchina da presa ha un’intelligenza e sensibilità incredibile. Per me è come una persona che osserva e poi rilascia quello che vuole, la camera ama e odia, è un’entità a sé, così l’ho sempre percepita: un raggio di sole e luce. L’ho sempre amata, ma non in modo narcisistico e vanesio, piuttosto con un rapporto quasi intimo».

Lei è un’icona di sensualità. Anche per quella scena erotica con Jack Nicholson.
«Mai sentita un’icona della bellezza, in tutta onestà ci sono delle attrici molto più belle e “simboliche” di me. Quella scena l’ho amata molto anch’io, non è stata difficile. Io e Jack, ai tempi de “Il postino suona sempre due volte”, ci piacevamo molto e entrambi, credo, l’aspettassimo con una certa curiosità».

Cosa pensa delle madri vampiro come la protagonista del suo ultimo film?
«Edie è un personaggio più complesso, come d’altronde la figlia. Egoista, come tutte le madri. Si vogliono i figli sempre intorno, sono il nostro stesso sangue. è amore, ma anche egoismo».

Lei però ama interpretare donne uscite fuori di senno. Confessi…
«È vero, adoro la pazzia. In essa c’è una dimensione così umana, naturale! Certo non parlo delle patologie aggressive, ma di quelle  che sono sul confine, che camminano sul filo. Le pazze con spine dorsali d’acciaio le adoro, spesso sono donne che sopravvivono ad avversità tremende».                    


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