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La resistenza non morirà

Un nuovo album che è invito alle nuove generazioni, una metafora della passione per la vita, un inno al mondo classico

Gio 29 Nov 2018 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 3

Il padre della canzone d’autore, Roberto Vecchioni, a distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro discografico è tornato con un nuovo album, “L’Infinito”. All’interno dodici inediti, uno dei quali segna il ritorno sulla scena musicale di Guccini, che per la prima volta duetta con Vecchioni nel singolo “Ti insegnerò a volare”. 

Cosa c’è in questa canzone?
«Un invito alle nuove generazioni ad andare oltre la precarietà culturale dilagante. La canzone è una metafora della passione per la vita che è più forte del destino. Parla Alex Zanardi, è lui a spiegare come rialzarsi. È lui a farsi maestro. Un brano che si specchia nella canzone d’autore che non c’è, non esiste più dagli anni ’70. L’intero disco è immerso in quell’atmosfera, perché la è successo tutto. La è stato tutto come doveva essere, immaginato, scritto e cantato alla luce della cultura. Credo che sia questo il motivo per cui Francesco (Guccini - ndr) ha scelto di cantare con me: una fatica immensa tirare l’orso fuori dalla tana dopo 7 anni di silenzio!».

Nel disco anche un duetto con Morgan.
«In “Com’è lunga la notte” parlo di me, muovendomi nel tempo. L’ultima strofa è in terza persona, come se mi guardassi da fuori. Per farlo avevo bisogno di un amico, che stimo e ringrazio».

L’album si chiude con una canzone che pare essere fuori tema: “Parola”. 
«È una elegia sulla morte del linguaggio. È malinconica impotente, c’è qualcosa di felliniano nell’aria, serve a dire che in fondo la speranza non muore. Mai».

Un disco che “resiste”, pubblicato su mezzi analogici, senza piattaforme streaming e download. Perché?
«Una scelta coerente al progetto discografico. Non voglio trattare la musica come qualcosa che può essere consumato velocemente, che si può scaricare con un click. Non si può decontestualizzare nessuno dei 12 brani, ognuno è parte integrante di quel filo immaginario, che tiene insieme Alex Zanardi con Giulio Regeni, la guerrigliera curda Ayse, Leopardi. Un album manifesto, un’unica canzone divisa in 12 momenti».

Perché tanta letteratura?
«Perché è necessaria, ti permette di arrivare all’infinito. “Vai, ragazzo” è un inno alla mia passione per gli studi classici, credo aiutino a tracciare una linea di confine tra vivere la vita e il semplice trincerarsi dentro».

Da dove arriva l’idea dell’Infinito? 
«Da lontano. Era già in una canzone, “Le rose blu” e due romanzi, “Il Mercante di Luce” e “La vita che si ama”. Da anni mi ripetevo la stessa cosa: bisogna amare ciò che si vive, non solo la vita in sé che è un’astrazione, ma gli atti, i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi, i progetti che ci costruisci dentro e amarti incondizionatamente, che siano gioia o dolore, vittoria o sconfitta, pietre sparse o monumenti».

L’Infinito, oltre al titolo del disco è anche un brano. Cosa lo rende speciale? 
«È la storia di Giulio Regeni rivissuta nell’illusione della madre che non può crederlo morte e lo racconta con salti nel tempo, ora bambino, ora adolescente, ora uomo, sempre addormentato a casa sua. Non è solo un disco autobiografico, la decima traccia, “Cappuccio Rosso” è la storia di Ayse, che va a morire contro l’ISIS. È tutto “semplicemente” umano, non c’è niente di epico. Nel disco c’è il mio ’68, non il ’68. Non c’è la politica, ma come ero io in quegli anni, con i miei sogni e il mio sentirmi “compagno”. Sono un uomo del ‘900, il secolo più bello, quello che ha cambiato tutto!».

In copertina è nudo, ritratto da un maestro della fotografia, Oliviero Toscani. Perchè? 
«Gli ho detto che nel disco mi sono messo a nudo e lui ha preso la metafora e ne ha fatto la realtà. È come se guardassi verso “L’Infinito” in un momento qualsiasi della mia vita. Non sono sbarbato, non ho i capelli in ordine e sembro anche un vecchio: è giusto che l’età sia certificata». 

Musica d’autore, cosa diciamo alle nuove generazioni?
«Niente. Sono diverse le costruzioni, c’è meno letteratura, meno letterarietà, più rapidità. È una musica molto diversa, forse non emozionate comunque arriva. Rispetto a questo non si può fare nulla, ma per fortuna esiste ancora la musica d’autore all’antica, come si faceva una volta». 

È cambiato il modo di fruire la musica. È cambiato anche il modo di fare musica?
«Per quanto mi riguarda no. Immagino melodie, parole e quando vado a scriverle sono canzoni già finite. Non le provo, non aggiusto la voce, non aggiungo sovrastrutture. Il disco è stato cantato prima che mettessi sopra gli strumenti, sono stati loro ad adattarsi alle emozioni mentre cantavo».

La protagonista di questo disco è la cultura. Siamo in tempo a piantare semi in grado di germogliare? 
«Sì. La parola sta scomparendo, ma c’è una resistenza culturale notevole, qualcuno la mantiene in vita. La resistenza non morirà mai e la cultura non è solo parola, basta che i sentimenti e le emozioni escano. C’è però un grado inferiore di cultura, non si scende negli anfratti delle cose: peccato».

I suoi cantautori preferiti o sono morti o hanno smesso di fare musica. Tra i nuovi? 
«Che bella compagnia eh! C’è gente che a me piace tantissimo: Silvestri, Gazzè, la Consoli».

Che differenza c’è tra una canzone e una poesia?
«Liricamente e dal punto di vista formale certe canzoni sono altissima poesia. La variante è che la canzone tende ad essere più semplice, ad arrivare prima. De Andrè è uno dei più grandi poeti del ‘900».

Chi è il suo pubblico oggi? 
«Tutto, non riesco a capire neppure le differenze. Bambini, ragazze, donne, uomini, vecchi, giovani, gente di destra, di sinistra, di centro».

Quindi piace ai nativi digitali?
«Anche ai nativi digitali - sorride - …non sono mica scemi, sono solo nativi digitali».  



 


60 anni di carriera

Roberto Vecchioni è sposato con Daria Colombo, ha quattro figli e vive a Milano, dove è nato il 25 giugno 1943 da genitori napoletani. Laureatosi in lettere antiche, ha insegnato per 30 anni greco, latino, italiano e storia nei licei classici. La sua attività nel mondo musicale inizia negli anni ’60 scrivendo testi per grandi artisti. Il suo primo album è del 1971. A novembre è uscito il nuovo album “L’infinito”, con il ritorno di Francesco Guccini nel singolo “Ti Insegnerò a Volare”.

 


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