acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Robert Redford: Il mio lungo addio

Salutare un’icona del cinema come Robert Redford è un’impresa ardua, ma l’eredità di attore si conclude con un ultimo atto eccellente, “The old man & the gun”.

Gio 29 Nov 2018 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 10

Avrebbe potuto prenotare un volo privato andata e ritorno sulla Luna, affittare un intero grattacielo a Las Vegas, organizzare un giro del mondo in barca a vela. O qualsiasi altra idea venga in mente ad un vip per celebrare la pensione. E invece no: Robert Redford annuncia il ritiro tra le scene come se non fosse LA notizia, ma una semplice parentesi tra un capitolo della vita e il successivo. E così al Toronto International Film Festival ha visto la luce la sua ultima performance come attore, nel film “The old man & the gun”, in sala il 20 dicembre. Senza clamore, in punta di piedi, esce quasi dalla porta di servizio dell’Olimpo di Hollywood. Ma solo per prendere una boccata d’aria. In che senso? Ancora non ha deciso cosa farà “da grande”, ma di sicuro non vuole mollare la regia, che gli ha regalato le maggiori soddisfazioni, Oscar incluso. Sul resto fa spallucce, ma con gli occhi già velati di malinconia.

Cominciamo dalla domanda più attesa: si ritira davvero?
«Non dico che vado in pensione, ma mi dirigo verso altri lidi. Ho iniziato questa carriera a 21 anni ed è stato un lungo viaggio. Quindi sì, probabilmente “The old man & the gun” sarà l’ultimo progetto».

L’ultima scena l’ha commossa?
«Volevo solo divertirmi, senza pensare alla parte agrodolce dell’addio. Cosa mi aspetta dopo? Una bella dormita e qualche gita a cavallo». 

Si riferisce però alla sua carriera d’attore, giusto?
«Sì, parlo come attore, ma ci sono molte storie ancora da raccontare e quindi questo non sarà il mio ultimo atto in assoluto». 

Perché ha deciso che questo fosse il film d’addio perfetto?
«Mi interessa la complessità della realtà, ma raccontata nell’area grigia dove tutto è più complicato. E mi piace l’idea che sia una bella storia vera di un personaggio eccezionale».

In effetti Forrest Tucker è un rapinatore seriale che, ultrasettantenne, riesce ad evadere dalla prigione per concedersi l’ultimo colpo…
«Questo personaggio si adatta alla mia sensibilità, perché sono sempre stato attratto dai fuorilegge sin da bambino». 

E poi?
«E poi è divertente rappresentare la dinamica della caccia del gatto al topo. L’investigatore John Hunt (Casey Affleck - ndr) è sulle tracce di Tucker e si percepisce una tensione costante. La preda sa che sta per arrivare e il predatore che prima o poi la prenderà, ma tra loro s’instaura quasi un rapporto di amicizia, perché si capiscono a vicenda e se la possono persino godere in un reciproco rispetto che m’intriga molto».  

Stiamo vivendo tempi difficili, secondo lei l’arte può fare ancora la differenza?
«Senza entrare nel merito della politica, sono convinto che ci sia sempre una speranza per il futuro. Mai abbandonarla, neppure quando ne resta poca, altrimenti cosa faremo?»
 
E invece di godersi la fama, si è rimboccato le maniche creando il festival Sundace per aiutare le nuove leve.
«Se hai successo devi farci qualcosa di utile, usarlo come un’opportunità al servizio di altre persone. È questa la parte che preferisco dello show business ed è quella che lo rende migliore. Voglio continuare a dare una piattaforma a voci indipendenti che di solito non ne hanno. E sono orgoglioso di aver creato una vera e propria comunità artistica».

A Venezia ha ritirato il Leone d’oro alla carriera con la sua amica Jane Fonda, cosa ha rappresentato per lei?
«Prima di morire volevo tornare a lavorare con lei, ritrovare quella connessione così naturale, un ritmo collaudato, dove non servono spiegazioni o discussioni. E mi piace che abbiamo scelto una commedia, perché l’amore con l’età non cambia, semmai cresce».  

In cosa siete cambiati?
«Quando sei giovane non pensi alla vecchiaia. All’epoca ero atletico, mentre ora devo fare attenzione ad ogni movimento. Quando arrivi a quest’età devi mollare alcune cose e accettare delle restrizioni, anche creative, e non è certo facile. Con quel film abbiamo cercato di raccontare i rimorsi. È saggio aprire il cuore prima che sia troppo tardi».  
 

 



Due volte premio oscar


Charles Robert Redford Jr., classe ’36, più che attore e regista, resta un’icona della storia del cinema. Ma il due volte Premio Oscar (uno come miglior regista e uno onorario) ha annunciato al Toronto Film Festival l’addio alle scene come interprete, con il film “The old man & the gun”. La notizia è stata confermata dal regista David Lowery durante la premiere al Festival di Zurigo: a lui è stata affidata l’impresa impossibile di catturare il saluto finale del divo su grande schermo. Di strade, d’altronde, nel cinema ne ha sperimentate già moltissime. Figlio di un lattaio e di una casalinga, dopo la morte prematura della madre visse un periodo di sperimentazione e ribellione europea, per poi trovare la propria vocazione nell’arte. Ha lavorato con le stelle più brillanti di Hollywood, regalando al pubblico pellicole indimenticabili, da “La stangata” a “A piedi nudi nel parco”, che segna l’inizia dell’amicizia con Sydney Pollack con cui ha fondato il Sundance, un festival indipendente oggi tra i più influenti al mondo. Da “Il grande Gatsby” a “Proposta indecente”, ha toccato  molti generi per poi debuttare dietro la macchina da presa. Si aggiudica l’Oscar per “Gente comune”, ritira il Leone d’oro alla carriera con l’amica storica Jane Fonda, sua partner in “Le nostre anime di notte”. È padre di quattro figli, il primo scomparso prematuramente a cinque mesi.

 


Condividi su:
Galleria Immagini