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DIRITTI UMANI

I diritti violati dalle baraccopoli italiane a quella di Nairobi, passando per il mare

Gio 29 Nov 2018 | di Angela Iantosca | Attualitā
Foto di 18

Il 10 dicembre del 1948 fu proclamata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Eppure le notizie, i tg, i report, ci parlano di una continua violazione degli stessi. Come ci racconta anche l’ultimo report di Amnesty international incentrato proprio sulla Dichiarazione che quest’anno compie 70 anni.
Il report ci racconta di conflitti, alimentati dal commercio internazionale di armi. Ci parla della catastrofe umanitaria dello Yemen o delle uccisioni indiscriminate di civili compiute dalle forze governative e internazionali, dell’uso dei civili come scudi umani da parte del gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico in Iraq e Siria o dei crimini di diritto internazionale che portano a enormi flussi di rifugiati dal Sud Sudan. Ci parla di terrorismo, di tensioni e violenze nel corso di elezioni nel continente africano, ma anche in Russia e Cina. Ci parla di esodi, di crisi globale dei rifugiati. 
Ma i diritti umani vengono violati anche quando una ragazza non è libera di amare chi vuole, per ragioni religiose, quando dei bambini muoiono di fame o sete, quando viene negato il diritto allo studio, quando qualcuno viene torturato, quando non si è liberi di muoversi, quando i confini diventano barriere non valicabili, quando si è costretti a vivere in baracche, quando non si hanno servizi igienici, quando manca l’acqua. 



Il diritto alla dignità


Jacob: da vittima di caporalato a sindacalista di strada a Rosarno

testo di Angela Iantosca 

Che cosa è la dignità? Gli occhi che si fanno lucidi e profondi, il pensiero che si allontana e ripensa a ciò che è stato e al presente. Al luogo da cui è fuggito. Che cosa è la dignità? Jacob mi guarda, sorride: «Sono i diritti… vedere riconosciuti i propri diritti. Sapere di avere dei diritti. Io non lo sapevo. Ora lo so».
Jacob è un sindacalista della Flai Cgil, ha 31 anni, viene dal Ghana e vive nella Piana di Gioia Tuaro dal 2015. 
«Ho conosciuto la Cgil nel 2009, quando ero a Foggia. Poi sono andato a Castel Volturno. Lavoravo nei campi. Quando avevo problemi, andavo a Caserta a cercare aiuto presso la Cgil. Dopo aver lavorato nei campi, ho trovato un impiego in un negozio in cui vendevo vestiti. Quando ho perso il lavoro sono tornato a Foggia e ho ricominciato a lavorare nei campi. Poi un amico mi ha detto di andare a Rosarno: io avevo sentito della rivolta del 2010 e avevo paura, ma ho deciso comunque di partire. Se non fosse andata bene, sarei tornato a Napoli. Quando sono venuto nella Piana nel 2012, ho conosciuto Celeste Logiacco (ex sindacalista di strada, ora Segretario generale della Cgil della Piana - ndr) che è come una sorella per me. Ho lavorato nei campi. Ho dormito nei container. Poi un giorno, presto, vedo Celeste: abbiamo parlato, mi ha fatto capire tante cose, molte di più di quante ne sapevo. È grazie a loro se ho avuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. E grazie a loro dal 2014 non lavoro più nei campi». 
 
Nel tuo Paese avevi diritti? 
«Non come qui. Noi non abbiamo contratti come qua. Io non sapevo niente della busta paga, dei contributi. Ho scoperto qui cosa è un diritto». 
 
Hai mai avuto paura? 
«Quando chiedi un diritto, non solo per te, ma anche per altri, c’è qualcuno a cui questa cosa non sta bene. Ma ho voluto rischiare, perché noi vogliamo cambiare. Il problema non sono solo gli italiani, perché non sono solo loro i caporali, sono anche africani…».
 
Qual era il tuo sogno? 
«È una domanda difficile… Sono scappato per motivi religiosi. Io sono cristiano, mio padre voleva che diventassi musulmano. Sono stato costretto a fuggire. Ho lasciato una bimba e mia moglie. Mia sorella è stata costretta a diventare musulmana e a sposare un musulmano. Ha due figli e questa non è una cosa giusta. Ma lei lo ha fatto per paura. Io volevo essere libero!».
 
Cosa speri adesso?  
«Tanti amici mi chiedono se vado altrove. A cercare lavoro. Ma io penso di stare qui per aiutare gli altri. Perché se me ne vado, poi? Il mio sogno è rimanere, perché gli altri che arrivano poi non sanno niente. Io non sapevo niente e devo insegnare a chi arriva ciò che ho imparato. Io non sono bravo, ma qualcosa ho imparato. E poi vorrei portare qui mia figlia, Benedecta, che oggi ha 12 anni. Sto chiedendo la carta di soggiorno per avere un’altra possibilità rispetto ad un ricongiungimento familiare. Voglio dare un futuro diverso a mia figlia. Tra le altre cose volevo ringraziare le Forze dell’Ordine. Senza di loro non siamo nulla. Hanno fatto un lavoro meraviglioso. Girando negli anni passati non ho mai avuto un rapporto con le istituzioni come in questo momento. Perché oltre al sindacato di strada e allo sportello, garantiamo un aiuto ai migranti anche al Commissariato. Li accompagniamo durante il percorso di rinnovo dei documenti. Cosa che è competenza della Questura. Ma noi comunque diamo una mano nella compilazione dei documenti e anche per eventuali ricorsi o per la lingua. Oggi posso dire di aver acquistato fiducia nelle istituzioni». 

L’Impresa ad Haiti
4 registi a gennaio andranno ad Haiti per documentare l'impresa di un drappello di uomini e donn, la Missione Belém, che stanno provando a salvare il popolo di una favelas. Con milioni di tonnellate di macerie del terremoto già sono riusciti a costruire le scuole. Ora devono edificare un ospedale. Per farlo occorre 1 milione di dollari. I 4 racconteranno l'esperienza via Instagram e su tutti i social per fare partecipare più persone possibili. Info: www.gofundme.com/perche-ti-ho-visto.




Nella baraccopoli di San Ferdinando


Celeste Logiacco tra gli ultimi a spiegare diritti e doveri

«Dire che c’è una sola tendopoli è una falsità. C’è la baraccopoli che nella passata stagione ha ospitato 2000 lavoratori. Ora ce ne sono più di 1000. Poi c’è il campo con i container che ne ospita 200 e poi la tendopoli ‘provvisoria’ voluta dalla Prefettura che ne ospita altri seicento circa...». 
A parlare è Celeste Logiacco, ex sindacalista di strada per la flai Cgil ed ora Segretario Generale della Cgil della Piana. Con lei trascorro un pomeriggio per capire cosa accade, chi sono i migranti, cosa chiedono, cosa cercano e dove si stanno nascondendo i diritti. 
«Quelli che sono qui arrivano da Caserta e da Foggia. La stragrande maggioranza ha permessi di soggiorni. Molti sono qui per motivi umanitari e richieste di protezione internazionale. Abbiamo verificato che molti hanno avuto un permesso per lavoro subordinato. Di solito vengono a Rosarno perché hanno perso lavoro altrove e Rosarno, anche se c’è un calo dell’offerta, continua ad essere un punto di incontro importante… Vengono dal Ghana, dalla Nigeria, dal Senegal, dal Burkina Faso, dal Niger e la maggior parte scappa da condizioni di fame, ma anche dalla guerra. Molti non vogliono neanche rimanere in Italia, ma sono bloccati qui… Spesso hanno parenti nel nord Europa e lì vorrebbero andare».
Mentre parliamo entriamo nel campo fatto di container. Qui incontriamo molti ragazzi, giovani e meno giovani, alla fine della giornata di lavoro. Qualcuno arriva in bicicletta. Un ragazzo è appena tornato dal Belgio. Cerca lavoro ma fa fatica a trovarlo, nonostante abbia tutti i documenti regolari. Cerca una casa, ma nessuno gliela affitta. è stanco. Sorride mentre ci dice che ha la testa piena di pensieri. Sono anni che va avanti questa storia, sono anni che incontra diffidenza. Vuole andare via. Per sempre. Prende una bici e va a fare un giro. Altri si avvicinano e chiedono informazioni: mostrano documenti, chiedono come comportarsi. Capita spesso che abbiano contratti regolari (questa è la nuova frontiera del caporalato), ma che i “capi” poi non versino i contributi corrispondenti alle giornate lavorate. Se gli va bene ricevono 25 euro al giorno. Oppure vengono pagati a cottimo: 1 euro per ogni cassetta di mandarini, 0,50 centesimi per ogni cassetta di arance. Prezzi bassissimi ai quali vengono sottratti, di solito, altri 2 o 3 euro: «I caporali chiedono questo “pizzo” ulteriore perché li vanno a prendere con un pullmino per portarli nei campi e gli danno un panino e l'acqua, sempre che sia dato loro il tempo di mangiare… Una tassa questa che si potrebbe evitare se fossero garantiti servizi di trasporto pubblico...». 
Cani randagi gironzolano tra i container fatiscenti, appoggiati sulla sabbia. Eppure questo è considerato un albergo a cinque stelle se confrontato alla baraccopoli di San Ferdinando. Qui le “abitazioni” sono fatte di legno, lamiera e tende, ma anche plastica. Sono strutture rimediate, provvisorie. Ci sono bagni che non possono essere definiti servizi igienici e fòsse che a volte vengono ricavate per poter espletare i propri bisogni. I canaloni sono pieni di spazzature e bottiglie. 
«Il campo ha al suo interno un parrucchiere, dei negozietti, un angolo in cui si riparano biciclette. Fino a qualche tempo fa c'erano anche delle macellerie, poi le hanno chiuse per l'assenza totale di igiene». Ma, quando possono, continuano a macellare qualche animale. Diversamente non si può fare - . Nella tendopoli da qualche tempo c’è una importante presenza di donne. E anche nella baraccopoli dove per ora sono una ottantina. Alcune sono sole, principalmente nigeriane. Altre con il marito. Le più vulnerabili sono le giovani donne. Alcune scappano dai centri di accoglienza, alcune hanno finito l’iter e molte non sanno che fare». Ma oltre alle donne, da un paio di anni, si registra la presenza anche di bambini. 
Giriamo tra le baracche. In molti ci vengono incontro: parlano la loro lingua o francese e inglese. Portano fogli, fotocopie di carte d'identità. Un ragazzo si lamenta di una multa, un altro del negozietto che ha dovuto chiudere. Accanto qualcuno vende abiti, valige, qualche sedia, qualche pentola. Oggetti ricavati. Un modo per guadagnare qualche spiccio. Alcune donne rientrano dalla giornata di lavoro all'esterno: sono state in strada tutto il giorno. 
Della musica proviene da una tenda, sostenuta da un generatore che fa più rumore della musica stessa. La testa di una capra mi guarda da un bancone, mentre cala la sera sulla baraccopoli. Non ci sono luci. I corpi degli abitanti di questo villaggio si confondono nel nero della notte. 
Mentre in un angolo, in molti si preparano ad entrare in una baracca che si è fatta moschea per pregare… 




Una ex pista diventa baraccopoli


Quasi 3mila persone in un luogo abbandonato

testo di Emanuele Tirelli

Da 400 persone a un numero che oscilla dalle 2 alle 3mila unità. Oggi è impossibile definire con precisione quanti uomini, donne e bambini ci siano in aperta campagna, sulla pista dell’ex aeroporto militare di Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia. Nel 2015 è uscito il documentario “leviteaccanto”, nel quale il regista Luciano Toriello ha raccontato quella realtà attraverso le storie di quattro giovani migranti e il loro tentativo di un’idea di famiglia. Da quel momento la situazione è cambiata molto, sia nei numeri che nella diversità, e a gennaio uscirà “Vision with ambition”, il nuovo lavoro che Toriello ha fatto a distanza di mesi proprio in quel luogo, che ultimamente è spesso all’attenzione delle cronache per la criminalità e gli incendi delle baracche. Anche perché una comunità così numerosa, fatta di persone, non può essere considerata con un’unica etichetta.

Cos’è?
L’ex pista è una baraccopoli. Nel 2007 è diventata luogo d’accoglienza della Prefettura, con 34 container e altrettanti servizi igienici in muratura. Da quando è stato costruito il C.A.R.A. (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, attualmente con 280 ospiti) proprio lì accanto, l’ex pista si è trasformata in un posto abbandonato e autogestito: una comunità africana accogliente di 400 persone, quasi tutte regolari, la maggior parte con il proprio lavoro, stagionale e non. Poi, quando il ghetto di Rignano è stato smantellato, anche questo in provincia di Foggia, molti di quelli che non hanno trovato ospitalità a San Severo o altrove, sono arrivati nella struttura di Borgo Mezzanone, facendo lievitare incredibilmente il numero della comunità preesistente. Un numero che varia insieme ai lavori stagionali nei campi, e che fa sorgere continuamente baracche in plastica e cartoni, e ultimamente in lamiere e pietre di tufo.

Più facce della stessa medaglia
«Il cambiamento ha portato prostituzione, droga e ricettazione - dice Dina Diurno, volontaria della Caritas che presta servizio sull’ex pista -. Ma ci sono anche molte persone normali che si spaccano la schiena nei campi, che lavorano, che hanno creato una microeconomia da villaggio come barbieri, sarti, manovali, meccanici... I diritti sono indubbiamente lesi, ma c’è pure la dignità di moltissime persone che cercano di sopravvivere e di ricucire la propria identità senza delinquere. Ci sono accoglienza e condivisione, con un grande senso di umanità. Ci sono anche due comunità di preghiera: una moschea e una chiesa pentecostale molto frequentate. E la Caritas collabora quotidianamente con le istituzioni per segnalare o accompagnare situazioni di difficoltà, mai di delinquenza, che non sosteniamo e non appoggiamo».

Integrazione
È impossibile immaginare che droga, prostituzione e ricettazione siano esclusivo appannaggio di alcuni degli abitanti di questo villaggio abusivo, perché, per sopravvivere, questo mercato ha necessariamente bisogno di essere alimentato anche dagli italiani. C’è infatti chi va a vendere frutta e verdura, vestiti e materiali, e chi invece rimpolpa le attività illegali.
«Non possiamo guardare alla pista con una definizione unica - continua Diurno -. Inoltre, quando parliamo di accoglienza in Italia, non dobbiamo badare esclusivamente al vitto e all’alloggio. Perché le persone si integrino davvero c’è bisogno di far venire fuori le loro competenze, comprese quelle che avevano già nei paesi di provenienza. È solo in questo modo che possono ritrovare la propria dignità e rappresentare anche un valore aggiunto per la società italiana della quale entrano a far parte». 




La dignità in una giacca e cravatta


testo di Angela Iantosca

«Il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della società umana è la base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. I diritti umani si possono riassumere, dunque, in miniera molto semplice nel diritto alla vita».
Francesco Malavolta è un fotogiornalista, uno di quelli di frontiera, uno di quelli che segue i flussi migratori, gli sbarchi, che racchiude in uno scatto storie, speranze, dolori, ricongiungimenti, sogni. Vite. Da più di venti anni fa questo che non può essere solo un lavoro. Al centro del suo mondo, quei popoli in movimento che ha cominciato a seguire a partire dall'esodo degli albanesi in fuga durante gli anni ’90, testimoniando così quello che va considerato un tratto peculiare della natura umana: la migrazione, il movimento, lo spostamento. 
 
Cosa sono i confini?
«Costruzioni mentali… Basta vedere quello che succede giornalmente non solo in Italia. Le emergenze sono altre, non le 22mila persone arrivate da noi, ma quel milione di persone passate in Bangladesh, sono i campi in Giordania, in Libano… sono le circa due persone che ogni due secondi devono lasciare la propria casa. Sono i 68 i milioni di sfollati nel mondo. Queste sono emergenze!».
 
Il tuo confine estremo?
«Sono arrivato fino allo Sri Lanka, dove sono stato inviato dall'OIM ONU per raccontare storie di ritorno».
 
Perché si va via? 
«Si va via per la fame, per la guerra… Una volta ho incontrato dei ragazzi del Senegal, che stavano sulla costa dove vivevano di pesca. È successo che, negli ultimi anni, la pesca è sparita, perché sono arrivati quelli che portano via tutto, senza rispetto… quindi cosa è successo? Che quei ragazzi, che non sapevano fare altro e che non volevano tornare nell’entroterra, sono dovuti partire verso la Libia, dove la situazione, dopo la morte di Gheddafi è un disastro. Prima, chi andava via dal centro Africa andava lì per lavorare e poi tornava indietro. Ma poi le persone non sono più tornate indietro, perché il Niger è diventato un luogo maledetto. Quindi si sono trovati su un gommone per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Francia e in Inghilterra per questione di lingua e per ricongiungersi con altri familiari. Ma il vecchio trattato di Dublino spesso li costringe a stare in centri di grosse dimensioni, che rischiano di produrre altra immigrazione irregolare, trasformandoli in clandestini!».
 
Tu racconti persone che in qualche modo non hanno più radici: e la tua?
«Io mi sento senza passaporto. Sono calabrese e vivo a Palermo, ma soprattutto sto sempre in mare. Tuttavia mi sento a casa quando vado nella mia Calabria, che è una nazione a sé e terra di migranti… Basta pensare al modello Riace, che nacque a fine anni ‘90 con uno sbarco di curdi. C'erano case abbandonate e l'amministrazione comunale decise, con il benestare della Prefettura, di dare le case ai migranti, ricostruendo un paese destinato a morire…».
 
La censura esiste nel tuo lavoro?
«Ti rispondo raccontandoti un episodio. Nel 2011 mi trovo  fotografare un barcone che arrivava dalla Libia. A bordo di questa barca c'erano 250 persone. Tra queste un uomo diverso dagli altri: aveva un abito da lavoro. Era scappato dal suo Paese per motivi politici, conosceva quattro lingue e aveva due lauree. Proprio per questo aveva deciso di partire con l’abito che usava tutti i giorni, per lanciare un messaggio di dignità. Per far capire che il migrante è questo: una persona con una sua vita che si trova a dover lasciare la sua terra. Faceva impressione vederlo così con i 40 gradi di Lampedusa… In quel momento lavoravo per un’agenzia internazionale a cui mandavo le foto. Le agenzie funzionano così: comprano la tua foto, la mettono on line e poi i giornali interessati la comprano. Ebbene, quella foto, così dirompente e diversa, che lanciava più messaggi, è stata pubblicata in tutto il mondo, anche su riviste importanti ma non in Italia, per quasi tre anni! Perché? Perché noi siamo abituati a vedere i migranti senza scarpe, arrabbiati, stanchi. Non in giacca e cravatta, un’immagine che fa più paura. Poi fu riesumata da Left per uno speciale sulla dignità...». 
 
Ci sono momenti in cui abbassi la macchina fotografica?
«Se mi viene chiesto dall'altra parte sì. Altrimenti cerco sempre di scattare. Durante i soccorsi comunque ti è vietato per non essere di intralcio. Ci sono situazioni che sicuramente vanno fotografate con cautele. Come le foto ai morti. Loro non vanno fotografati, soprattutto in viso. Perché non tocca a noi come fotografi far sapere ai parenti che una persona è morta. Poi ci sono volte in cui non c'è nulla da fotografare...». 
 
Come ti ha cambiato questo lavoro?
«Ero su una barca, era marzo, c'era mare. Di quella notte mi rimangono le urla. Ricordo che c’erano urla ovunque. Con un faro provavamo a localizzare da dove provenissero le voci… Ricordo che ne prendemmo una quarantina. Poi all’improvviso le urla sono finite: era l’alba e c’era solo questo silenzio piatto. Intorno a noi, l’acqua illuminata dall’alba era una macchia di gasolio, senza corpi. Io sono nato in un paese di mare in Calabria, a Corigliano Calabro e vivo a Palermo, lavoro in acqua da sempre, ma oggi, se entro in acqua, non riesco più a nuotare».
 
Cosa rimane dopo?
«Mentre lavori sei abituato a quelle condizioni, ti metti uno scudo per proteggerti. Dopo un po' di tempo, a volte all'improvviso, quello scudo cade… Mi è capitato una volta, in aereo, mentre sistemavo le migliaia di foto che ho scattato in questi anni. Il mio occhio si è soffermata su una di queste foto e sono crollato… L’avevo scattata su un’isola greca. C’era una mamma che cercava un giubbotto per sua figlia, in caso di naufragio. Ma non lo trovava. Ce n'erano alcuni finti che venivano venduti a 100 dollari. Ad un certo punto la mamma ha una intuizione, prende una cassetta di polistirolo e la sistema in  modo da trasformarla in una sorta di salvagente... ho fotografato quel momento e un giorno quello scatto mi ha fatto crollare».                                          



Nello Slum di Nairobi


Due ragazzi in carrozzina nella baraccopoli di Nairobi e nell'Unità Spinale della capitale kenyota per incontrare gli ultimi nei confini del possibile

testo di Angela Iantosca
Foto di Gabriele Bertotti

Ci sono luoghi in cui gli esseri umani nascono liberi e diventano schiavi. Schiavi della povertà, di una casa, di uno status, di un’idea, di altre persone, ma anche delle baraccopoli, di un desiderio di emancipazione che si traduce in una prigione. Una prigione in cui si cresce senza diritti, dove l'unica cosa che rimane è la fratellanza. Ad ottobre Luca Paiardi e Danilo Ragona, due ragazzi in carrozzina che abbiamo già ospitato nelle pagine del nostro giornale, con il loro progetto Viaggio Italia sono stati in Kenya, dove hanno avuto la possibilità di entrare nello slum. Un’esperienza forte, che non tutti possono vivere. Ancora più straordinaria per la loro condizione. Noi abbiamo incontrato Luca che ci ha raccontato questa impresa. 
 
Forse siete i primi ragazzi in carrozzina ad essere entrati in questo luogo che ha il sapore dell'Inferno. Cosa pensavi fosse un diritto umano?
«Questo viaggio non mi ha cambiato la concezione dei diritti umani. Mi ha reso lampante e chiaro che i diritti umani sono universali, ma non ancora applicati a tutti. Per me un diritto umano è qualcosa che va riconosciuto a tutti perché si possa avere una condizione di dignità, sia con se stessi che con gli altri». 
 
Siete stati nello slum di Nairobi: quanto è difficile entrare?
«Siamo entrati nello slum grazie a Afreeca Eclectics, organizzatori di viaggi in Kenya, che ci hanno messo in contatto con Stuart McGreevy, fondatore del progetto Kinder Garden. Stuart è un businessman della City di Londra e da anni ha deciso di lavorare per cambiare le cose. La sua azione si concentra a Kibera, uno degli slum di Nairobi, dove vive quasi mezzo milione di abitanti (a Nairobi, un abitante su due vive in uno dei tanti slum della città. Il più grande è Kibera - ndr), con fognature a cielo aperto e un'aspettativa di vita al di sotto dei 40 anni. Qui, nel cuore di questa povertà, Stuart dà da mangiare una volta a settimana a 300 bambini, un pasto che è l'unico completo per quei bambini. Ci ha molto colpito il rispetto mostrato dalle persone nei confronti di Stuart. Non è facile entrare, soprattutto per i bianchi, anzi è molto pericoloso. Ma non per lui. Questo rispetto è qualcosa che ha conquistato negli anni grazie alle sue azioni concrete».
 
Un progetto importante quello di McGreevy al quale se ne uniscono altri.
«Oltre a servire il pasto completo una volta a settimana, si occupa dei bambini quando finiscono la scuola dell'infanzia. Per loro ha messo su un progetto per permettergli di fare sport e li porta a giocare a rugby, in una condizione di normalità che per loro è lusso estremo. L'obiettivo suo non è quello di fargli vivere un giorno di lusso, ma dargli la dimensione di ciò che potrebbe essere la loro vita futura, fuori dallo slum».
 
Un luogo dal quale si rischia di essere risucchiati, come se fosse un vortice di male a cui è difficile sottrarsi. 
«Ciò che mi ha colpito non è solo la condizione di povertà, ma è quella condizione che spinge chi vi abita a considerare normale vedere calpestata la dignità. Qui le persone perdono la capacità di pensare ad un futuro migliore». 
 
Forse anche per cambiare la condizione stessa dello slum, che sembra che nessuno voglia davvero risolvere. 
«È così enorme che ci vorrebbero grandi finanziamenti per radere al suolo tutto e creare una alternativa. Non solo: le terre su cui sono costruite le baracche sono affittate dai proprietari terrieri a chi ‘costruisce’ le baracche. E quando le organizzazioni umanitarie hanno provato a togliere delle baracche e costruire case, hanno peggiorato la situazione, perché le case costruite sono alla fine state vendute…». 
 
Eppure, nonostante manchi tutto, la dignità alloggia nelle loro case. 
«Abbiamo avuto modo di parlare con chi abita lì. Erano tutti incuriositi da questi due strani visitatori per di più bianchi. E la cosa sorprendente è che cercavano di essere ospitali. Nonostante non avessero niente. È anche difficile capire di cosa vivono, se non di espedienti e di qualche soldo guadagnato dalla vendita di prodotti nel mercato interno. E poi vivono soprattutto di sussistenza». 
 
Una sussistenza alla quale forse non erano preparati.
«Le persone che arrivano nello slum vengono dalle campagne in città. E poi finiscono là pensando di uscirne. E invece vengono assorbite. Chi vive nelle campagne, pur nella povertà, vive meglio. Nello slum non si ha neanche il tempo di diventare adulti. Le ragazzine subiscono violenza e anche i bambini. È un inferno. Hanno tanti figli e vivono in una stanza in molte persone. Il sole non filtra in queste stanze che per loro sono case. Non c'è acqua corrente. Non ci sono servizi».
 
Luca e Danilo hanno visitato lo slum e poi l'Unità Spinale di Nairobi, luogo in cui hanno incontrato ragazzi e ragazze in carrozzina, con i quali hanno potuto confrontarsi e riflettere ancora una volta sui diritti umani.
«I ragazzi dell'Unità Spinale di Nairobi non hanno i nostri stessi diritti. Il fatto che esista è una grande fortuna, ma il problema nasce dopo. Quando queste persone escono, vengono totalmente abbandonate o affidate alla comunità di provenienza, perché in Africa, soprattutto nelle campagne, c'è un forte senso della comunità, per cui davvero dove si mangia in 9 si mangia in 10 come se fossero grandi famiglie. Il punto è che ci sono molte situazioni di povertà, sia economica che culturale, che non permettono di affrontare una disabilità... Questi sono i casi in cui ti senti impotente. Noi abbiamo raccontato la nostra esperienza e poi abbiamo potuto portare una carrozzina ultraleggera per aiutarli, perché le ultraleggere lì sono rare. Ma non abbiamo mezzi per poterli aiutare dopo…».
 
Eppure anche qui, come in altri luoghi della terra, il cambiamento dipenderebbe da loro. 
«Dovrebbe essere costruita una coscienza civile. Noi abbiamo provato a spiegargli che anche da noi 70 anni fa le persone disabili avevano meno possibilità, che non c'erano le pensioni civili. E che anche l'Europa non è sempre stata così».                        


VIAGGIO ITALIA 
Danilo Ragona è un progettista designer (è imprenditore, presidente della Able To Enjoy), Luca Paiardi è architetto, tennista e musicista (è il bassista degli ‘Stearica’). Nel 2015 hanno dato vita a Viaggio Italia, un viaggio in Italia prima e oltre i confini nazionali, poi fatto di sport, incontri, prove, scambi, imprese affrontate a bordo delle loro carrozzine, sulle quali si muovono da 20 anni per una lesione spinale traumatica in seguito ad incidente. Sino ad ora sono stati in 50 città, hanno viaggiato per 150 giorni, hanno praticato 30 sport e oltre l’Italia hanno visitato Fuerteventura, Rio, il Ladakh e il Kenya. Le loro imprese sono diventate anche viaggi del ‘Kilimangiaro’. 
Info: www.viaggioitalia.org.

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