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La dura legge del Kanun

L’incontro esclusivo con una madre e un figlio chiusi in casa a Scutari, in Albania, per sottrarsi alla legge della vendetta. L’incontro con la maestra che va nelle famiglie vittime di Kanun

Gio 29 Nov 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 10

Una tuta verde, un paio di calzettoni viola e ciabatte rosa ai piedi. La pelle scura, i capelli neri e lunghi, chiusi in una treccia. Lo sguardo penetrante, fiero, a volte smarrito e incompiuto. Tiene le mani conserte in grembo mentre mi ascolta ed ogni tanto con il palmo della mano si asciuga una lacrima. Accanto a lei il figlio: silenzioso e accigliato, imprigionato in una vita che non ha scelto. Arrivo in una mattina di sole a casa di M., madre e moglie, costretta da anni a difendere i suoi figli e se stessa dalle regole del Kanun. 
Sono partita da Scutari, nel nord dell’Albania, per raggiungerla. Con me in macchina Liliana Luani, un’insegnante che da anni si occupa delle famiglie in vendetta in Albania, e Violeta, un’amica che fa da interprete. Attraversiamo la città, il mercato, che è un suq. Sul marciapiede cespi di lattuga, carne, abiti usati. Galline ancora vive si agitano appese al manubrio di una bicicletta. Sotto il sole le squame dei pesci ormai spenti luccicano e rimandano guizzi di vita. Signore con la testa coperta da un velo, sedute in poltrone ampie e capaci di contenerle, trattano sul prezzo, contano i lek, la moneta albanese, e imbustano la merce. Divani beige, dismessi, disposti davanti saracinesche alzate aspettano chi vuole rinnovare il salotto di casa. Le auto soffocano l’aria. Accanto ai banchi provvisori del mercato i tavolini e le sedie dei bar sono occupati solo da uomini in attesa del pranzo: bevono birre e parlano animosamente, mentre il loro occhio cocciuto osserva le donne che sfilano di fronte a loro. Sul mercato fanno ombra palazzi incompleti, alcuni sventrati, altri decorati con fiori e tendine. Fili sovrastano la strada, disordinati, parabole, antenne e condizionatori sporgono dai balconi, moderni orpelli che ricordano le strade di Casablanca o di altri Sud. 
Ci allontaniamo dal centro e ci dirigiamo verso la campagna. Ai lati della strada scompaiono i negozi e le case. Si allarga lo sguardo e il respiro. Qualche casa di campagna fa capolino in mezzo alle coltivazioni. 
Violeta rallenta. Il rumore della freccia mi indica che siamo quasi arrivati. Proseguiamo su una strada sterrata. Poi un cancello si apre e la vedo. Vedo quella tuta verde e quei capelli scuri chiusi in una treccia. Ci sorride, accogliente, mentre spinge con forza il cancello. Superiamo quella soglia. 
Un giardino fa da preludio alla casa nella quale ci rifugiamo. 
«Meglio non stare fuori», dice Liliana.
È una giornata di sole, ma in quell’antro che M. chiama casa la luce sembra non entrare. 
Ad aspettarmi in piedi il figlio, D., 14 anni e un futuro che ha le dimensioni di quella stanza in cui si concentra tutta la loro esistenza. Ci salutiamo stringendoci la mano. Poi guardo M. e congiungo le mani come in una preghiera per farle capire che le sono grata di avermi accolta. Mi capisce. «Si sente mortificata per il luogo in cui ci troviamo - mi spiega Liliana -. È dispiaciuta di non poter onorare un’ospitalità che in Albania è sacra». Muovo la testa e lei comprende che non importa dove ci troviamo. 
All’ingresso la cucina è un piano con un lavandino sul quale sono poggiate vivande e suppellettili. In fondo una tenda, leggermente scostata, nasconde il bagno. Alla nostra destra tre tende annodate separano la cucina dalla zona giorno, che è anche camera da letto. Sulla sinistra un letto ad una piazza e mezzo rivestito da una coperta color nocciola, dietro il camino, chiuso con una tenda di pizzo bianco e trasformato in armadio provvisorio. Sopra, sul muro, una foto di Madre Teresa di Calcutta, una di Gesù e l’immagine di un santo. Panni piegati, una giacca appesa. Ci sediamo sulle due poltrone disposte intorno ad un tavolino, realizzato con del compensato. Anche il divano deve essere stato recuperato in qualche modo. Dietro di me l’unica finestra della casa da cui entra qualche raggio. 
M. si siede sul letto, di fronte a me. Il figlio sceglie l’angolo, quasi pronto alla fuga con il corpo rivolto verso la porta e quel fuori per lui inaccessibile. Una linea profonda, definitiva, gli solca la fronte bassa. Mi è sembrato felice di vederci, poco fa. Mi ha sorriso quando mi ha stretto la mano. Ma ora è serio. Ottuso. Con lo sguardo fisso verso quell’angolo che è anche il rifugio della sua mente.
Lei mi guarda dritta. Ogni tanto respira come se avesse l’affanno. Due figli non li vede da tempo: sono sulle montagne. Si nascondono lì. Anche lei è delle montagne, di Dukagji, uno di quei paesi in cui vige il Kanun, il Canone, che affonda le radici nella notte dei tempi, con le sue leggi trasmesse oralmente e che oggi sembra interessare una trentina di ragazzi. 
M. ha altri due figli, oltre D., di 18 e 20 anni. Il marito è in carcere perché ha ucciso un uomo. Ha ucciso l’uomo che gli ha ucciso il fratello, morto - forse - per essere entrato nel campo di qualcuno a mangiare frutta. Ma il Kanun non guarda le ragioni di una morte: se un uomo è stato ucciso, deve essere vendicato e la vendetta ricade su tutti i maschi della famiglia. Anche se bambini.
«Erano abbastanza tranquilli fino a qualche tempo fa. Si era alleggerito il Kanun – spiega Liliana -. Erano poveri, ma almeno tranquilli. Finché qualche mese fa un cugino ha commesso un omicidio e la vendetta è tornata ad abbattersi su di loro. E D., che per qualche tempo e in qualche occasione era anche riuscito a frequentare saltuariamente la scuola, è tornato a vivere chiuso in casa».
Annuisce D. e guarda fisso davanti a sé. A scuola non va. Non gioca a calcio. Il mare non lo vede da non sa neanche quanto tempo. La casa in cui vivono è provvisoria: «Il proprietario – mi spiega la maestra - ha concesso ancora del tempo, ma la loro destinazione è una catapecchia». Pagano anche un affitto: poco più di 110 euro per quel monolocale soffocante e sporco, nel quale M. cerca di inventarsi un decoro. Centodieci euro, una cifra consistente se si pensa che uno stipendio medio in Albania si aggira intorno ai 300 euro ed una casa con due bagni e tre stanze a Tirana, la capitale, costa intorno ai 250 euro. 

È il primo maggio quando incontro M., che proprio oggi compie 40 anni. In Italia si festeggia il lavoro. Un paradosso se penso a quella donna che un lavoro non ce l’ha e che difficilmente potrà averne uno, che per fare qualsiasi cosa deve chiedere il permesso al marito in carcere, che non si può muovere da sola, che viene monitorata dal figlio piccolo.
«Ci siamo conosciute cinque-sei anni fa – racconta Liliana -. Mi trovavo a Dugaji, quando delle persone che mi stavano accompagnando presso una famiglia chiusa per vendetta mi hanno parlato di questa famiglia. Per poter incontrare M., tuttavia, ho dovuto chiedere il permesso al marito in carcere. Così ho cominciato ad insegnare ai suoi figli più grandi, poi a D. Il primo ha la licenza media, il secondo no». 
M. annuisce e mi guarda. L’atmosfera è rilassata. Il fatto che io sia lì con Liliana è una garanzia... Così inizio a farle delle domande. 
Da quanti anni state qui?
«Da dieci anni». 
Non lavori?
«Non ho possibilità. Ho fatto un corso di cucina, ma non ho possibilità. Vivo in un villaggio, non c’è lavoro. E poi, se uscissi per lavorare, dovrei lasciare solo D.».
Stai chiusa tutto il giorno? 
«Sì».
Da dieci anni?
«Quando i bimbi sono piccolissimi non vengono toccati. D. da cinque anni non deve uscire. Il problema si è ingigantito con la nuova vendetta. Prima avevamo preso la parola BESA, che significa parola d’onore, grazie alla quale è stato possibile fare qualche anno di scuola, o avere qualche permesso per andare ad un funerale. Sono delle concessioni particolari che vengono fatte da parte dei saggi e che sospendono momentaneamente la vendetta».
D. tu hai amici?
«Solo un amico che mi viene a trovare». 
E non rischia l’amico?
«No, perché viene a casa – spiega M. -. E il bambino che viene non rischia, perché non fa parte della famiglia».
Non esce neanche di nascosto?
«Non può». 
Che cosa prova verso suo padre? 
«Lo ha conosciuto solo in foto. D. è stato concepito mentre il padre era in carcere (in Albania è possibile per la moglie far visita al marito – ndr)». 
D., anche se lo hai visto solo in foto, provi qualcosa? Sei libero di provare qualcosa?
Nessuna risposta. 
E tu M.? Tu cosa provi per tuo marito?
«Non trovo nemmeno parole…».
Quando uscirà dal carcere fra due anni cosa succederà?
«Ritorna nel sistema della vendetta».
Quindi ci sono due pene: da una parte lo Stato e dall’altro il Kanun. 
«Lo Stato non risolve e, quando esci dal carcere, c’è il Kanun che ti aspetta». 
Come sono le tue giornate?
«È difficilissimo. E la notte è molto più difficile. Perché non riesco a dormire. Penso sempre agli altri miei figli. Penso a tutto».
Come si può insegnare il perdono in un sistema di vendetta?
«Non cerco di dirgli che dobbiamo vendicarci. Specialmente a quei due grandi, ma parlando, stando con loro, gli dico di non andare verso quella strada. Perché le conseguenze di quella strada sono quelle che sono. Se uno viene ammazzato è una catena».
Ti aiuta la fede?
«Molto! Ringrazio il Signore che ho i figli che sono sani e salvi ed è la cosa più preziosa».
Cosa è per voi il Kanun: una maledizione?
«Non è una maledizione. Però il Kanun deve essere seguito dalle persone che lo conoscono». 
Che significa?
«Le persone che sono considerate nella comunità quelle più intelligenti, autorevoli, i saggi, quelli che conoscono perfettamente il codice dovrebbero interpretarlo nel modo giusto». 
Nonostante lo subiate, non siete contro il Kanun?
«No. Ma il saggio del villaggio potrebbe intervenire nell’applicarlo, anche per non condannare i bambini. Il Kanun è questione di interpretazione ed ora non viene interpretato in modo corretto».
Che cosa è lo Stato per te? 
«Niente. Io non lo riconosco. Io conosco solo Liliana, la maestra. E lei è tutto per i miei bambini. È una grande signora che educa non solo i bambini, ma anche noi madri. Siamo come in prigione noi madri. Liliana per noi è una donna e un uomo insieme. È molto straordinaria. Io non sento nessuno, solo lei. Quando sono molto triste e ho la depressione sono felice quando viene. Perché viene anche per me, non solo per mio figlio. Il fatto di passare anche due ore con lei per me è un aiuto. La trattengo sempre dopo la lezione, per chiacchierare. E nonostante anche lei abbia un figlio e un marito a casa, rimane». 
Quando l’hai vista la prima volta come ti sei sentita?
«Quando ci siamo viste la prima volta ho pianto. Mi sembrava straordinaria».
Nessuno la andava a trovare. Finché non si è presentata Liliana la prima volta: le mancava tutto, anche il pane. 
Quale titolo di studio hai?
«Ho studiato fino alle medie superiori».
Cosa sognavi di fare?
«(Ride – ndr). Ero giovanissima. Il mio sogno è sempre stato quello di avere figli sani». 
Ti ricordi il giorno del matrimonio?
Scuote la testa, piange e si copre il volto con le mani: non ne vuole parlare. 
Per te cosa significa essere donna?
«La donna è madre. E la madre è una santa. Essere madre è una benedizione. Fare figli è una benedizione». 
Cosa vorresti fare?
«Se fosse possibile, ma non c’è possibilità, vorrei lavorare in questo villaggio vicino Scutari. Mio marito non mi lascia lavorare lontana da casa. Da lui ho preso il permesso per fare il corso di cucina. Veniva ogni giorno a prendermi Liliana, insieme alle altre». 
Come sei cambiata grazie ai corsi? 
«In quel periodo stavo bene. Ma non per il fatto del corso, ma perché uscivo. È stato meraviglioso».
Non vorresti essere libera dal permesso che ti arriva da tuo marito?
Silenzio… «Quello che chiede lui di fare faccio. Poi io ho anche mio figlio e non posso lasciarlo solo».
Una brava donna come si comporta?
«Deve vedere gli affari suoi, deve avere la faccia pulita di fronte alle persone, deve essere onesta».
E per te, D., una donna come deve essere?
Ride… 
Come deve essere la tua donna?
«Non deve parlare sempre. Deve fare i lavori di casa, sentire il marito, non uscire fuori dalla porta senza il permesso, le condizioni di lavoro gliele deve dare il marito».
Che cosa è per voi l’Albania?
«Il nostro Paese. La patria. È una cosa preziosa: ovunque vai sei nato qui, è la tua terra».
Hai mai pensato di andare via?
«Ci ho pensato. Ma dove vado? Non ho posto e quando non hai il sacco di farina dove vai?».
Di cosa avreste bisogno?
«La cosa più importante è avere i miei figli liberi. Poi basta vedere dove abitiamo per capire cosa ci manca...».
Quando avete problemi di salute? 
«Chiamo Liliana che mi porta in ospedale. L’ospedale di Scutari ci aiuta». 
I bambini in vendetta hanno molti problemi, hanno mancanza di vitamine e spesso problemi psicologici, mi spiega Liliana: «C’è un ragazzo di 18 anni che dopo aver perso il padre, che è stato ucciso, ha perso anche la madre ed ha continui mal di testa…».
Ma tu, D., cosa vuoi fare da grande?
«Il calciatore».
E cosa sogni per te? 
«Una casa».                                                        

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