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Da Jenin tutto è cambiato

A tu per tu con Bakri, il regista palestinese che ha raccontato l’attacco israeliano al campo profughi di Jenin e che per questo da 16 anni viene perseguitato

Gio 29 Nov 2018 | di Nadia Afragola | Attualità
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 Mohammad Bakri è un regista palestinese impegnato in queste settimane nella presentazione del suo film “Jenin, Jenin”, un documentario del 2002 che intende denunciare attraverso i racconti di testimoni oculari i crimini commessi dall'esercito israeliano durante l'attacco al campo-profughi di Jenin, nell’operazione “scudo difensivo” avvenuta nell’aprile di quell’anno. 
 
Chi è Mohammad Bakri?
«Sono un regista, un attore, padre di 6 bambini. Si interessano di arte, canto, pittura, recitazione. La mela non cade lontana dall’albero e sono felice di questo, li preferisco vicini all’arte che alla politica».
 
Nella sua vita tanto teatro. Come cambia l’approccio al pubblico?
«È impossibile paragonare le due cose. La telecamera non respira, è uno specchio. In teatro senti il battito del cuore delle persone sedute in sala, puoi vedere i loro occhi, puoi quasi toccarli. Sensazioni opposte».
 
Il cinema può muovere le coscienze? 
«Sì. Potremmo cambiare il mondo con il cinema. A 18 anni, prima di iniziare a studiare teatro, ho visto un film italiano, “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica, quel film mi cambiò la vita. Magari il cinema non cambierà tutto il mondo, ma anche solo una persona e poi i suoi amici, la sua famiglia, bastano a fare la differenza».
 
È uno dei pochi attori ad aver goduto di un ampio successo sia in Israele che in Palestina. Come c’è riuscito?
«Ho trovato me stesso nel momento in cui ho iniziato a difendere la mia gente con l’arte, spiegando come il governo israeliano rubasse la terra, deportasse la gente, la uccidesse. Sono uno storyteller, la gente deve sapere le ingiustizie che un popolo da oltre 70 anni subisce. Vivo in Israele, lì non sono rispettato come arabo, perché non sono ebreo. Sono invisibile. Per avere un riconoscimento devi lavorare tanto e solo perché ti vedano. Devi essere Superman per essere un semplice uomo».
 
Nel 2002 un’azione militare israeliana cambiò la sua vita. Cosa successe? 
«La mia mente è diventata più acuta, il mio cuore più forte. Da quel momento combatto uno Stato e uno Stato combatte me. Sono spaventati da me, hanno provato in tutti i modi a perseguitarmi, a distruggermi. Vuol dire che sto facendo la cosa giusta. Sono comunista, non in senso politico: credo nell’uguaglianza. Siamo tutti uguali e se non sono risusciti a distruggermi è perché sono un uomo forte, armato solo della verità».
 
“Jenin, Jenin” è stato girato illegalmente in un campo-profughi. Non ha mai avuto paura?
«Chi può dire cosa è illegale e cosa non lo è? Chi ha il monopolio della verità? Tornando alla paura, certo che ho paura, ma vale la pena essere spaventato per raccontare ciò che ho da dire. Anche morire ne varrebbe la pena! Ho paura per i miei bambini, per il mio paese, per gli estremisti, i pazzi, i fanatici, ma vado avanti».
 
La post-produzione di quel documentario fu fatta a Roma. Come mai in Italia?
«Amo l’Italia, la gente, la loro lingua, la cultura, il cibo. Ma a voler essere onesto non è stata una mia scelta. Alla fine delle riprese venni in Italia con Luisa Morgantini, portai con me 50 minuti di riprese, sperando di trovare qualcuno disposto ad aiutarmi. Non avevo soldi. Grazie a Luisa ho conosciuto 2 giovani ragazzi, che lavoravano alla tv satellitare Orbit di Roma, che hanno deciso di aiutarmi».
 
Un film documentario di 16 anni fa torna a far parlare di sé, torna nelle sale. Perché?  
«Nel 2003, 5 soldati mi fecero causa, 6 anni fa la persero. Quello che accade ora è che c’è una nuova causa in atto in cui mi danno del bugiardo. Vogliono che paghi dei danni e, che sia 1 shekel o 1 milione, sarebbe un’ammissione di colpa. Non credo alle bugie nell’arte».
 
Ha intervistato i sopravvissuti, ma nessun ufficiale dell’esercito israeliano. Perché?
«I militari hanno molti palchi dai quali parlare, hanno la tv, i teatri, i giornali. Ma i palestinesi non hanno palchi, non hanno soldi, strumenti, non hanno nulla. Gli israeliani hanno realizzato 4 film su Jenin e ognuno di quei film è una risposta al mio film. Avevo deciso di intervistare un soldato che aveva dichiarato ad un giornale di avere raso al suolo il campo di Jenin come fosse un campo da calcio. Sono andato a Gerusalemme per parlargli. Era un uomo distrutto. Mi raccontò che beveva whisky mentre demoliva con il bulldozer le case, passando sopra le famiglie. Ne parlava con orgoglio, per lui i palestinesi non erano persone. Accanto a lui c’era un ragazzino di 16/17 anni, non si muoveva, era suo figlio. Aveva avuto un incidente, era un vegetale. Era successo dopo l’attacco. Ho pensato che Dio l’avesse voluto punire, così decisi di non aggiungere un’altra punizione e non lo intervistai».
 
Cosa è la censura?
«Hanno cercato di censurarmi perseguitandomi e io ho fatto altrettanto. Hanno bloccato il mio film, sono andato da un avvocato israeliano, molto famoso, e dopo 2 anni il divieto è stato revocato. Impari a resistere».
 
I diritti umani… perché sembra così difficile preservarli?
«Perché è il tempo di Trump, di Netanyahu, di Erdogan. Vedi delle persone peggiori di queste? Hanno potere, hanno in mano la stampa. Salvini? Sono scioccato. Dove sono finiti gli italiani? Tornate in strada a protestare».
 
Perché si sceglie di raccontare una guerra?  
«Non ho scelto io la guerra, è stata lei a scegliere me. Nella vita succedono delle cose che ti portano ad avere una reazione, perché non sei un albero o un pezzo di pietra, ma un uomo e se hai degli strumenti a disposizione devi usarli. Per difenderti, per difendere chi non ha armi, chi non ha più nulla».
 
È possibile mantenere il distacco quando si racconta la guerra?
«Non credo nell’oggettività. Non sono un reporter. Sono un artista e l’arte non può essere oggettiva. Sono fiero di avere partecipato al film sull’Olocausto del popolo armeno, curdo, palestinese e continuerò a seguire le minoranze. Sono dalla parte degli indifesi, delle vittime».
 
I motivi per battersi. Come fate a capire chi sono i buoni?
«Basta avere naso».                                                                                         

 


16 anni dopo...
Dall’uscita di “Jenin, Jenin” sono passati 16 anni eppure si è tornati a parlare di Mohammad Bakri e il documentario è tornato nelle sale cinematografiche italiane, per i processi ai quali è stato sottoposto Mohammad, per le censure da parte del governo israeliano che lo hanno colpito. Perché in fondo non è mai stato così tanto attuale come oggi. Il film è dedicato a Iyad Samoudi, produttore esecutivo ucciso dall'esercito israeliano poco dopo la fine delle riprese. 

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