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Federico Moccia: non sono una guida

Moccia: l'amore ai tempi della terza media, ecco il giovane Holden del 2000

Mar 01 Set 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 4

Federico Moccia, un fenomeno di costume, un segno dei tempi, un fotografo dei nostri figli e fratelli e sorelle minori, in questi tempi in cui youtube e pagine dei giornali ci regalano sempre più storie di gioventù bruciata. Fin dagli anni ’90 il figlio del grande Pipolo racconta l’amore nelle età più difficili e delicate: “Tre metri sopra il cielo” uscì con una piccola casa editrice, le copie si esaurirono in fretta e nei licei di allora giravano molte fotocopie di questo testo cult e invisibile. Feltrinelli ne intuì il potenziale e più di un decennio dopo, con qualche aggiornamento, lo rieditò. Una bomba. Nascono i Moccini, anzi i Mocciosi, lui diventa un guru con tanto di blog partecipatissimo, il cinema con “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te” consacra lui e Scamarcio come simboli dell’amore adolescenziale. Poi è arrivata la regia, “Scusa se ti chiamo amore”, un altro botto. Un quasi quarantenne e una diciassettenne, Raoul Bova e Michela Quattrociocche: tra soprannomi, mode e sensualità acerba, nessuno gli resiste. Amato e odiato, idolo dei minorenni e spesso bersaglio dei loro fratelli maggiori, ora si appresta a un doppio impegno cinematografico: “Amore 14” e (il già girato) “Scusa ma ti voglio sposare”. Lo abbiamo incontrato sul set: una villa lussuosa sulla Trionfale, a Roma, sede di una festa centrale nella storia raccontata dal film. Circondato dalle sue nuove scoperte, adoranti, risponde a tutte le domande, accettando a malincuore il ruolo di interprete di una generazione che nessuno sembra capire. «Lui sa entrarci dentro e raccontarci come nessuno», come dice la comprimaria, giovanissima anche lei, Flavia Roberto. «L’amore di questi ragazzi - scherza lui - è il mio cavallo di battaglia, spero di non cadere».

“Amore 14”. Cos’è, regressione? Abbassa sempre più l’età dei suoi protagonisti, qui addirittura c’è chi sta finendo la terza media…
«Mi ha divertito da scrittore e regista la sfida di raccontare l’amore con gli occhi e il cuore di una quattordicenne. Il mio non è un progetto a tavolino, è un sentire un desiderio, cogliere il momento in cui voglio andare a esplorare un mondo che tutti dovremmo conoscere meglio. Ora, per esempio, sta già salendo una volontà diversa in me, una marea che mi porterà da qualche altra parte. Io sono fatto così, altrimenti avrei sfruttato il successo facile e fatto, tre, quattro, cinque, sei metri sopra il cielo!».

Qualcosa di diverso? Può anticiparci qualche goccia di questa marea?

«Non lo so ancora, sento di aver voglia di più libertà e maturità, di una storia diversa con canoni diversi, che combaci col momento che sto vivendo: magari visto che in questi anni ho lavorato troppo, raccontare uno che è finito su un’isola!».

Il bisogno di amore è al centro di tutti i suoi romanzi e film. E lei non ha negato tracce di autobiografia in molte sue opere. Questa necessità d’amare è anche la sua?
«No, non è il mio bisogno d’amore, è capire la situazione, le emozioni di chi è in un’età così delicata, che si trova immerso nella voglia e la paura di dover crescere. L’amore per la vita e per le sue sfide e quello di Carolina per la sua fragilità, la sua sensibilità, i suoi valori. No, non è il mio bisogno, io sono un quasi 46enne tranquillo e felice».

Ha definito “Amore 14” come “Il giovane Holden” di questi anni. Non rischia di esagerare?
«Ovvio che sì, era solo per far capire cosa intendo comunicare. “Amore 14” racconta la bellezza, l’incanto, la felicità, il non tempo di quell’età meravigliosa che però è anche piena di inquietudine, insoddisfazione di fondo, del disagio di un tempo in cui sei tutto e niente. Una storia d’amore, ma soprattutto di un’amicizia, sulla delusione del tradimento che a quell’età ti ferisce di più, quello di un amico o di un’amica. E poi le piccole emozioni, proprio come quella che Holden provava toccando la mano della ragazza che amava, e che viveva quei momenti come un sogno. Ma Salinger è incomparabile a me, lui in quel libro ha messo tutto il suo talento e la sua poetica, intendevo dire che era una sfida da cogliere. Nello spirito più che nella struttura o nel modo di raccontare.

Ormai è un guru dell’amore adolescenziale. Le pesa?
«Io non sono una guida né un insegnante, ho solo trattato temi ricorrenti dell’adolescenza, raccontato il loro mondo, gli adulti immaturi che hanno intorno compresi. Certo so che ho la responsabilità delle sensazioni che provocano i miei libri, lo vedo sui miei blog. Molti iniziano analisi profonde su se stessi leggendomi: quando mi dicono o scrivono “quella pagina mi ha risolto la vita” mi stupisco. Non so come accada, ma ne sono felice».

Il suo Moccia, i suoi film che le hanno fatto palpitare il cuore quali sono stati?
«Il mio Moccia è stato “La febbre del sabato sera”, oppure il film vietato di allora “Porci con le ali”, che vidi “illegalmente” al cinema. Aveo 12 anni e, alla fine del primo tempo, si accendono le luci e dietro avevo i miei genitori. Che vergogna! E poi oltre a John Travolta, c’era Richard Gere, noi avevamo il cinema americano che ci faceva sognare: allora uscì “American Gigolo” e poi “Ufficiale e Gentiluomo”».

Qualcuno la stigmatizza per pagine troppo pruriginose, altri l’attaccano. Come reagisce a tutto questo?
«è normale che qualcuno non ti sopporti. Ma personalmente trovo sia sciocco ignorare la vita e come si sviluppa: il romanticismo, il sogno, l’amore, ma anche il sesso che in quegli anni si comincia a scoprire. Poi si può essere bigotti e provare fastidio, ma vuol dire nascondersi. Dopo “Tre metri sopra il cielo” alcune madri si rifiutavano di leggere il romanzo “perché pensare che mio figlio fa certe cose, non ci riesco”. E invece no, tu arrivi a quella pagina, la finisci e vai avanti. Questa è l’Italia, un paese che ama ignorare, evitare. Mi fa ridere chi si stupisce di fronte a certi scandali che tutti sappiamo esistere da sempre ma di cui nessuno parla: il sesso esiste, dalla vergine illibata fino al matrimonio alla ragazzina precoce va raccontato: può essere giusto fare entrambe le scelte, ognuno ha un metro di giudizio diverso. Non si deve mai avere la presunzione di considerare il nostro come universale e giusto».

La scuola si è accorta dei giovani. E parla dei film fenomeno tra gli adolescenti persino alla Maturità.
«La scuola che alla maturità chiede un tema su “Twilight” è un bel segnale. Vuol dire che si cominciano a capire i giovani, a non trascurare pezzi importanti della loro vita. Sono lontani quei professori che proibivano la lettura dei miei libri!».                                       


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