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Tutti pazzi per Emma Stone

A 30 anni appena compiuti, Emma Stone si sta preparando a diventare Crudelia De Mon al cinema, intanto torna a stupire nei panni di una cortigiana manipolatrice e si tiene stretto l’Oscar per “La La Land”…

Lun 07 Gen 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Parlare con Emma Stone richiede doti da rabdomante: lei sorride e annuisce, ma poi confonde l’interlocutore. Ridacchia in maniera deliziosa mentre si agita sulla sedia con micromovimenti e allora chi ha di fronte perde il filo del discorso. “Che ragazza adorabile”, pensi subito, ma bastano cinque minuti lontani dalla sua presenza e l’incantesimo svanisce. A trent’anni appena compiuti, in questo Premio Oscar esistono qualità meno volatili del fascino da cerbiatto: tenace, scaltra e cauta, sa come alzare un muro invisibile sul suo privato e non si lascia abbindolare facilmente dai complimenti, anzi sembra esserne perfino immune. Insomma: non stupisce che sia stata scelta come cortigiana manipolatrice in “La favorita”, in sala dal 24 gennaio dopo le presentazioni alla Biennale e al Festival di Macao. Questa stessa grinta verrà presto declinata dalla sua Crudelia De Mon, protagonista assoluta di una pellicola Disney totalmente dedicata alla supercattiva de “La Carica dei 101”. Intanto, si mette in gioco nella miniserie Netflix “Maniac”, dove interpreta una giovane smarrita e depressa, pronta a sottoporsi ad una sperimentazione farmaceutica con la promessa di guarigione da tutti i mali. E così, dopo il Premio Oscar per “La La Land”, questa promessa dell’Arizona di origini svedesi continua a stupire, pur rimanendo un totale enigma.

Il silenzio è una delle caratteristiche che l’accomuna a Lady Abigail nel film “La favorita”. Ha tirato un sospiro di sollievo per questa vicinanza?
«L’ho amata moltissimo, anche se ancora oggi mi chiedo come sia riuscita ad entrare in contatto con lei e con il suo silenzio. Mi ha colpito la sua capacità acuta di osservazione di questo ambiente al femminile, alla corte della regina Anna e mi ha divertito suscitare l’invidia dei colleghi, perché non ho dovuto tenere a mente tante battute per tutto il tempo delle riprese».

È difficile entrare nel cuore di una donna tanto cattiva?
«Io non la considero malvagia, per me è una sopravvissuta, una ragazza che ne ha passate tante».

La sfida maggiore?
«Non respirare: il corsetto può essere una gabbia e t’impone un ritmo non solo di postura e di camminata, ma anche d’interazione con gli altri. Peraltro, essendo l’unica americana in un cast inglese, ero doppiamente concentrata per tutto il tempo sulle battute».

La rivalità a corte è simile alla competizione a Hollywood?
«L’Olimpo delle celebrity sa essere davvero un posto infernale, è vero. Questi due luoghi così lontani nel tempo sono invece vicini come sensibilità, perché accentuano lo spirito competitivo di chi li frequenta. Quando ho girato il film non ho pensato in effetti a quanto fosse vicino alla mia realtà».

Si è sentita in imbarazzo nelle scene intime?
«Abbiamo trovato un modo di superarlo tutti insieme: ci siamo dati alla pazza gioia nelle tre settimane di prove, ridendo come matti e combinandone di tutti i colori, per esorcizzare proprio l’imbarazzo d’immergersi in momenti così intimi».

Perché ha scelto di fare un salto in tv con “Maniac”?
«L’idea della serie è pazzesca: puoi anche prendere una pillola, ma non puoi scappare dai rapporti umani. I sogni della mia protagonista, Annie, sono piuttosto condivisibili: vuole stabilità, cerca una famiglia, desidera diventare moglie e madre. Il suo presente però è legato alla depressione e alla dipendenza: pensa di essere responsabile per i traumi che ha subìto, poi accetta di partecipare all’esperimento, prende una medicina e si ritrova nel bel mezzo di una serie di allucinazioni. A lungo questa ragazza non è stata in grado di entrare in relazione con gli altri nel mondo reale e ora tutto cambia. Per me, come attrice, è stato divertente cambiare pelle in continuazione, essere una killer del Texas un giorno e poi ritrovarmi l’indomani come una donna elfo con l’accento britannico».

Quando pensa al suo Premio Oscar per “La La Land” cosa le viene in mente?
«Il momento in cui ho visto il film per la prima volta con il pubblico al Festival di Venezia: in sala mi sono messa a piangere, perché mi sentivo sopraffatta dall’emozione delle persone sedute accanto a me al buio nel cinema».

Lo sa che il finale ha spezzato molti cuori?
«La vita va così: i due protagonisti si aiutano l’un l’altro ad inseguire i loro sogni e, anche se non possono stare insieme, questo non rende il loro amore meno vero e reale. E nella realtà come sul grande schermo capita che se ne esca con il cuore a pezzi».
 
Ha avuto paura di confrontarsi con questo musical o con un’icona come Billie Jean King, tennista che si è battuta per la parità di genere, che ha interpretato ne “La battaglia dei sessi”?
«Sono state due sfide altrettanto complicate. Nel caso di “La La Land”, sapevo bene che, pur amando il canto e il ballo, non posso considerarmi una professionista in nessuno dei due campi e a me va bene così, ce l’ho messa tutta. “La battaglia dei sessi” ha rappresentato per me la prima volta che mi relazionavo con un personaggio realmente esistito, quindi avevo solo una paura incredibile di affrontarla. Ha ragione Michelle Williams quando mi ha detto che quando ottieni una parte sei al settimo cielo e ti senti la padrona del mondo, pronto a far ridere o piangere il pubblico, mentre subito dopo arriva il terrore puro di non esserne all’altezza».

L’Oscar le ha permesso la libertà di scegliere i progetti che preferisce…
«Sì, e la uso cercando d’investire in storie significative, in cui valga la pena investire e che facciano la differenza».

Sembra un’artista molto assennata, come si confronta con la fama?
«Ad inizio carriera prendevo qualsiasi commento a livello personale, ma ora non più, perché so che quell’affetto e rispetto è legato al film o al personaggio, non a me. Presto ancora attenzione alle critiche più che ai complimenti. Santo cielo, rischio di sembrare snob o arrogante, ma sono anche molto grata al pubblico per il sostegno che continua a farmi arrivare e che mi permette di continuare a superare i miei limiti».
 


UNA ROSSA DA OSCAR


Emily Jean Stone, classe ’88, ha conquistato Hollywood grazie a “La La Land”, che le ha fatto guadagnare il Premio Oscar, ma la scalata dello show business per lei è appena iniziata. E la scelta dei ruoli recenti lo dimostra: ha appena presentato alla Biennale di Venezia “La favorita”, in sala dal 24 gennaio e già acclamata in varie manifestazioni internazionali, compreso il Festival di Macao, dopo aver partecipato alla serie “Maniac” targata Netflix. Dopo gli esordi a teatro e una gavetta tv con qualche incursione al cinema, è arrivato il successo planetario grazie a “The Amazing Spider-Man”, dove ha interpretato il ruolo iconico di Gwen Stacy, frequentando poi il protagonista Andrew Garfield anche nella vita reale. Ha successivamente inanellato personaggi molto diversi, da “Birdman” a “Magic in the moonlight” passando per “La battaglia dei sessi”, fino ad essere incoronata nel 2017 da Forbes come l’attrice più pagata dell’anno, con 26 milioni di dollari. 

 


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