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De Gregori: Nudo a metà

Il duetto con la moglie, il film, i concerti con una orchestra: il ‘grande schivo’ della canzone italiana va in scena a teatro come il Boss a New York... “Ma non mi sono ispirato a lui...”

Lun 07 Gen 2019 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 7

“Grande schivo" della canzone italiana prende casa a Roma (dal 28/02/2019 al 27/03/2019). In programma una serie di concerti “confidenziali” nella piccola sala del Teatro Garbatella di Roma, davanti a 230 spettatori. Una scaletta variabile, improvvisata. Come quella che Bruce Springsteen sta portando in scena a New York, con Springsteen on Broadway. «Arrivo secondo, è vero, ma non mi “sono ispirato a” - commenta il cantautore -. Se lo ha fatto il Boss posso farlo anch’io: anche se lui ha fatto 300 sere e io solo 4 settimane». In estate la musica continua, ma cambiano le atmosfere e Francesco De Gregori torna ad esibirsi in giro per l’Italia con una grande orchestra, 40 elementi, il cui nucleo centrale è il quartetto dei Gnu Quartet e per la prima volta i suoi successi verranno presentati in un contesto sinfonico. Il debutto sarà a Roma l’11 giugno alle Terme di Caracalla. Nel mezzo di tutto ciò prende forma un duetto speciale e un film. Il primo è con la moglie Chicca con la quale intona “Anema e Core”: i due giocano per la prima volta con la musicalità napoletana e raccontano in una canzone senza tempo il respiro dell’amore. Il risultato è un’opera d’arte, un vinile, disponibile in appena 99 copie, arricchita dalla xilografia originale di Mimmo Paladino (sotto nella foto). O un 45 giri anche questo in edizione limitata (500 copie). Poi c’è “Vero dal Vivo”, il film documentario di Daniele Barraco che ripercorre il tour invernale 2017 di De Gregori tra i club d'Europa, degli Stati Uniti e i Real World Studios di Bath in Inghilterra. Un pezzo di vita senza sceneggiatura, una scheggia di verità, senza schemi, ironico e inconsueto. Un racconto sporco, vissuto e realistico di un uomo che ha un bisogno incessante di fare musica. 

“Vero dal Vivo”, cosa c’è dentro?
«Non è un film musicale, dentro ci sono 2/3 canzoni. Non aspettatevi un film del concerto. Daniele (Barraco - ndr) è riuscito a starmi appresso, sparendo, senza mai essere invasivo con la sua telecamera. Questo ha permesso al film di produrre spontaneità, quella che di solito non trovo nei film di argomento musicale. È la storia di un viaggio e Barraco è la mosca sul muro che vede le cose che di solito ai più sfuggono. Un film fatto di indizi».

Nel film si mostra nudo, a metà. Senza barba, occhiali scuri. Come mai? 
«Era estate, ero in Grecia, avevo comprato una maschera per guardare sott’acqua che copriva tutto il viso e non funzionava con la barba, entrava l’acqua e così me la sono tagliata. Nel mentre si è fatto settembre e non me la sono fatta crescere perché… non era importante. Quando siamo partiti per il tour non mi sono posto il problema che sarei sembrato diverso e lo stesso valeva anche per il cappello e gli occhiali. Un po’ ha vinto la pigrizia di non dover curare la barba in tournée e poi mi piaceva l’idea di non essere prigioniero di una mia vecchia fotografia».  

Il teatro, il tour con l’orchestra, un film, il duetto con sua moglie. Quanta carne al fuoco!
«Ad unire tutto c‘è la mia voglia di suonare, di divertirmi con i miei musicisti nelle occasioni che capitano, come il duetto con Elisa, mi ha risolto 10 giorni in cui sarei stato senza musica. Questa bulimia musicale che sto attraversando è alimentata dalla bizzarria delle cose che sto facendo. Non amo la prevedibilità».
 
Esce così dalla sua confort zone. Sente la necessità di incontrare persone comuni? 
«No, però mi da meno fastidio di una volta farlo. È un buon segno, meglio tardi che mai!».
 
Qual è la cosa che più la emoziona quando sale sul palco?
«Il rapporto con il pubblico e lo so che è una risposta banale, ma è così. È emozionante cantare, sentire la gola che si apre e si stringe, far suonare una parola diversa una sera rispetto alla precedente, far appoggiare il basso in modo diverso. Banalmente è tutto lì il senso di quello che facciamo, ma non è poco e il massimo lo raggiungi quando riesci a rendere partecipe il pubblico di tutte queste microvariazioni che avvengono durante il concerto, dove racconto la mia vita, la mia visione del mondo».
 
Cosa diversificherà i due momenti live?
«Quando penso alla scaletta ho sempre lo stesso problema. So di avere davanti una platea di 100 persone per fare un esempio, 70 vogliono sicuramente sentire Generale, La Donna Cannone, Rimmel, Buonanotte Fiorellino, Pablo, gli altri 30 non ne possono più di sentire quelle canzone, perché magari sono stati ad altri miei concerti. Questo problema me lo porto appresso per il resto dei miei giorni, ma in questo doppio progetto live calo l’asso: con la grande orchestra si sentiranno tutti o quasi i miei grandi successi, mentre a Roma, nel concerto residenziale giocherò con il mio repertorio, portando canzoni che magari ora neppure ricordo. Chi non sopporta più di sentire Generale prenda il treno e venga a Roma, chi lo vuole sentire, fatto comunque in una maniera inedita dovrà venire a Verona o dove faremo gli altri live. L’idea per i concerti di Roma è un nucleo centrale di 20/25 pezzi, al quale aggiungere 4/5 canzoni a sera, provate nel pomeriggio, lavorandoci pochissimo, senza troppe sofisticatezze, perché mi eccita questa cosa di dare un senso di improvvisazione alla mia musica. Voglio avere un approccio non troppo protocollato alla musica e anche se alcuni pezzi verranno male nessuno ne soffrirà!».
 
Lo spettacolo con l’orchestra sarà un disco?
«Si, ma non sarà dal vivo. Vorrei registrare in sala, senza gli applausi. Un disco vero, con l’orchestra in diretta, registrato su due piste. Già vedo il produttore Guido Guglielminetti impallidire. Non sarà natalizio magari uscirà in estate».
 
Come ha convinto sua moglie Chicca a cantare con lei?
«Ricordo l’aria vagamente imbarazzata di quando abbiamo registrato, mi ha fatto tenerezza. Adesso va sicura come una spada e nelle ultime esibizioni è più brava di me. Un’esperienza che ci ha coinvolto sotto tanti punti di vista, non ultimo quello di dover affrontare la canzone napoletana, la lingua napoletana, che poi è un po’ come giocare con il fuoco. Siamo andati in giro prima di registrare e anche dopo chiedendo ai napoletani che incontravamo, conferme sulla pronuncia di ogni parola. Peccato che ogni napoletano desse una risposta diversa. Siamo partiti dall’interpretazione di Roberto Murolo che è la più bella di tutte. Io e Chicca abbiamo fatto una stranezza, qualcosa che non esisteva, che ha a che fare con l’arte contemporanea grazie a Mimmo Paladino. Non ho preso un rischio, quelli li corrono chi lavora in una fonderia, però è stata una bellissima anomalia».
 


Il resto è storia


Francesco De Gregori è nato a Roma nel 1951. Al liceo classico Virgilio vive i fermenti del movimento studentesco del '68 e si lascia ispirare dai testi di De André e Bob Dylan. Appena sedicenne inizia a esibirsi al Folkstudio. L’esordio discografico risale al 1972 con “Theorius Campus”. La consacrazione arriva con il 33 giri “Alice non lo sa”. Nel ‘74 esce l'intimo “Francesco De Gregori” e nel 1975 con “Rimmel”. Il resto è storia.

 


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