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╚ immortale chi non si arrende

Giovanni Cupidi, 41 anni, un dottorato in Statistica, un libro e soprattutto una vita piena, nonostante la tetraplegia

Lun 07 Gen 2019 | di Emanuele Tirelli | AttualitÓ
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“Gli immortali non sono solo quelli che non muoiono, bensì coloro che non si arrendono. Perché se affronti le difficoltà, anche quando avresti voglia di mollare tutto, non puoi che uscirne vittorioso”. Lo dice Giovanni Cupidi nel suo libro “Noi siamo immortali”, scritto con la giornalista Veronica Femminino per Mondadori Electa. La prefazione è di Lorenzo Jovanotti Cherubini, che nel 2015 lo ha voluto per il suo docufilm “Gli immortali” e che lo scorso dicembre ha presentato il libro a Milano.
Sono pagine spiazzanti, anche commoventi e divertenti, ma soprattutto propositive. Un giorno, all’improvviso, Giovanni è diventato tetraplegico. Un giorno di quando aveva ancora tredici anni: il motivo è ancora un mistero per la scienza. Oggi ne ha 41, vive a Misilmeri in provincia di Palermo, ha un dottorato in Statistica e ha fatto molte più cose di quanto si possa immaginare. Dice che il 18 luglio del 1991 è iniziata la sua seconda vita.
«La mia famiglia mi ha fatto capire che mi sarei dovuto rimboccare le maniche senza piangermi addosso, che, a prescindere da tutto, non fa parte del mio carattere, e che avrei non solo dovuto ma potuto fare tante cose che la mia condizione di disabilità non precludeva. Poi, in alcune circostanze sono andato pure oltre, salendo in carrozzina fino al Tempio Maggiore di Selinunte. È qualcosa che nasce dentro di te e, se riesci a riacquistare un po’ di visione del futuro, arriva anche la carica vitale». 
 
Nel libro scrivi che i primi tempi era difficile sostenere gli sguardi delle persone per strada e che la tua famiglia inventò un gioco.
«Fissavamo tutti quelli che mi guardavano, fino a quando non smettevano. Credo che rappresenti l’amore di una famiglia per farti stare meglio, per non farti subire quello che gli altri non riescono a comprendere. Alla fine abbiamo smesso noi di guardare gli altri, perché non mi importava più niente. Ma è inevitabile che accada. È inevitabile che qualcuno guardi una persona nella mia condizione. Allora bisogna non dargli peso e farsi conoscere, farsi venire la forza d’animo per andare incontro agli altri. L’impatto con le persone è forte. Molte hanno paura di ferirti anche solo con una parola e restano in questa sorta di empasse, quindi se vuoi avere dei rapporti sociali a volte tocca a te rompere il ghiaccio». 
 
Parli spesso dei tuoi amici, che vengono a trovarti, anche per darti una mano quando hai bisogno.
«Sono di sicuro un altro appoggio fondamentale. Ad ognuno di noi fa piacere avere degli amici con i quali poter condividere la nostra vita, raccontarci, sostenerci nei momenti di difficoltà e gioire insieme delle cose belle che ci accadono. Poi ci sono gli amici che durante la settimana o quando ho una necessità particolare vengono ad aiutarmi; sono un aiuto enorme proprio per la carenza di assistenza continuativa h24, che non mi viene garantita dalle istituzioni». 
 
L’anno scorso eri in strada in protesta contro la Regione Sicilia per rivendicare certi diritti fondamentali.
«Ho avuto la fortuna di una famiglia che si è dovuta incredibilmente riassestare, ma che l’ha fatto con la convinzione di dover essere propositiva. Mio padre, mancato nel 2003, era professore di geriatria all’Università di Palermo, nominato poi pro-rettore alla disabilità. Vederlo lavorare, utilizzare i media, coinvolgere le associazioni e creare progetti è stata una grande palestra. Grazie a lui ho capito che il mio problema poteva essere risolto solo guardando al problema collettivo. Adesso sono vicepresidente della onlus “Insieme per l’autismo” e dell’associazione “Siamo Handicappati No Cretini”: il lavoro per i diritti va avanti ogni giorno».
 
E la televisione? Hai stretto un bel rapporto con Ficarra e Picone.
«Sono stati relatori alla mia prima presentazione a Palermo. Conosco Valentino Picone da quando eravamo molto più giovani, perché anche lui è di Misilmeri. Ci siamo ritrovati quando, insieme a Salvatore, avevano già iniziato a lavorare in tv e mi sono stati umanamente sempre molto vicini. In occasione delle mie battaglie per i diritti delle persone con disabilità in Sicilia non hanno mai fatto mancare il loro appoggio. Ma, a proposito di televisione, perché non si vedono mai persone con disabilità nei giochi a quiz? Non ho una risposta, ma potrei ipotizzare una discriminazione. Mi sembra strano che non ci siano richieste. Anche se questa domanda dovremmo farla agli autori dei programmi televisivi».
 
Il concetto è che bisogna vivere e non sopravvivere.
«Purtroppo il modello della nostra società va quasi a togliere umanità alle persone con disabilità. Si pensa a garantire solo i bisogni primari: cure, salute, minimo indispensabile, che in molte situazioni mancano ancora. Ma manca il concetto di persona in sé, con i suoi desideri e le sue aspirazioni. È questo che intendiamo, invece, quando parliamo di indipendenza, della possibilità di prendere i mezzi pubblici, muoversi per strada, lavorare, realizzare i propri sogni ed essere felici. Ed è anche per questo che mi piacerebbe riprendere un percorso iniziato da mio padre sul rapporto università-lavoro, perché credo che da quel mondo possano partire nuove idee e nuove speranze per chi vive con la disabilità, sia per la formazione che per la vita intera».                                                                                                      

 


Quella scala a chiocciola

Duecento pagine per parlare di sé. “Noi siamo immortali” è una biografia, quella di Giovanni Cupidi, che i quaranta li ha superati da poco, ma di storie da raccontare ne ha molte. La sua storia non è solo quella di una tetraplegia che lo tiene costretto tra letto e sedia a rotelle, ma è una vita piena, dove ci sono tante storie interessanti, ogni giorno una sfida, anche solo per votare. O di quando, invece di un montacarichi, gli recapitarono a casa una scala a chiocciola, in un libro che è un colpo al cuore, ma pure un bel respiro.

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