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Energia pura

Fabio Novembre è architetto e progettista di fama mondiale. Per lui il design è l’abilità dell’uomo di trasformare a suo favore le condizioni che lo circondano

Lun 07 Gen 2019 | di Nadia Afragola | Attualità
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Fabio Novembre è il designer italiano più amato del momento, è stato da poco scelto come membro del nuovo board per il Museo Permanente del Design Italiano per la Triennale di Milano. Architetto e progettista poliedrico di fama mondiale, è la testimonianza di come l’abbandono degli iperspecialismi sia necessario per lasciare spazio e campo alle altre discipline. È energia allo stato puro, a tratti poetico, a momenti visionario. 

Chi è Fabio Novembre?
«Mi chiamano Fabio Novembre, di solito sono nudo perché mi piace farmi cucire addosso definizioni che metto o dismetto a seconda delle occasioni. Scultoreamente adamitico, me ne frego e lascio fare. Bado allo stile con cui indosso queste definizioni, da impeccabile peccatore, facendo del gossip metafisico un manifesto culturale».

Di quei 18 anni passati a Lecce cosa resta?
«Dopo aver tagliato le mie radici, ho cercato di sentirmi a casa in ogni posto. È una questione di empatia. Sono nato casualmente in una città barocca. Il passato te lo ritrovi inconsciamente addosso, non capisci perché ce l'hai o come ti stia influenzando».

Perché fece quel corso di regia cinematografica alla New York University a 20 anni?
«Il mio approccio nasce da un limite: non so assolutamente disegnare. Ho cercato di trasformarlo in opportunità, sostituendo l’espressione grafica con la scrittura e adottando metodi cinematografici all’intero processo progettuale. Purtroppo o per fortuna a New York ho incontrato Anna Molinari (Blumarine) ed è così, che per caso, l'architettura è rientrata nella mia vita».

Perché tutti parlano di design?
«Il design è l’abilità dell’uomo di trasformare a suo favore le condizioni che lo circondano. È questa la caratteristica che lo differenzia dagli altri animali. Il design va dove andiamo noi. La domanda da porre sarebbe: dove va l’umanità?».

Quando un intervento di restauro diventa un’operazione culturale?
«Un intervento di restauro è una deliberata scelta di allungare la vita ad un manufatto architettonico. Quindi, per sua stessa natura, non può essere altro che un’operazione culturale».

Dov’è la bellezza?
«Il bello è indefinibile, anche se mi sto sempre più convincendo del valore etico dell'estetica. Ne sono la riprova, in negativo, i nostri tempi: notiamo un degrado sia dell'etica che dell'estetica. Non condivido chi vede nell'estetica solo un valore effimero, superficiale. Credo in un vero e proprio valore educativo dell'estetica».

Vale ancora il made in Italy?
«Rischia di diventare presto soltanto un ricordo. Basta guardare il panorama creativo contemporaneo in qualsiasi ambito e ci si accorge che la sbandierata creatività italiana è solo un ricordo o ha subito un forte ridimensionamento. I “creativi italiani” hanno la sventura di appartenere ad un Paese con una grande attitudine esterofila e succede spesso che a decretarne la fama siano riconoscimenti provenienti dall’estero».

Sostenibilità, etica, design accessibile… solo fuffa?
«Il design è colpevole della sua connaturata tensione alla quantità. Il successo di un prodotto viene misurato in termini di numeri venduti, tralasciando l’impatto sostenibile o la soddisfazione del consumatore. È da molti anni che uso lo slogan "fare meno, farlo meglio" e da sempre inseguo una mia idea di qualità che non coincide con i grandi numeri».

Tecnologia: in quale parte del processo creativo di un designer si inserisce?
«La tecnologia condiziona solo il pensiero deduttivo. Le grandi intuizioni volano sempre più alte di qualsiasi condizionamento».

Muse è una delle sue creazioni probabilmente con maggiore spessore. Di cosa si tratta?
«Nel 1916, per sfuggire alla follia della guerra, un gruppo di ragazzi si fece ricoverare nel centro medico militare di Villa Seminario a Ferrara. Quei ragazzi erano Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Alberto Savinio e Filippo De Pisis. Il rifiuto della realtà li portò ad elaborare una realtà alternativa, la Metafisica. Un mondo fatto di muse e di enigmi, di inquietudini e di incanti. Muse è il mio omaggio a loro».

Basta un buon percorso accademico per diventare Fabio Novembre?
«È un problema di allineamento delle priorità e forse fare design è proprio questo: stabilire le proprie. Un buon designer deve essere prima di tutto una buona persona, la sua voglia di trasformazione non deve evolvere in forme di prevaricazione».

Qual è stato il prodotto più venduto che ha disegnato?
«Il successo di un prodotto è assolutamente non prevedibile, ci si può affidare soltanto all’istinto. Quando Enrico Astori decise di mettere in produzione la mia Nemo pensava che sarebbe stato un prodotto di sola immagine, ma dal suo esordio nel 2010 è il bestseller di Driade».

Intuizione o concetto: cosa arriva prima?
«Un’idea è come un fiore, nasce sempre da un seme. Noi siamo circondati da semi, ci manca la voglia e la capacità di coltivarli».

Il design potrà mai essere qualcosa di accessibile?
«Lo è per sua stessa natura. Il design è l’arte per tutti i giorni».

Come definirebbe il suo lavoro?
«Personale con ambizione universale».

Disegnerebbe una libreria per Ikea?
«Ma certo! Sarebbe una sfida meravigliosa».

Gli stimoli per andare oltre dove li trova?
«L’ispirazione nasce da tutto, dal sorriso di mia figlia a una nuvola in cielo. La creatività non è un merito, ma un bisogno inevitabile. Ho molti eroi: da Fellini a Gandhi, da Majakovskji a Che Guevara, da Sottsass alla mia vecchia portinaia; il mondo è pieno di buoni esempi da seguire. Io li chiamo le stelle delle mie notti buie: quando credo che tutto sia troppo difficile alzo gli occhi al cielo, li guardo, gli sorrido e vado avanti».
 

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