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La mia vita dopo l’ecstasy

Giorgia Benusiglio 19 anni fa ha subìto il trapianto di fegato dopo aver assunto mezza pillola di ecstasy. Da 12 anni va nelle scuole per sensibilizzare i giovani e fare prevenzione

Lun 07 Gen 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

Giorgia Benusiglio era una ragazza come tante. Un’adolescente in piena regola. Una diciassettenne che una sera va in discoteca con gli amici e accetta mezza pillola di ectasy che qualcuno le passa. Tanto che vuoi che succeda per mezza pillola...
Poi il coma epatico e il trapianto tempestivo di fegato che da allora la costringe ad una vita complicata, ma anche piena di vita. Sono trascorsi 19 anni da quel trapianto. E da allora i giorni di Giorgia sono cambiati profondamente. Soprattutto da quando, 12 anni fa, ha deciso di trasformare quella esperienza in un’occasione per sé e per gli altri.  
«Da 12 anni giro nelle scuole per fare prevenzione e ogni anno incontro 80mila ragazzi. Racconto la mia storia, ma anche quella di tanti altri ragazzi, per far capire cosa è la droga e i suoi pericoli. Le persone che ne fanno uso, purtroppo, sono sempre di più. E l’età si è abbassata. Quindi è giusto che ascoltino le storie. Io voglio far vedere la realtà dei ragazzi in modo propositivo. Se vengono scossi e coinvolti in modo giusto sanno tirare fuori le idee più belle. L’unico sballo possibile è la vita. Non facendoti, fai cose. Ho fatto esperienza nelle carceri, nelle comunità e ai ragazzi racconto questo, ma anche il dolore dei genitori che hanno perso il figlio. Racconto di chi, come Alessia, ha perso le gambe perché usava cocaina. La droga prima o dopo ti porta il conto. Quando non ci si riesce ad amare sufficientemente si danneggiano le persone che ci amano. Parlo dell’accettazione di sé, i difetti come valore aggiunto, i limiti… Parlo anche della donazione degli organi e del sangue: non posso non parlarne. E da lì cominciano mille domande». 
 
Come sono i ragazzi che incontri? 
«I ragazzi sono un turbinio di emozioni. Fanno mille domande: ci sono quelli che vogliono sapere cose personali, quelli che fanno domande tecniche. A volte partono dallo scontro. Ma dalla mia parte trovano il sorriso e una persona che pian piano fa capire come stanno le cose, coinvolgendoli. Poi sono io che faccio loro domande dirette, perché così capiscono cosa sanno e cosa non sanno. Gli domando: conoscete la proposta di legge? Conoscete la differenza tra liberalizzazione e depenalizzazione? Sapete che differenza c’è tra marijuana terapeutica e ‘ludica’? La cosa più bella è che alla fine mi abbracciano e mi dicono grazie. Da lì capisco che ho fatto centro. Non è detto che cambieranno, ma sicuramente torneranno a casa a riflettere. Nei miei incontri non vado con la presunzione che smettano. Sarebbe utopia e non sono stupida. Però devono sapere che ogni due giorni c’è un morto di overdose. Tutto questo lo faccio perché i ragazzi hanno diritto di essere informati e noi il dovere di farlo. Se, quando avevo 17 anni, avessi avuto un’altra informazione, ora sarei diversa… In discoteca quando i ragazzi si trovano davanti ad una scelta pensano: “Lo faccio non lo faccio? Se la sputo, mi emargino e sarei uno sfigato, in fondo mezza pastiglia che vuoi che sia… lo faccio solo queste volta”. Ma se tu ai ragazzi racconti che rischiano di perdere la vita in quattro ore, a quel punto la scelta diventa sputare!».
 
Tu ora hai tutta una serie di limiti: quali sono?
«Il tempo è il primo limite ed è qualcosa che mi spaventa tantissimo. So che oltre i 30 anni dal trapianto non si va. Per me ne sono passati 19 anni e sto cominciando a fare i calcoli. Ogni volta che ho una infezione, ho paura di non superarla. Allora ho imparato a vivere giorno per giorno, cercando di rendere migliore possibile questa vita ed è quello che dico di fare ai ragazzi. Non voglio che i ragazzi arrivino a subire quello che ho subìto io per capire il significato della vita… Poi ci sono i limiti alimentari. Alessandra (questo il nome della ragazza che le ha donato il fegato – ndr) oltre al fegato mi ha regalato la celiachia. Non solo, ho prodotto una malattia autoimmune, che è conseguenza dell’uso dei farmaci, e dopo tre anni dal trapianto ho avuto un tumore al collo dell’utero. Non posso mangiare un sacco di cose, purtroppo, dalla pasta al pane alla pizza e poi niente grassi, niente dolci, cibi confezionati, l’olio solo a crudo. Niente omega 6 e 9 che mi danneggiano. E ancora: ho difficoltà ad avere figli. Anzi mi è sconsigliato...».
 
Ma tu vedi sempre il bicchiere mezzo pieno.
«Ci sono tanti ragazzi che aspettano di avere una famiglia. Perché devo mettere al mondo un orfano? Allora preferisco ampliare la famiglia in modo differente: con il mio compagno penso di adottare un ragazzo un po’ più grande, così quando non ci sarò più sopporteranno insieme la perdita».
 
Poiché non ti fermi mai, hai pubblicato da poco un nuovo libro “Io non smetto” (Piemme editore) e a marzo uscirà un film.
«Cerco metodi per arrivare ai giovani. Quindi quando un giovane produttore è venuto da me e mi ha proposto il film dal titolo “La mia seconda volta” ho detto «Sì!». Vogliamo farlo arrivare a 200mila ragazzi delle scuole. I numeri parlano chiaro: 224 morti di overdose in 11 mesi. E la cosa a cui non si pensa è che oltre ai morti per overdose, ci sono gli incidenti dovuti all’uso di droga e anche alcol. E poi ci sono i disturbi psichici, il parkinson che si sta manifestando in età molto giovane…».
                                                     
 


IO NON SMETTO

È nata nel 1982 a Milano, dove si è laureata in Scienze della formazione primaria. Nel 1999, dopo aver assunto mezza pastiglia di ecstasy tagliata con veleno per topi, ha subìto il trapianto del fegato. Da allora, ha deciso di impegnarsi per sensibilizzare genitori e ragazzi sul consumo di droghe. Ogni anno incontra circa 90.000 persone. Su di lei è stato realizzato il docufilm “Giorgia vive”. Ha già pubblicato “Vuoi trasgredire? Non farti!” (San Paolo). Ha da poco pubblicato “Io non smetto - La vita è uno sballo” (Piemme).

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