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Uma Thurman in cucina

E' tra i 30 under 30 piů promettenti al mondo nella categoria The Arts, č stata giudice de “Il ristorante degli chef” su RaiDue e ha conquistato una stella Michelin con il suo ristorante: what else?

Lun 07 Gen 2019 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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È bella da far paura, dicono assomigli a Uma Thurman. In cucina è un mago e in tv, nel giro di poche puntate, è riuscita a cucirsi addosso l’appellativo di “nuova superstar della cucina italiana”. Isabella Potì è stata una dei tre giudici del talent show culinario “Il ristorante degli chef”, in onda in prima serata su Rai2 e il suo ristorante, Bros’, un innovativo progetto culinario (aperto il 26 dicembre del 2015 - ndr), ha appena ricevuto la stella Michelin. In quelle mura lei è Sous chef & co-owner, oltre che pastry chef, e al suo fianco, nella vita di tutti i giorni, come in cucina lo chef Floriano Pellegrino che guida il ristorante, a Lecce. Se rintracciate qualcosa di glaciale nei suoi occhi sappiate che è merito della mamma polacca. Mentre dalla nonna leccese ha imparato a fare i dolci e la pasta fresca senza uova. Isabella ha 23 anni e la rivista Forbes l’ha inserita fra i 30 under 30 più promettenti del mondo nella categoria The arts. Non stupitevi di trovarla ai fornelli con una blusa seicentesca, lei è così. Speciale. 

Chi è Isabella Potì?
«Una giovane donna, non arrivista, ma ambiziosa. Ho sempre avuto ben in mente ciò che volevo fare e faccio di tutto affinchè i miei sogni si realizzino».

Ventitré anni e una vita passata in cucina. Non ha mai voglia di fare ciò che di solito fanno le ragazze della sua età? 
«È un pensiero che mi viene almeno un giorno alla settimana. Diciamo che quella leggerezza di cui parli provo a tenerla stretta ogni giorno della mia vita e le cose da “ventenne” provo a farle nei giorni liberi».

Mamma polacca, papà leccese. Le due culture quanto hanno condizionato il suo approccio alla cucina?
«Tanto. La cucina polacca, distante anni luce dalla nostra salentina, mi ha permesso di affinare dei sapori, sviluppando una diversa visione del cibo. Da noi c’è più varietà, in pochi km ci sono delle tradizioni diverse, modi differenti di affrontare anche solo una semplice melanzana. La cucina polacca è semplice, si basa sui prodotti che durano un inverno intero, a temperature gelide. A Lecce, la terra non smette mai di dar frutti».

Il riconoscimento di Forbes che effetto le ha fatto? Cosa hanno detto mamma, papà?
«I miei genitori vivono in Polonia, mi seguono a distanza, spero siano fieri della loro figlia, anche perché mi hanno sempre appoggiato ed è anche merito loro se oggi sono qui a parlare con te. Tanti genitori hanno progetti per i figli diversi da ciò che vogliono poi davvero i ragazzi, ma per fortuna non è questo il mio caso. La notizia mi ha preso alla sprovvista: mica me lo aspettavo!».

I riconoscimenti pesano più sull’uomo o sullo chef? 
«Possono “segnare” sia l’uomo che lo chef, non c’è una grande divisione tra le due parti. Come diceva il mio maestro: cerca di essere un grande uomo e poi un grande chef, il contrario è difficile».

È la versione al femminile di Cracco. Lo sa? 
«Credo sia un pregio e per nulla un difetto essere paragonata ad un maestro della cucina come Carlo Cracco. Spero un giorno di essere talmente brava a differenziarmi dai miei colleghi da avere una identità personale riconosciuta e condivisa».

Contaminazioni. Cosa sono? 
«Le abbiamo di qualunque tipo, ogni giorno, non solo in cucina. Può essere un ingrediente che non trovi di solito in un paese e che ritrovi nel piatto. Nel ristorante basiamo tutto sul gusto, partendo dal background salentino. Tutto ciò che può avvicinarsi al nostro sapore è ben accetto, come il pepe del Sichuan che ha un sapore limonato, o il tamarindo al posto del limone e dell’aceto, sempre presenti».

Floriano Pellegrino… qualcosa di speciale vi lega. Nella vita come in cucina. Non deve essere facile coniugare i due aspetti.
«Affrontiamo il tutto con serietà e professionalità. Siamo umani e in quanto tali imperfetti, ma non ci sono mai state delle grosse difficoltà tra di noi, a livello di coppia. Sul lavoro ognuno ha il suo ruolo e i suoi compiti: siamo fortemente concentrati e in quel caso la simbiosi è totale, ed è ciò che poi ci aiuta nella vita di tutti i giorni».

Due chef quando sono a casa cosa mangiano?  
«Quando siamo fuori dal ristorante cucino io. Se cerchiamo dei ristoranti di solito sono trattorie, oppure stellati. A casa il menù è il più basico possibile: verdure, frutta, della buona pasta, del buon pane. Siamo semplici, tendiamo all’estremo, ad escludere la carne senza per questo voler essere dei puristi».

L’alta cucina può anche essere donna?
«I numeri confermano un netto predominio dell’uomo, ma per quanto mi riguarda quei numeri non esistono. Penso alle tre stelle fresche di riconoscimento della chef Dominique Crenn. Non c’è differenza tra uno chef donna e un uomo e anche il solo fatto che ne parliamo crea dei limiti».

Era in prima serata su Rai2. La sua prima esperienza. Com’è andata? 
«Benissimo nonostante sia riservata. Pensavo di incontrare maggiori difficoltà! è un mondo diverso dal mio quello della tv che mi ha permesso di esercitare la mia professione in modo diverso. I compagni di viaggio, Andrea Berton e Philippe Léveillé, sono stati fantastici, ho scoperto il loro lato umano e quando le luci si sono spente sono rimaste due belle amicizie».

Tv. La rifaresti?
«Certo, altrimenti non avrei neppure iniziato a farla».

Un piatto. Il suo piatto. 
«Il soufflé che è un dessert avvincente, perché non è mai uguale».

Lecce. Quanto è difficile fare ciò che fa lì? 
«Non è stato mai un freno essere a Lecce, non ci siamo mai posti come limite il nostro territorio, anzi lo prendiamo come uno stimolo. Abbiamo aperto a Lecce come fossimo a Londra o a Parigi. Lavoriamo con i nostri ritmi e anche la gente del posto inizia ad apprezzare la nostra cucina».

Di cosa non può fare a meno? 
«Dell’amore, inteso come passione, come attaccamento a quello che faccio, come voglia costante di fare. E poi sono un amante degli animali e della natura. Non posso fare a meno di avere un equilibrio. Vale in cucina, ma soprattutto nella vita».

 


Da Lecce a Londra

E' giovanissima Isabella. È nata nel 1995 a Roma da mamma polacca e papà leccese. Si è formata da Claude Bosi a Londra e da Martin Berasategui e Paco Torreblanca, in Spagna. Prima di partire, tuttavia, ha vestito i panni della stagista, affinando le tecniche in pasticceria con Francesco Pellegrino (che ha lasciato il ristorante Bros' poco dopo l'apertura), il fratello di Floriano e Giovanni (che ha lasciato il Bros' nel 2017). Il 26 dicembre 2015 il ritorno in Italia, per far parte dell’avventura del Bros’. 

 


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