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MEMORIA

Piero Terracina, oggi novantenne, ci racconta come è sopravvissuto all’Olocausto, unico della sua famiglia. Una ragazza di 19 anni ci porta ad Auschwitz, a 73 anni da quel 27 gennaio del 1945

Lun 07 Gen 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 20

Come si può sopravvivere alla deportazione? Me lo sono sempre domandato. Me lo domandavo da ragazza, sfogliando le pagine dei libri sui quali studiavo. Me lo domandavo  leggendo “Se questo è un uomo” di Primo Levi o guardando i film che con le immagini provavano a  farci comprendere il significato di quel massacro. Me lo domandavo ogni volta che sentivo in tv il racconto della profanazione di alcune tombe di ebrei o quando ascoltavo le parole di chi nega ciò che è stato. 

Ma solo quando ho incontrato la Storia e chi quelle vicende le ha vissute in prima persona ho potuto comprendere di più: ho compreso vedendo le lacrime di Piero, i suoi occhi, sentendo quel dolore profondo, sordo, insopportabile che porta con sé da 73 anni. Percependo il suo senso di colpa per essere sopravvissuto, l’impossibilità di raccontare tutto, la nostalgia, i pensieri che martellano il cuore e la testa. Ho compreso, rivivendo grazie alle sue parole, le strade, la guerra, le macerie e quei treni senza speranza sui quali migliaia di famiglie sono stati costretti a salire... Un orrore di fronte al quale non si possono chiudere gli occhi. Mai.


 


SOPRAVVIVERE PER RACCONTARE

Piero Terracina, a 15 anni viene deportato ad Auschwitz. Unico sopravvissuto della sua famiglia, oggi, a 90 anni, fa memoria


Angela Iantosca

Era un bambino felice Piero. Gli amici, la bicicletta, la scuola e la maestra che gli voleva bene. E poi i fratelli più grandi, i nonni e quei genitori capaci di insegnare la dignità nei momenti più difficili. Era un bambino felice, fino a quando, nel 1938 tutto è cambiato. Ha 90 anni oggi Piero e lo incontro nella sua casa romana: dietro la porta d'ingresso un sorriso accogliente e quelle piccole difficoltà dovute all'età. Lo osservo e penso che sarà difficile entrare nella ferita, in quel dolore che ogni sua parola fa trasudare. Nella nostalgia, in un passato che non può trovare giustificazioni, di cui rimangono ancora tracce indelebili sulla sua pelle e a volte gesti incomprensibili di chi trasforma la violenza nel suo valore di riferimento, facendo ripiombare tutti nella paura. Forse la stessa paura provata da Piero che, un giorno, si è trovato additato perché ebreo, ghettizzato perché ebreo, escluso da scuola perché ebreo, deportato perché ebreo. Orfano perché ebreo. 
«Quando ero bambino vivevo a Monteverde. Giravo sempre con gli amici non ebrei, perché nella zona non eravamo molti ed essere ebreo non era un problema. Frequentavo una scuola pubblica, la Francesco Crispi, e avevo una maestra che mi voleva bene. Almeno così credevo». 
Eppure tutto cambia quando il 14 luglio del 1938 viene pubblicato il Manifesto della Razza, il 5 settembre vengono emanate le leggi razziali e Mussolini ordina il censimento di tutti gli ebrei. 
«Quando vado a scuola, a settembre di quell'anno, sembra tutto normale: i miei amici ci sono tutti. Entro in classe, mi siedo. La maestra fa l'appello e non mi chiama. Finito l'elenco mi dice: “Terracina ci sono le nuove leggi, non puoi più frequentare questa scuola”. Sono senza parole, ma cosa ho fatto? E lei, fredda: “Sei ebreo”. Mi dice che posso rimanere per quel giorno, ma di non tornare più. Io mi alzo e me ne vado via piangendo. Quando arrivo a casa, mamma dice di star tranquillo, che posso continuare a studiare nella scuola ebraica elementare. Lì trovo i nuovi amici, tutti ebrei, gli ‘esclusi’ di Roma. Gli amici della scuola pubblica, invece, spariscono. Ed io sono solo un bambino di 9 anni». 
Ogni giorno ci sono nuovi decreti e circolari contro gli ebrei con i quali si vieta tutto, anche il lavoro, il possesso di piccioni viaggiatori, la frequentazione di località di ‘importanza strategica’. Ma, nonostante tutto, i Terracina continuano a condurre una vita (quasi) normale. 
«Papà nel 1938 perde il lavoro e ne trova uno come commesso, guadagnando 850 lire. Poco per 8 persone da sfamare (la famiglia di Piero è formata da 4 figli, i due genitori e due nonni - ndr). I miei fratelli, più grandi di me, allora lasciano la scuola e si mettono a lavorare. Nel giugno del 1940 l’Italia entra in guerra. Ma è dal settembre del 1943 che comincia a peggiorare la situazione. Il 16 ottobre viene ordinato il rastrellamento nel ghetto di Roma e prendono tutti, donne, bambini, anziani. Poi, con un elenco alla mano, iniziano a girare per la città a caccia di ebrei. E anche noi cominciamo a nasconderci. Non sappiamo dove andare. Finché troviamo una cantina nel nostro palazzo: per lavarci e mangiare torniamo nel nostro appartamento. Anche se la vera difficoltà, in quel momento, è non avere un lavoro. Allora cominciamo ad arrangiarci: compriamo qualcosa in un quartiere e andiamo in un altro quartiere a venderle… È una cosa pericolosa, ma non ci succede niente». 
Finché il 7 aprile del 1944 qualcosa succede.
«Come tutte le mattine dalla cantina andiamo nell'appartamento. Quando saliamo, papà ci dice: “Ragazzi questa sera è Pèsach, Pasqua. Festeggiamo!”. Noi siamo felici di questa normalità. I miei fratelli rimangono in casa a preparare il pane azzimo. Un fratello di mio padre decide di restare con noi e io giro con la mia bici. Passa la giornata e arriva la sera. Ci ritroviamo intorno alla tavola. È tanto che non accade. Stiamo cominciando il rito, quando bussano alla porta. Mia sorella va ad aprire. Quando torna, ha il volto sconvolto: dietro di lei due SS con i mitra e le bombe a mano. Ci dicono che abbiamo 20 minuti di tempo per uscire di lì. “Raus” (Fuori - ndr) ci urlano. Mia nonna era morta pochi giorni prima, fortunatamente... Sulla porta un italiano: lo aveva visto la mattina mia sorella, l'aveva seguita e le aveva fatto dei complimenti. Lei gli aveva detto di girare alla larga. Era stato lui ad accompagnare le SS a casa nostra, che pagavano 5mila lire per ogni uomo, 3mila lire per ogni donna, 2mila lire per ogni bambino segnalato. Saliamo su una autoambulanza. Dopo cinque minuti siamo al carcere di Regina Coeli. Ci lasciano in una stanza, in piedi, con la faccia al muro. Poi ci registrano: nome, cognome, colore dei capelli, degli occhi, segni particolari, età e poi rilevano la nostra impronta digitale. Esco piangendo. Papà se ne accorge e allora dice qualcosa che mi guiderà per tutta la vita. Ci chiede perdono. E poi aggiunge: “Ragazzi possono accadere cose terribili: qualsiasi cosa succeda, siate uomini, non perdete la dignità”. Una parola che non ho mai dimenticato... Ma come si fa a mantenere la dignità quando si ha fame? Quando si guarda con occhi supplichevoli l'aguzzino con il bastone in mano? C'è chi l'ha conservata la dignità, come quelli che si sono ribellati e che sono andati incontro a torture e morte. Li trovavamo la mattina quando uscivamo dalle baracche prima dell'alba: chi aveva mantenuto la dignità era attaccato al filo spinato dove passava la corrente ad alta tensione. Io avevo 15 anni, non volevo morire. Mi adattavo a tutto. E se non lo avessi fatto non sarei tornato...». 
Dal Regina Coeli i Terracina vengono portati a Fossoli, nel campo vicino Carpi. 
«Lì la vita è ancora accettabile. Ci danno da mangiare, anche se non abbondante. Stiamo lì un mese durante il quale vivo momenti di profonda amicizia e di atrocità...».
Da Fossoli Piero parte, con tutta la sua famiglia, a bordo di un treno diretto in Polonia. 
«Ci dicono di fare rifornimento di acqua. Ognuno riempie ciò che ha. Poi ci danno un pezzo di pane e formaggio. Ci fanno salire sul treno. In un angolo del vagone un bidone per i bisogni. Quando il treno parte, dopo molte ore, il rifornimento di acqua è finito e il bidone è pieno. Il viaggio dura giorni durante i quali rimaniamo stipati in decine nei vagoni. È il 23 maggio quando arriviamo ad Auschwitz. Ricordo le ciminiere da cui esce fumo. Pensiamo tutti a delle fabbriche… ma non alle fabbriche della morte. Quando il treno si ferma nel campo, sulla banchina le SS cominciano ad urlare in tedesco, da interpreti ci fanno gli italiani che sono lì da un po'. Scendiamo, lasciamo i bagagli e formiamo due file, una di uomini e una di donne. Nel vagone con me c'erano mio padre e mio nonno. Sulla banchina incontro i miei fratelli. Cerco mamma. La trovo, ci abbracciamo. Vedo che piange. Ci dice addio, Lo sa che non ci vedrà più. Io, i miei fratelli e mio zio siamo nella fila di quelli che devono andare alla sauna. Gli altri vengono avviati verso le fabbriche da cui esce il fumo… Papà e nonno sono nella fila di destra, poi su un camion vedo che fanno salire gli anziani, ma il destino è lo stesso... Papà ci guarda, alza la mano, ci saluta. Anche lui lo sa che sta per finire tutto. Io non capisco ciò che accade. Veniamo portati nella sauna. Veniamo spogliati di tutto. Scarpe, abiti. Completamente nudi, veniamo ammassati sul fondo della baracca. Mentre siamo lì, arriva una squadra con i rasoi. Ci rasano tutti i peli e i capelli. Poi un'altra squadra ci passa uno strofinaccio su tutte le parti del corpo. Ci fanno fare una doccia e ci portano in una stanza adiacente dove ci sono le SS sedute a un tavolo. Davanti a loro, nudo, compilo un foglio... Mentre sono lì mi ricordo ciò che mi ha detto un italiano, scendendo dal treno: “Non dire che hai 15 anni. Dì che ne hai 18”. E così faccio. Non so se per quello mi salvo o se mi sarei salvato lo stesso… Non lo so… Nella scheda vedo che aggiungono un numero che è quello che mi viene tatuato sul braccio sinistro. Io sono il numero A5506. E lo devo imparare subito, perché per qualsiasi cosa sarò chiamato con quel numero. Se non si risponde o perdi la zuppa o vieni punito. E la punizione ad Auschwitz spesso significa morte... Ma io non voglio morire».
Continua la vita al campo, d'estate, in autunno e in inverno, con la neve, il freddo, quelle scarpe che sono il bene più prezioso e quelle baracche in cui si dorme su letti a castello fatti di legno, in cui ogni letto contiene sei pezzi, perché così vengono chiamate le persone. 
«Quando torniamo la sera, spesso portiamo con noi i cadaveri dei compagni che non ce l'hanno fatta. Li trasportiamo e li allineiamo perché le guardie possano contare i ‘pezzi’... perché è così che ci chiamano, pezzi...».
Ogni giorno Piero e i compagni lavorano per realizzare canali per far defluire l'acqua del campo nel fiume Vistola. Ogni giorno Piero si sveglia e non sa se arriverà a fine giornata. Perché ogni giorno arrivano nuovi treni, con nuovi deportati. E anche se molti di loro vengono uccisi, una parte entrerà nel campo. E per farli entrare qualcun altro deve morire: «La sera a volte aprono le baracche, ci fanno denudare, ci fanno uscire all'aria aperta e aspettiamo che venga scelto chi deve far posto a quel nuovo 20% di persone che deve entrare».
Ma nonostante questo, nonostante la morte del padre, della madre, del nonno e poi dello zio e poi dei fratelli, nonostante la scomparsa di amici, Piero e gli altri provano a pensare alla vita, non si abbandonano alla disperazione. Quando si ritirano la sera parlano del passato. Fino al 27 gennaio, il giorno della liberazione del campo.
«Siamo ormai pochi quando arrivano i russi. Da qualche giorno le SS organizzano le marce della morte, creando gruppi di gente da mandare a piedi in altri campi, nella neve, sapendo così di ucciderli. Il nostro campo è cosparso di cadaveri ed è difficile trovare neve non contaminata da trasformare in acqua... Quando capisco che ci hanno liberato, rientro nella baracca e lo comunico ai miei compagni. “Siamo liberi”. Silenzio. Nessuna reazione. Dopo qualche ora qualcuno comincia a pregare, qualcuno a piangere. Ma nessuno gioisce. Ognuno di noi sa che, tornando a casa, non troverà nessuno. Io vengo ricoverato in un ospedale da campo poi vengo portato sul Mar Nero. Mi diagnosticano la Tbc e rimango per mesi in un sanatorio… Torno a Roma a dicembre 1945». 
Poi il silenzio.  
«Avrei voluto parlare al ritorno. Ma la gente non ci credeva. La gente non voleva sapere. C'era indifferenza assoluta. Pensavano che fossimo pazzi. Poi, nel 1990, ci fu la profanazione delle tombe a Carpentras in Francia. Ero in macchina quando sentii la notizia. Mi misi a piangere… È lì che ho deciso che non si poteva più tacere… La memoria serve a non far dimenticare, a far capire ai ragazzi che il futuro dipende da loro e che è importante non dar retta ai nuovi duci che ogni tanto si presentano».



 

 

Correva l’anno...

•1938, settembre: approvate le leggi razziali.
•1939, 1 settembre: inizia la Seconda Guerra mondiale.
•1940, 10 giugno: discorso di Mussolini da Palazzo Venezia; l’Italia entra in guerra.
•1943, 25 luglio: Mussolini viene arrestato.
•1943, 8 settembre: armistizio.
•1943, 23 settembre: Mussolini, liberato dai tedeschi, forma la Repubbica di Salò.
•1944, 24 marzo: eccidio Fosse Ardeatine a Roma.
•1944, 7 aprile: la famiglia Terracina viene arrestata e portata nel campo di Carpi.
•1944, 23 maggio: la famiglia Terracina arriva ad Auschwitz.
•1945, 27 gennaio: il campo di Auschwitz viene liberato dai russi. Piero è l’unico sopravvissuto della famiglia e per alcuni mesi viene portato in un sanatorio sul Mar Nero.
•1945, 26 aprile: Mussolini fugge. Viene catturato e, dopo due giorni, giustiziato. 
•1945, 30 aprile: Hitler si toglie la vita.
•1945, 8 agosto: gli americani lanciano la prima bomba atomica.
•1945, 20 novembre: a Norimberga si prepara il processo contro i capi della Germania nazista.
• 1945, dicembre: Piero Terracina torna a Roma.



 

Il vento si poserà

Ad Auschwitz-Birkenau: il gelido silenzio del nulla
Sara Alicandro

Prima di arrivare ad Auschwitz-Birkenau hai l’ingenua presunzione di sapere cosa sia stato realmente l’Olocausto: ne hai sentito parlare, lo hai letto sui libri di storia, hai visto tanti di quei documentari che pensi di esserti fatto un’idea abbastanza chiara di quella che è stata la vergogna più grande della storia della (dis)umanità. Eppure chi non decide di fare la coraggiosa scelta di salire sul vagone della memoria e dare la possibilità ai suoi occhi, alle sue orecchie, di essere testimoni diretti dei luoghi dove le atrocità hanno avuto vita non potrà mai sapere quale viaggio terribile, commovente, silenzioso ed estremamente inverosimile (ma purtroppo veritiero) lo aspetta.
Io ho deciso di salire ora su quel vagone, all’età di 19 anni e di raccontare quella frenesia che mi ha colta nei giorni immediatamente precedenti il viaggio in Polonia.  

IL LAVORO RENDE LIBERI
C’era una guida ad aspettarci ad Auschwitz. Una signora pronta a radunarci appena fuori l’entrata del campo. Si chiamava in un modo bizzarro, ma per noi italiani era semplicemente Margherita. Alle sue spalle, il celeberrimo cartello in metallo che recita la più colossale delle menzogne: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Era da lì che sarebbe iniziato il mio viaggio. Al di là di quel varco il sentiero per la verità. Al di là di quel varco l’ultimo passo di quella me che da quel momento ho lasciato alle spalle per sempre. 
Perchè basta un passo. Un passo e l’aria si fa pesante, le pietre sotto ai piedi feriscono come vetri, quasi come se non si avessero le scarpe, tanto si è inermi di fronte alla forza dell’ambiente in cui ci si immerge. Fa freddo, anche se il sole estivo picchia forte sulle nostre teste; è un freddo che penetra al di là della carne, nelle ossa; la nostra pelle diventa fragile, assorbe tutto quello che ci viene trasmesso, dalle parole alle immagini. Con questa sensazione osservo quei giganteschi complessi in muratura: emanano un odore di morte che provoca una paura inspiegabile, come se io fossi una deportata. è così che le lacrime più consapevoli della mia vita mi hanno riempito gli occhi. Ancora prima di cominciare questo viaggio.

RACCOLTA DI SPERANZE
La parte che più mette alla prova la nostra integrità, però, non sono le strutture, quanto il museo. Che a me piace considerare, più che un museo, una raccolta di speranze. 
Dopo una prima parte introduttiva di tipo storico/informativo piena di numeri di prigionieri e stime di grandezze dei campi, inizia un cammino toccante, fatto di enormi teche di ricordi. Per la prima volta da quel primo passo al di là del varco, finalmente ritrovo i deportati. Li prendo per mano mentre ritrovo i loro frammenti di vita: ci sono tonnellate di capelli, che servivano a fare delle coperte per i nazisti, occhiali, utensili da cucina nella speranza di ricostruire una vita serena da un’altra parte, spazzole, scarpe. Scarpette rosse, da bambino. Le domande si congelano di fronte a tutto questo. Perché non c’è una risposta possibile. Non si possono scattare foto in alcune stanze, ci dice Margherita. Ma non penso serva. Sono immobilizzata.

Zyklon B 
In una delle ultime sale della raccolta c’è una teca che genera in me un sentimento che ha a che fare con la rabbia: contiene un’enorme quantità di latte di Zyklon B, il gas che veniva rilasciato nelle camere. Il passo successivo è il forno crematorio. Appena entrati, la camera a gas: l’aria più pesante mai respirata. Un’aria che definirei vuota. è Margherita a dare forma a quel vuoto: e la forma è quella di corpi che si contorcono in preda alle convulsioni, di orecchie che sanguinano e di occhi che abbandonano lentamente le orbite, mentre con la bocca si cerca un’aria respirabile che non esiste più. Ora li vedo i corpi nudi che si incastrano a terra in un puzzle informe. E la vedo la squadra sonderkommando che li prende e li depreda di tutto il possibile: capelli, gioielli, persino denti d’oro, per poi incenerire ciò che resta nei forni, cancellando così la memoria di quell’abominio.

BIRKENAU
Prima di partire mi era stato detto che Birkenau era ancora peggio di Auschwitz. Forse è vero, perché a Birkenau regna sovrano il gelido silenzio del nulla assoluto. I nazisti, racconta Margherita, erano riusciti a eliminare molte delle baracche, perché, a differenza di Auschwitz, le avevano costruite in legno. Le bruciarono prima di fuggire. Di uno solo dei tre crematori attivi restano le macerie... 

L’ATTESA DELLA MORTE
A questo punto del viaggio della morte la sopravvivenza non era prevista. Era difficile non essere mandati direttamente alle camere, chi riusciva a scamparle era parte di un gruppo molto ristretto e che soprattutto non sarebbe stato salvo per molto. L’attesa della morte veniva resa un incubo: restano visitabili le ex stalle in cui i deportati usavano dormire; c’erano delle strutture in legno senza materassi né tantomeno coperte dove passavano la notte, un sistema di riscaldamento centrale in cemento che puntualmente non funzionava e che quindi veniva usato come raccoglitore di feci. Nel campo c’era un proliferare di malattie infettive che causava dissenteria alla maggior parte dei prigionieri: è facile immaginare che chi era costretto a dormire ai piani inferiori era il più sfortunato, perché si vedeva cadere addosso i liquami degli altri. Nonostante la vicinanza di un compagno di branda era l’unica fonte di calore possibile.

MEMORIALE
Nella vastità del campo di Birkenau, gli edifici si riducono a questo; ciò che ne resta, infatti, più che un museo potrebbe essere considerato un gigantesco memoriale. Estremamente toccanti sono le iscrizioni e i monumenti in fondo a tutto che invitano a non dimenticare. 
Perché possiamo continuare ad aver paura di sapere, di vedere, di essere fragili, ma questo non cancellerà ciò che è stato né tantomeno ci renderà più forti. I campi di concentramento sono un’esperienza che rende testimoni di un’energia e una storia dal valore inestimabile che bisogna divulgare e da essa imparare. Forse solo così, un giorno, “il vento si poserà” (“Auschwitz”, Guccini).                            
Come arrivare
Per andare ad Oświęcim (la città polacca dove si trovano Auschwitz e Birkenau) abbiamo prenotato un pullman che abbiamo preso alle 10 del mattino in una strada di Cracovia appena dietro il castello. A bordo c’era una prima guida che parlava inglese e nel viaggio di un’ora circa fino ad Auschwitz ci ha fatto vedere un film sulla storia del campo. Una volta arrivati, abbiamo dovuto passare un’area di metal detector prima di incontrare Margherita e avviarci all’entrata del campo. Da lì la visita è stata interamente a piedi ed ha avuto la durata di due ore complessive. Visitato Auschwitz, abbiamo ripreso il pullman per andare a Birkenau, che distava soltanto 15 minuti. A Birkenau abbiamo sostato molto meno che ad Auschwitz, non essendoci molte strutture interne da visitare, e la visita è durata complessivamente un’ora, escludendo la salita sulla torre panoramica di circa 10 minuti che era opzionale. 


 

 



SAMUDARIPEN, Lo sterminio taciuto di Rom e Sinti

Più di 500mila persone uccise, ma nulla è stato fatto... perché?

Emanuele Tirelli

Samudaripen” è una parola che conoscono in pochi. Vuol dire “tutti morti” ed uno dei termini utilizzati per indicare il tentativo di sterminio di rom e sinti durante la Seconda Guerra Mondiale. Più di 500mila persone furono uccise dal regime nazi-fascista, ma nessun processo per crimini contro l’umanità, nemmeno quello di Norimberga, ha chiamato le comunità a condannare i propri aguzzini. Il governo tedesco ha riconosciuto il tentativo di genocidio nel 1980 e nel 2012 ha inaugurato, a Berlino, un monumento per queste vittime. «In Italia non è accaduto nulla. È come se non fosse mai avvenuto», dice Alexian Santino Spinelli, rom italiano residente in Abruzzo, musicista, compositore e docente all’Università di Chieti.

Quando ha inizio tutto questo?
«Nel 1483, la Serenissima Repubblica di Venezia emanò un bando contro i rom. E venne stabilito che chi ne uccideva uno non incorreva in nessuna pena. Poi fu anche la volta dello Stato Pontificio sotto Pio V e di molti altri. Quello che è avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale è la prosecuzione di questo comportamento, che in verità non si è mai fermato. Rom e sinti sono ancora considerati tutti criminali. Come se a rappresentare una grande complessità antropologica ci fosse un solo cliché. E sarebbe un po’ come dire che gli italiani sono indistintamente tutti mafiosi». 

Cosa è cambiato?
«Che lo sterminio non è più fisico, ma culturale e umano. Non siamo più in dittatura ed è assurdo che questo avvenga in democrazia. Inoltre, una legge italiana del 1999 riconosce le minoranze linguistiche presenti sul territorio, ma non quella rom e sinta. E l’odio viene fomentato continuamente. Ci sono anche numerosi fondi stanziati per l’inclusione, ma di fatto non hanno realizzato nulla di concreto. Molte persone vivono in campi dove nessun italiano vorrebbe trascorrere la propria vita e gli sgomberi non fanno altro che generare uno spostamento in un altro campo. Ma se non finiranno la discriminazione su base etnica e il mancato riconoscimento di una minoranza come composta di esseri umani, non cambierà mai nulla».

Suo padre è stato in un campo di internamento fascista quando era bambino.
«Lo presero con la forza. Aveva cinque anni, era il 1943. Insieme ad altre trenta persone, fu portato a Torino di Sangro e tenuto lì per quattro giorni a dormire all’addiaccio in un campo circondato dal filo spinato. Poi fu trasportato in un vagone merci a Bari e da lì a Rapulla (Potenza - ndr), dove rimase fino a quando non arrivarono gli alleati che fecero scappare gli aguzzini. A quel punto, lui e tutti gli altri furono liberi e fecero ritorno a casa a piedi attraversando le campagne. Perché? Solo perché è rom. E oggi è uno dei pochi superstiti».

Molti sono stati anche partigiani, ma dimenticati.
«Rom e sinti non sono stati solo perseguitati e uccisi, ma hanno pure combattuto come partigiani e sono morti per difendere la libertà in Italia. Questo non è stato mai riconosciuto. Sono stati usati, inoltre, come cavie umane per gli esperimenti pseudo-scientifici e farmaceutici, depredati di case e conti in banca. Eppure il Giorno della Memoria non ricorda nulla di tutto questo, nonostante esista oramai una vasta documentazione che dimostri come, insieme al popolo ebraico, furono vittime di un tentativo di genocidio di matrice razziale. Lo scorso ottobre, nel Parco delle Memorie del Comune di Lanciano, l’associazione Thèm Romano si è fatta promotrice di un’iniziativa che ha visto l’inaugurazione di un monumento che ne ricorda tutte le vittime, in una delle città che si distinse per la resistenza al nazifascismo».

 


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