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DONNE & SCIENZA

Una diciannovenne piemontese sogna di diventare astronauta, una donna campana sceglie la Francia per coltivare la sua passione, una calabrese segue il suo amore per l’economia, nonostante, per la mamma, non sia una materia per ‘femmine’...

Mer 30 Gen 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
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Nelle Università, solo 1 docente ordinario su 5 in materie come fisica, matematica, ingegneria, è donna. E comunque, le donne hanno difficoltà a accedere a materie come matematica, ingegneria, informatica. Ce lo dice uno studio del 2017, “Donne e Scienza”, condotto dal Centro Studi di genere dell'Università di Trento. Dati confermati anche dal Centro regionale di Informazione delle Nazioni Unite, secondo il quale, le percentuali relative alla probabilità che le studentesse conseguano una laurea triennale, un Master e un Dottorato in ambiti scientifici sono rispettivamente del 18%, 8% e 2%, mentre tra i maschi è del 37%, 18% e 6%. Per questo, nel 2015, è stata istituita una giornata dedicata alle ragazze e alle donne nella scienza e per questo abbiamo deciso di dar spazio alle storie di alcune di queste menti scientifiche.
 
11 Febbraio
L’11 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, voluta nel 2015 dalle Nazioni Unite. Un evento mondiale che ha l'obiettivo di superare gli stereotipi di genere nell’accesso e nei percorsi di carriera nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering e Math). 



 


Da grande voglio fare l'astronauta


Linda Raimondo: la Facoltà di Fisica a Torino, l'esperienza in Islanda e la divulgazione scientifica su Rai Gulp... a soli 19 anni

di Angela Iantosca

Linda Raimondo ha solo 19 anni, eppure lo scorso settembre, dopo aver partecipato a diversi concorsi internazionali e dell'Esa (Agenzia Spaziale Europea), ha rappresentato l'Italia alla prima edizione del Geospace Astronaut Training, in Islanda, è diventata il nuovo volto della divulgazione scientifica per ragazzi su Rai Gulp e si è iscritta al Facoltà di Fisica di Torino, con il sogno di diventare astronauta. 

A febbraio ricorre la Giornata internazionale delle ragazze e delle donne nella scienza istituita dall'ONU: quale è la situazione attuale?
«Per quanto riguarda questo tema, sicuramente è molto sentito e discusso e credo che si cerchi in qualche modo di motivare e invogliare le ragazze in questa direzione. È importante che oggi si curi di più questo aspetto. Si parla di parità e quindi è giusto che le donne abbiano le stesse possibilità… Certo, vista la mia giovane età e visto che ancora non lavoro, non saprei dire. Sono giovane e ancora non ho a che fare con il mondo del lavoro nel quale forse c'è più difficoltà… sino ad ora non ho avuto problemi».

Quando è nata la tua passione per la fisica e l'astrofisica?
«Me lo chiedono in tanti. diciamo che porto con me da sempre questa cosa. Ho sempre avuto una curiosità per il cielo e le stelle, sin da piccola. Abito in un paese che è fuori dalla grande città, Almese, un paese in provincia di Torino, dove non ci sono troppe luci e le stelle si vedono benissimo. Questo fattore ha contribuito in parte a far sì che mi appassionassi ad una cosa che ho dentro di me…».

Quale Liceo hai frequentato? 
«Il Liceo Scientifico. Anche lì ero indecisa su cosa fare e fu uno dei miei idoli, Margherita Hack (Scomparsa nel 2013 - ndr), ad aiutarmi nella scelta. Ero piccola e senza le remore che avrei oggi. Provai a cercarla, ora non lo rifarei… Mi ero iscritta su Skype perché andava di moda in quel momento. Per curiosità la cercai e la trovai. Cliccai due volte, ma mai avrei pensato di vederla comparire dall'altra parte dello schermo! Cominciai a tremare come una foglia, non sapevo che dire, non ero preparata. Allora le chiesi un consiglio sulla scuola da scegliere alle superiori tra Classico e Scientifico. Lei mi disse che aveva scelto il Classico, perché non aveva avuto alternativa, ma di scegliere lo Scientifico, visti i miei interessi… e così ho fatto».

Come sei arrivata in Islanda? Che esperienza è stata?
«L'estate scorsa mi sono vista comparire una richiesta d'amicizia su Facebook di un signore. Ancora non avevo scelto Fisica - e per la verità sono stata indecisa fino a settembre tra Fisica e Ingegneria -… Comunque, quando ho controllato chi era a chiedermi l'amicizia, ho visto che avevamo molti amici in comune, tutti del mondo spaziale. Così ho accettata. Dopo, chiacchierando, è nato il discorso dell'Islanda. Mi ha detto che stava organizzando questo programma di addestramento nel luogo in cui si erano addestrati quelli della missione Apollo, voleva riproporre una cosa simile per un equipaggio tutto al femminile per valorizzare il ruolo della donna nella scienza. Così ha scelto un equipaggio di cinque donne, tra cui io! Abbiamo fatto di tutto: siamo andati nelle cave, sui vulcani, abbiamo fatto astro-biologia, speleologia…». 

Quando sei stata selezionata come volto giovane per la divulgazione scientifica in Rai?
«Questa cosa è successa prima dell'Islada… a fine agosto sono stata contattata e, visto che il 2019 sarà un anno speciale perché sono 50 anni dall'allunaggio, Rai Gulp ha deciso di dar vita a diversi progetti per parlare di spazio ai giovani. Stavano cercando un volto che non fosse il volto di un presentatore, ma volevano una giovane appassionata e che sapesse di cosa parlava… dopo una serie di colloqui, sono stata scelta. Non so come sono arrivati a me, forse mi hanno notata visto che ho partecipato a diversi concorsi dell'Esa e internazionali e girava il mio nome… in fondo tra i 'cultori' della materia ci si conosce tutti!».

Come sei arrivata all'Esa?
«Insieme a Mattia Barbarossa, un ragazzo di Napoli, ho vinto un concorso dell'Esa, al quale ho partecipato nel 2018 e i risultati sono usciti i primi di ottobre. Successivamente, siamo andati a Bilbao. In pratica si trattava di un concorso dell'Agenzia Spaziale Europea in collaborazione con delle agenzie private americane e varie altre agenzie spaziali. La sezione a cui abbiamo partecipato era con la Sierra Nevada Corporation, agenzia che chiedeva ai partecipanti, dato che loro hanno sviluppato un piccolo space shuttle, di immaginare altri utilizzi per questo shuttle. Noi abbiamo vinto, con la nostra idea, un ufficio con una università dell'Alabama e anche un viaggio alla Nasa». 

Dove vuoi che ti porti il 'viaggio'?
«Ovviamente la ciliegina sulla torta sarebbe diventare astronauta. Ma tengo i piedi per terra. So che è difficile. Ora frequento la triennale in Fisica, poi farò la magistrale in Astrofisica e a seguire un master in Ingegneria. E già conosco inglese e russo... Poi, nel caso non diventassi astronauta, mi piacerebbe comunque lavorare nel settore aerospaziale per formare altri astronauti. So che è importante l'esplorazione e mi piacerebbe che si andasse avanti in questo settore»…

Per arrivare a tutto questo quanto hai studiato e quanto studi? 
«Sinceramente inizialmente ero una che studiava sempre sui libri. PoI sono stata negli Usa al quarto anno del liceo per sei mesi e lì ho conosciuto un mondo nuovo e quando sono tornata in Italia mi sono resa conto che esiste altro oltre la scuola. A volte la scuola non ti motiva abbastanza. Per questo ho deciso di dedicarmi ad altro partecipando a concorsi, organizzando conferenze, coltivando le mie passioni, accontentandomi della media dell'8. Per la maturità ho dovuto mollare un po' di cose e concentrarmi… Ma sono contenta di aver coltivato le mie passioni che ora diventano possibilità!».

Cosa serve per diventare astronauta?
«In realtà non esiste un manuale per diventare astronauta. Quello che mi è sempre stato detto è che bisogna essere bravi in ciò che si fa, sia se sei ingegnere, sia che sei fisico, scienziato o medico. Poi è necessario imparare delle lingue, perché lo spazio è di tutti. Le due lingue principali sono l'inglese e il russo. Ma anche la Cina sta diventando sempre più importante. Più lingue si sanno e meglio è. Poi ci vuole tanta passione. E non pochi sacrifici».

E i tuoi genitori cosa dicono?
«Sono sempre stata molto fortunata. Ho due genitori che mi hanno sempre sostenuta, supportata. Papà è vissuto negli anni in cui l'uomo è atterrato sulla Luna e allora andare sulla Luna era il sogno di tutti i bambini. Quindi lui è contento di trovare in me il suo sogno. Mia mamma, invece, è super ansiosa ogni volta le comunico un nuovo viaggio».



 

Uomini ancora privilegiati nella scienza

 
Lara Migliaccio, neurologa a Parigi.  “Qui più possibilità rispetto all’Italia”

di Emanuele Tirelli

Chargé de recherche de première classe Insem, in Italia sarebbe una figura a metà strada tra il ricercatore e il professore associato. Lara Migliaccio ricopre questo incarico all’ospedale universitario Pitié-Salpétrière di Parigi, il tempio della neurologia e della psichiatria in Francia, attraversato in passato anche da Freud e Charcot. Ancora più precisamente, lavora all’Institut du Cerveau e all’Institut de la mémoire et de la maladie d’Alzheimer. Ma Migliaccio è italiana, di Aversa, in provincia di Caserta, dove ha ancora le sue radici fatte di ricordi, famiglia e amici. Eppure, nonostante laurea, specializzazione e dottorato a Napoli, è in terra d’Oltralpe che vive e lavora da dieci anni, dopo una parentesi di dodici mesi al Memory and Aging Center di San Francisco.

Qual è il tuo rapporto con l’Italia?
«Ci torno solo per la famiglia e per trascorrere le vacanze, ed è un rapporto legato agli affetti e ai luoghi meravigliosi che ci sono. Tempo fa, prima di crearmi una vita concreta qui, pensavo che sarei rientrata, ma non c’erano le condizioni reali per farlo. Negli ultimi anni, invece, ho maturato l’idea di restare in Francia, soprattutto da quando sono diventata madre e ho superato il concorso per il contratto Inserm a tempo indeterminato, con la prospettiva di una posizione da direttore di ricerca in breve tempo. Adesso, anche se ci fosse una proposta concreta, non tornerei. Malgrado tutto, la Francia è ancora un Paese in cui si vive meglio rispetto all’Italia».

Parli del lavoro?
«Ci sono maggiori possibilità. Il problema della consanguineità, se vogliamo chiamarla così, in ambiente accademico esiste in tutto il mondo, ma gli investimenti più consistenti nella ricerca aumentano il numero dei posti disponibili, e i canali di accesso sono diversi. Nel mio Paese non sarei mai riuscita a fare quello che faccio oggi. E non parlo solo di accesso e posizione, ma pure di come posso svolgere il mio lavoro. Senza considerare che un primario o un direttore di un’equipe qualunque cercano sempre di non avere un team di soli uomini, anche solo per forma, perché quello della parità di genere è un argomento di cui si parla spesso e sul quale c’è grande attenzione».

E come vedi la condizione lavorativa delle donne nel mondo scientifico? 
«C’è ancora molta strada da fare. Le donne sono in numero eguale agli uomini fino alle prime tappe della carriera, fino al dottorato. Nel momento di diventare ricercatori senior indipendenti, c’è un imbuto dal quale escono prevalentemente uomini. E poi esiste il cosiddetto “Effetto Matilda”: la maggior parte delle scoperte scientifiche universalmente importanti che sono partite dalle donne, sono state attribuite in tutto o in parte agli uomini. C’era una società in cui era “normale” che fosse l’uomo a portare avanti certi discorsi. Ma, nonostante i tempi, questa attitudine esiste ancora oggi».

Cosa pensi del tuo Paese quando torni?
«Ho sempre la sensazione che tutto sia più farraginoso, anche negli spostamenti, nella fila alla posta, nell’espletamento di una pratica qualsiasi. Me ne accorgo direttamente o parlando con amici e colleghi con i quali sono sempre in contatto. E Parigi non è propriamente una città di provincia, dove tutto scorre lentamente. Ma ognuno di quegli elementi influisce sull’umore e sulla vita di tutti i giorni. Ti toglie tempo ed energie».

E come genitore?
«Anche. Quanto e come trascorrere il tempo con mio marito, mio figlio e i miei amici è condizionato inevitabilmente dalla quotidianità, che qui ha una dimensione generalmente più semplice, ottimizzata. Inoltre, abbiamo scelto di iscrivere nostro figlio a una scuola realmente bilingue, francese e inglese. Quando faccio i paragoni con l’Italia il mio riferimento è sempre Aversa, ma non è che Napoli e la stessa Milano siano così semplici. Forse non riusciremo a lasciare in eredità nessuna casa di proprietà, ma vogliamo assicurare a nostro figlio la migliore formazione possibile, in una città come Parigi che offre ancora enormi suggestioni culturali, completamente diverse tra loro e per tutte le età; che è davvero multietnica, con i pro e i contro che rappresenta, e che per noi ha un grande valore di crescita».  



 

 

Francesca Corrado l'elogio del fallimento


Una laurea in Economia Politica, una vita trasformata improvvisamente dall'Alzheimer del padre e da alcune perdite, la scelta di ricominciare, interpretando la crisi come una occasione di crescita

di Angela Iantosca

La madre le ha sempre detto che sarebbe stato meglio fare l'insegnante, perché così doveva essere, perché sarebbe stato più congeniale alla sua 'condizione' di donna. Invece lei, Francesca Corrado, ha fatto tutt'altro, Economia Politica, con tanto di Dottorato e Master, arrivando a dar vita a una start up, Play Res, e ad una Scuola… di fallimento!
«È fondamentale che le persone – le donne in primis – capiscano che tutto si può apprendere, tutto è possibile e che, su questo fronte, bisogna incentivare la battaglia culturale. Anche per questo ho dato vita a Play Res, con la quale insegniamo alle ragazze che è importante scegliere percorsi di studi in linea con i propri desideri. Ma con la quale organizziamo anche percorsi rivolti ai genitori per far accettare loro alcune scelte sbagliate dei figli. Pensa che in Italia il 50% dei genitori decide cosa faranno da grandi i figli: niente di più errato!».

Un tema questo che la Corrrado affronta nel suo primo libro “Elogio del fallimento” (in libreria per Sperling&Kupfer dal 5 febbraio).
«Ho dedicato un capitolo alla questione di genere per provare a capire perché le donne, rispetto agli uomini, risentano di più degli errori e vivano peggio il fallimento. Sino ad ora pensavamo che dipendesse dal fatto che gli uomini hanno per natura una mente razionale, indipendente, competitiva e le donne un’indole ben più emotiva, sensibile, relazionale. Ma la verità è che la differenza fra i due sessi non è tanto biologica, ma pregiudiziale. Cioè sono i pregiudizi sulle differenze di genere e sui ruoli che vengono attribuiti ai due sessi dalla famiglia, dalla scuola, dalla società, dal mercato del lavoro, che modellano l’immagine e l’identità femminile o maschile. Per questa ragione, il modo in cui le donne affrontano i fallimenti e vivono gli errori è per lo più frutto di un condizionamento sociale».

Veniamo dunque al libro che nel titolo usa una parola 'negativa'.
«Quando è nata la scuola, la gente mi diceva che ero pazza ad usare questa parola e questa idea. Ma proprio questo rifiuto degli altri mi ha portato a rafforzare l'idea che fossi sulla strada giusta. La mia, dunque, è diventata una battaglia culturale, dal momento che ho deciso di attribuire un altro significato o meglio mostrare un altro aspetto della parola fallimento. Il successo e il fallimento, infatti, sono due facce della stessa medaglia e provo a farlo comprendere condividendo anche la mia storia, facendo capire che nella rappresentazione di noi stessi non dobbiamo omettere le parti oscure, buie, fallimentari, perché fanno parte della storia. Tutti raccontiamo sempre vicende di successo, ma quanti fallimenti abbiamo affrontato per arrivare ad un successo? Ecco questi non devono essere ignorati, perché è grazie a questi 'errori' che siamo arrivati a trovare la strada giusta».

Le difficoltà, dunque, sono occasioni, come lei stessa racconta parlando di suo padre malato di Alzheimer. 
«Mio padre (Scomparso poco tempo fa - ndr) con la sua malattia mi ha insegnato che sono importanti i ricordi e che l'identità si costruisce un pezzo per volta. Mi ha insegnato a capire come si costruisce una relazione con una persona completamente cambiata. Mi ha aiutato a costruire una relazione con una persona che non riesce a esprimere i propri desideri e che cambia idea continuamente. Improvvisando e sperimentando sugli errori. L'Alzheimer è una malattia che ti coglie di sorpresa e devi imparare in fretta cosa è giusto e cosa è sbagliato. E, quando hai capito come rispondere, tutto cambia perché la malattia degenera velocemente. E quindi sei sempre lì a domandarti se fai bene. Per poter comunicare devi smettere di ragionare con la tua testa e ti devi mettere nella testa dell'altro. Io mi sono messa in contatto con i suoi occhi che mi parlavano al di là della sua confusione… anche in punto di morte». 

Lei, prima del libro, ha dato vita ad una vera e propria scuola: dove si trova e come funziona?
«La scuola fisicamente si trova a Modena e non c'è la possibilità di seguire dei corsi on line, perché penso che la formazione debba passare dal contatto diretto, in aula, con lezioni interattive, non frontali! In più giriamo per l'Italia. Siamo dieci docenti e ci sono diverse attività. Una delle cose importanti è che lavoriamo sulla percezione soggettiva dell'errore e sull'analisi dei propri errori, sulla sdrammatizzazione, perché la cosa da capire è che non bisogna cancellare l'errore, ma bisogna tornare sul luogo del delitto e capire perché l'abbiamo commesso…».

Realizzate percorsi anche per i bambini?
«Per i bambini facciamo dei laboratori che riguardano l'elogio della sconfitta, perché l'errore è un concetto che da piccoli non si comprende. Quindi i laboratori sono basati proprio sul gioco. Si tratta di una metodologia che ho imparato con mio padre… giocare aiuta a imparare che una partita persa può insegnare a mettere in campo strategie migliori».

Come bisogna prepararsi al fallimento?
«Allenandosi come se dovessimo allenare un muscolo o apprendere una tecnica. Allenandosi nella comprensione di sé e del proprio modo di pensare, nella accettazione delle nostre debolezze e fragilità, nell'abbracciare l’errore per capirne il valore e la sua lezione. Perché la verità è che l’errore è il nostro miglior insegnante».

"Osa perdere per vincere": può essere una strategia?
«è una strategia nel senso letterale del termine: è un piano d'azione di lungo termine. è difficile per noi osare e rischiare, accettare l’errore, ma è anche difficile accettare di essere fallibili perché non possiamo vincere sempre. Nel gioco, come nella vita, o vinci o impari e, allenandoti grazie a questa strategia, i risultati che si ottengono sono inimmaginabili».

Dal libro, anche grazie a esempi e storie raccontate, si comprende pienamente che 'non è mai finita finché non è finita', perché ogni situazione può essere considerata negativa o positiva a seconda di ciò che c'era prima e di ciò che ci sarà dopo. Solo alla fine potremo vedere il 'disegno'.
«Esattamente così, non si può mai dire come ogni cosa si trasformerà… Quindi ora come ora posso dirti che ciò che sto vivendo è positivo… forse sì o forse no! Per capire abbiamo bisogno di tempo e il tempo è una risorsa che ci rivela se una cantonata era una cantonata o solo una delle tante possibilità per scoprire se stessi e il proprio mondo…».

Prossimi obiettivi?
«Vogliamo realizzare, nel giro di un anno, la prima sede della Scuola di Fallimento a Milano con un format innovativo nel qule vivere un'esperienza di apprendimento unica, grazie al posto, alle persone e al gioco…».



 

L’autrice

Francesca Corrado, nata a Crotone, per studiare Economia politica si è trasferita a Modena, città in cui vive. È ricercatrice e fondatrice di Play Res, società con cui ha aperto la Scuola di Fallimento. I suoi corsi la portano sempre in giro per l'Italia. A febbraio, per Sperling&Kupfer, è uscita in libreria con il suo primo libro “Elogio del Fallimento – Perché sbagliare fa bene”.

 



Esempi di fallimenti nel libro della Corrado


I POST-IT
Nel 1968 Spencer Silver, un ricercatore della 3M, stava studiando un nuovo adesivo molto potente, ma sbagliò le dosi e inventò una sostanza appiccicosa piuttosto debole. Un suo collega, Arthur Fry, ebbe una folgorazione: grazie all’adesivo «sbagliato», inventato sei anni prima da Silver (del quale aveva ascoltato un seminario), poteva contrassegnare le pagine dei singoli brani che doveva cantare con dei foglietti che non sarebbero volati via e che non avrebbero lasciato segni indelebili sulla carta. Sono nati così, da un errore fecondo, i Post-it. 

LA PENNICILINA
Il batteriologo inglese Alexander Fleming, rientrato da una breve vacanza, trovò nel suo laboratorio una provetta macchiata da una patina di «muffa a forma di pennello» letale per la coltura batterica contenuta nel recipiente. Anziché buttare tutto, Fleming analizzò con interesse il frutto della circostanza fortuita, aprendo in questo modo le porte allo sviluppo della moderna terapia antibiotica. 

IL FORNO A MICROONDE
Un ingegnere americano, Percy Spencer, lavorava al magnetron, una valvola produttrice di microonde usata come componente nel radar. Un impegno significativo, anche perché avveniva nei primi anni Quaranta, e quei dispositivi erano indispensabili per intercettare gli aeroplani tedeschi. Un bel giorno del 1945 Spencer dimenticò in tasca una barra di cioccolato che, a contatto con il magnetron in funzione, si sciolse. L’energia trasportata dalle microonde, infatti, era in grado di cuocere i cibi. La scoperta lo incuriosì e ci riprovò scaldando chicchi di mais, che si trasformarono in popcorn, e un uovo, che esplose in maniera spettacolare. Appena due anni dopo, la società per la quale Spencer lavorava lanciò sul mercato il primo forno a microonde. 

LA BIRO
Al giornalista e inventore ungherese László Bíró si deve l’ideazione della penna che porta il suo cognome. Era alla ricerca di ispirazione per creare una penna più funzionale della stilografica. L’intuizione si palesò mentre camminava, osservando dei bambini che giocavano a biglie tra le pozzanghere: le palline che ne avevano attraversata una lasciavano una scia uniforme come la scrittura che aveva vagheggiato. Bastò inserire una piccola sfera in cima a un tubo riempito di inchiostro, e la rivelazione della penna biro fu compiuta. 

IL GHIACCIOLO
Frank Epperson, un bambino americano di undici anni, lasciò sul davanzale della finestra, in una fredda giornata del 1905, un bicchiere con acqua, soda e un bastoncino che aveva usato per mescolare il liquido. Il giorno dopo, Frank gustò il primo ghiacciolo della storia, anche se lo brevettò molti anni più tardi. 

LA SCOPERTA DELL'AMERICA
Fu per errore che, cercando le Indie (in realtà l’Asia, cioè soprattutto il Giappone e la Cina), Colombo trovò l’America.

 

 

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