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Viggo Mortensen: il coraggio della riscossa

Viggo Mortensen sta vivendo un momento d’oro nella carriera, più elettrizzante dell’era de “Il Signore degli anelli”. Merito dell’italoamericano che interpreta in “Green Book”, vincitore al Festival di Toronto e ai Golden Globe

Mer 30 Gen 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Sì, ci vuole coraggio a deporre la corona e rimettersi in gioco come un “comune mortale”. Ma occorre anche una buona dose d’incoscienza, che di sicuro non manca a Viggo Mortensen. Invece di vivere di rendita per via della gloria del suo re Aragorn de “Il Signore degli Anelli” si è reinventato anche attraverso commedie piccole – per budget, non certo per qualità – e indipendenti e ha scelto ogni volta i ruoli che gli facevano più paura. L’ultimo in ordine cronologico si chiama “Green Book”, arrivato nelle sale italiane il 31 gennaio e che potrebbe regalargli il primo Oscar, dopo aver vinto ai Golden Globe e al Festival di Toronto ed essersi distinto come pellicola d’apertura in moltissime manifestazioni cinematografiche internazionali, dal Festival di Macao a quello di Zurigo e Cairo, passando per la Festa di Roma. Racconta la storia vera di un italoamericano, Tony Lip, che negli Anni Sessanta, per sbarcare il lunario, lavora come autista di un musicista afroamericano, Don Shirley (il Premio Oscar Mahershala Alì). Viggo Mortensen la presenta sempre come se fosse un regalo inaspettato, un’opportunità troppo grande e persino immeritata e quando ne parla tende a nascondersi dietro la sua polaroid. La punta in faccia all’interlocutore come per difendersi e non certo per attaccarlo o spiazzarlo. 

I pregiudizi e il razzismo raccontati nel film sono temi purtroppo ancora attuali, per questo ha accettato la parte?
«È stato un impulso irrefrenabile: ho letto il copione due volte di fila e mi sono reso conto che questa storia oggi risulta più necessaria che mai. I due protagonisti non potrebbero essere più diversi, eppure trovano un punto d’incontro e imparano a conoscersi. Non importa da che punto di vista racconti la storia, a volte la gente pensa che alcuni gruppi abbiano diritti maggiori o il monopolio di qualcosa, invece non è così. All’inizio, però, non volevo farla, avevo paura: ci sono tanti attori italoamericani di talento, perché proprio io che non ho questa provenienza? Poi l’ho risolto esercitandomi nell’accento con le puntate de “I Soprano” tutti i giorni».

È felice di aver cambiato idea?
«Orgoglioso: “Green Book” mi ha fatto piangere e ridere, le dinamiche raccontate sono una specie di montagne russe. Ai titoli di coda ti senti bene, sei ottimista e pieno di speranze su quello che possiamo fare insieme. Le idee importanti, a volte provocatorie, non le chiamo messaggi, ma passano prima quando ci ridi su».

È riuscito a divertirsi sul set?
«Certo, soprattutto con la vera famiglia di Tony: molti di loro hanno partecipato alle riprese ed era impossibile convincerli a non mangiare il cibo di scena. Tra un ciak e l’altro non volevano sprecarlo e si rifiutavano di lasciarlo nel piatto…».

Il titolo è preso in prestito da una guida usata a quei tempi per segnalare luoghi accoglienti nei confronti delle persone di colore. Pensa che oggi la situazione stia subendo un’involuzione?
«Il razzismo è ben lontano dall’essere estirpato, ma almeno oggi esiste un dialogo, all’epoca era impensabile. A quei tempi - come ai nostri - l’essenziale resta il confronto, solo così riusciremo ad evitare davvero le guerre».

Il film racconta un’altra epoca. In cosa lei si sente “all’antica” o “vecchio stile”?
«Mi piace tanto scrivere cartoline, perché conservano un tocco personale grazie alla scrittura di proprio pugno. È vera, autentica, intima. Sono testardo e continuo a cimentarmici, così a mio figlio scrivo di tutto, incluse le lettere, non so cosa se ne faccia, visto che ormai sono tante. Quello che mi importa è che catturino i miei sentimenti».

Cos’ha capito di se stesso dopo quest’esperienza?
«Ho imparato a scegliere l’opzione che mi mette a disagio e mi spinge a confrontarmi con i miei limiti. Non potevo chiedere di meglio».



 

COME UNA SECONDA VITA

Viggo Peter Mortensen Jr., classe ’58, ha girato il mondo con il padre danese. Si è laureato in scienze politiche e letteratura spagnola, sviluppando contemporaneamente talenti nell’ambito dello sport e dell’arte, fotografia inclusa. Prima di dedicarsi alla recitazione, ha vissuto in Danimarca lavorando come barista, cameriere, fioraio e anche camionista. Dopo la gavetta a teatro e in tv, ottiene i primi incarichi al cinema accanto a giganti del calibro di Sean Penn (“Lupo solitario”) e Al Pacino (“Carlito’s way”). La fama mondiale arriva però con Aragorn ne “Il Signore degli Anelli”, a cui seguono due candidature agli Oscar per “La promessa dell’assassino” e “Captain Fantastic”. La terza, al momento della stesura di questa articolo, è fortemente probabile e riguarda il gioiellino “Green Book”, che ha vinto il Toronto Film Festival e ha aperto numerose kermesse cinematografiche in giro per il mondo, compresi i festival di Macao, Zurigo, Cairo e Roma. La pellicola ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico e ha riscosso grandi consensi tra critica e pubblico e potrebbe regalargli i più alti riconoscimenti della sua intera carriera.

 


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