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“Io non ho paura”

Non si è mai domandata cosa avrebbe fatto se fosse nata uomo. Da donna, nella vita privata e in scena, ha scelto la libertà

Mer 30 Gen 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Le colleghe si preoccupano di rughe e zampe di gallina, persino quelle che hanno appena superato la soglia della pubertà. Lei no. Isabelle Huppert si lascia scivolare tutto addosso con una scrollatina di spalle. E se sbaglia qualche progetto? Pazienza, risponde con sovrana indifferenza, “d’altronde è solo un film”. Forse perde l’aplomb francese solo tra le mura domestiche, ma si porterà probabilmente il segreto nella tomba perché sul set e in pubblico mantiene un contegno degno di una nobile d’altri tempi, alternato a qualche scintilla d’energia che ne scuote la presenza minuta. Non ama le etichette e non provate a chiamarla “icona femminista”, ma le piace avere un’opinione ed esprimerla senza reticenze, ecco perché è stata scelta tra le ambasciatrici di Kering al Festival di Cannes per l’iniziativa “Women in motion” promossa da Salma Hayek. Si tratta, per farla breve, d’incontri tra addette ai lavori che si confrontano sulla posizione delle donne nell’industria hollywoodiana. Non immaginate thè e tartine in salotto per una sessione di gossip e selfie: qui si fa sul serio e ci si spalleggia in modo concreto. In agenda i primi appuntamenti previsti per il 2019 comprendono il teatro nella Grande Mela e un thriller al cinema, “Greta”, nel frattempo si gode una piccola ma meritata pausa.

Crede che l’arte possa ancora ispirare e che gli artisti siano ancora considerati modelli di riferimento?
«L’idea che un messaggio passi attraverso le immagini continua ad affascinarmi e io al cinema ad esempio mi considero una semplice messaggera per intrigare, emozionare o spaventare il pubblico. Quando sono negli Stati Uniti noto una maggiore propensione all’ammirazione degli artisti, ma anche una difficoltà aggiuntiva per le donne che si relazionano in un campo maschile come lo showbusiness».

Esiste ancora la magia della sala?
«Lo schermo è una metafora, qualcosa che guardi, in cui puoi nasconderti ma anche riscoprirti. E il cinema è un luogo fisico che agevola il processo. Funziona non solo per chi lo guarda, ma anche per chi lo fa: un’attrice può paradossalmente essere più vicina a se stessa quando interpreta un’altra e cambia pelle».

Nell’epoca del #MeToo che effetto le ha fatto interpretare una femme fatale come in “Eva”, dove interpreta una prostituta d’alto bordo?
«Innanzitutto va detto che guardo a questo movimento con tanta empatia e speranza. Sono in questo ambiente da tanto e finalmente vedo attorno a me donne che hanno ritrovato la voce. Riguardo al fatto che Eva sia una femme fatale invece tengo a precisare che questa definizione non le calza in senso classico. Me ne sono resa conto dopo aver letto il libro a cui è ispirato il film (di James Hadley Chase - ndr). Il suo fascino non è intenzionale, ma nasce dalle fantasie dell’uomo che ha di fronte, capace di plasmarla in un certo senso con il suo desiderio. In fondo, come in tutte le opere d’arte, credo che questo film racconta come i personaggi tentino di risolvere un enigma su se stessi e sulla propria identità». 

Mette mai a confronto le donne a cui dà il volto, ad esempio Eva ed “Elle”?
«Di solito no, per me hanno solo in comune il fatto che sia io ad interpretare entrambe, anche se sono tutte e due donne che non vogliono passare per vittime, che amano avere il controllo e che nascondono una profonda solitudine. Sotto la superficie ognuna di loro nasconde grande complessità e preferisco che i miei ruoli siano considerati il più lontano possibile l’uno dall’altro invece che cercare punti di contatto».
 
Chi sono le donne che vuol portare in scena?
«Qualcuno potrebbe dire che sono folli, ognuna a modo suo, ma per me più che donne libere ho messo in scena sopravvissute, figure che lottano per la libertà, che hanno alcuni punti di forza ma anche tante fragilità. Questo le rende vicine al pubblico, si fanno capire e persino amare, anche se sono strambe perché chi le guarda si riconosce i quelle debolezze e nel fatto che le trasformino in una leva per conquistarsi il proprio potere o riprenderselo».

C’è stato un personaggio che non è riuscito ad amare?
«Non me lo chiedo mai perché considero il cinema una vocazione e non sempre deve mostrare la parte bella delle donne e del mondo».
 
Una figura che l’ha ispirata?
«Le sorelle Bronte mi affascinano perché hanno creato universi interi e stravaganti senza mai lasciare la propria casa. E la fotografa Cindy Sherman, il cui tocco trasforma il mondo in qualcosa di diverso, affascinante e persino misterioso… davvero non so come faccia». 

Si è mai chiesta come sarebbe la sua vita se fosse nata uomo?
«L’ho sperimentato a teatro come “Orlando” di Virginia Woolf, ma ammetto di essere molto felice di poter essere madre, quindi non ci ho mai realmente pensato». 

Ha mai subito pressioni o discriminazioni sessiste?
«Non mi sono mai messa in condizione di pericolo neppure potenziale e ringrazio il cielo che non mi sia successo, altrimenti non sarei riuscita a gestirlo anzi sarei stata fortemente destabilizzata. Certo, ho sentito storie di registi che picchiano le attrici, ma più che altro come dicerie alla lontana».

Ha rimpianti? 
«Non penso a quello che ho perso o agli errori, so che capitano e non ci rimugino mai a lungo, cerco di guardare sempre avanti e, se ho un dubbio, mi confronto con la famiglia».

Avverte il tempo che passa?
«Se vuoi te lo dico fra 20 anni, quando sarò davvero vecchia. Per ora è troppo presto… ».

 


LA DEA FRANCESE

Isabelle Anne Madeleine Huppert, classe ’53, è una delle attrici francesi più apprezzate del pianeta. Oltre ai riconoscimenti in patria (con record di Caesar), conquista due Coppa Volpi alla Biennale di Venezia (oltre al Leone d’oro speciale), un Golden Globe e una nomination agli Oscar, entrambi per “Elle”, in concorso alla Croisette. È stata scelta tra le testimonial Kering per i dibattiti al femminile “Women in motion” al Festival di Cannes e ha fatto sentire la sua voce su questioni sociali di ogni genere. Il debutto internazionale è avvenuto con “I cancelli del cielo” di Michael Cimino. Da “Il buio nella mente” di Claude Chabrol a “Il pianista” di Michael Haneke fino a “Bella addormentata” di Marco Bellocchio con Toni Servillo, la lista delle performance memorabili è pressoché infinita e contempla l’incursione seriale con “The Romanoffs”, su Amazon Prime Video. In attesa di rivederla in sala con il thriller “Greta”, ha sconvolto il pubblico con“Eva”, presentato al Festival di Berlino. Attualmente è impegnata a New York in una performance off-Broadway con “The Mother”.

 


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