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La mela della discordia

Associati alla salute e alla freschezza, i meleti sono le piante più trattate con pesticidi. Ecco i risultati dei test de Il Salvagente

Mer 30 Gen 2019 | di Lorenzo Misuraca | Attualità
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Fresca e adatta a tutte le stagioni, la mela è per antonomasia il frutto associato alla salute, tanto da diventare, secondo un famoso detto popolare, il cibo in grado di scacciare via le visite dal medico. 

Quello che in pochi sanno, però, è che è anche uno dei frutti più delicati e soggetti all’assalto di parassiti e funghi, e pertanto ha bisogno di diversi trattamenti con sostanze chimiche nel corso del ciclo produttivo. È lecito dunque chiedersi se al momento del primo morso si riveli poi così pulita come appare nell’immaginario comune. 

Da questa domanda è partito il Salvagente per il test di copertina del numero di gennaio, decidendo di analizzare 22 campioni di diverse marche comprate in supermercati, discount, negozi bio più comuni in Italia e perfino in un fast food. Sotto la lente del laboratorio sono finiti i frutti comprati acquistati da Coop, Conad, Esselunga, Lidl, Carrefour, Eurospin, Pam&Panorama, Todis, Simply, Castoro, Almaverde Bio Market, Naturasì e McDonald’s. Tranne quest’ultimo (la catena di fast food fornisce la mela sotto forma di snack a fette in bustina), tutti i campioni sono stati reperiti in esemplari interi, appartenenti alle varietà più comuni: Gala, Stark (red) delicious, Pink lady, Kanzi. L’unica a non aver indicato la varietà in etichetta è proprio la popolare catena di fast food americana. 
Il risultato complessivo parla di ben 14 pesticidi trovati sulle bucce delle mele, con un esemplare che ne ha raccolti ben cinque diversi, le mele stark comprate da Todis. Sebbene in nessun caso i residui trovati abbiano superato i limiti massimi previsti per legge, la quantità di molecole diverse obbliga il consumatore all’attenzione: l’effetto moltiplicatore della sommatoria multiresiduo è una possibilità che diversi studi scientifici hanno evidenziato. Il risultato del test ha confermato la maggior garanzia del biologico. Non altrettanto significativo, almeno per i pesticidi, è risultato invece il marchio di garanzia Igp: le mele a indicazione geografica protetta si sono piazzate solo a metà classifica. 

Cosa rimane sulla buccia
Alcuni anni fa sui social girava un video che mostrava come, raschiando la buccia di una mela, veniva giù una specie di cera che una volta bruciata produceva un odore di paraffina. Era una bufala, ma dato che tra miti e realtà le sostanze presenti sulla superficie di questo frutto destano preoccupazione, il Salvagente ha interpellato due esperti in materia. 
Rolando Manfredini, capo area Sicurezza alimentare della Coldiretti è sereno: “Nelle mele italiane i trattamenti post raccolta non si fanno più. Niente cerature, niente morfolina, un fungicida che veniva associato alla cera. Quello che si può trovare sulla buccia sono non tanto i metalli pesanti quanto i residui di pesticidi”. “La cera - continua Manfredini - veniva usata per motivi prettamente estetici, e poi venivano incorporati fungicidi che si sono rivelati inefficaci. Oggi la conservazione delle mele è quasi sempre di atmosfera controllata”. 
Questo in Italia, ma per quanto il nostro mercato delle mele sia prevalentemente nazionale (solo il 7-8% del prodotto è importato), non è da escludere che il frutto che viene dall’estero possa contenere sostanze pericolose. “Secondo noi - aggiunge Manfredini - ci sono residui di trattamenti post raccolta, utilizzati soprattutto nei viaggi lunghi per la conservazione.  Ad esempio, il tiabendazolo, che si usa soprattutto su agrumi e banane, che nella Ue è vietato”. 
Il responsabile della sicurezza alimentare di Coldiretti rassicura sui pesticidi: “Se comparati con quelle straniere sulle mele italiane sono molto bassi”.
Meno ottimista Franco Ferroni, responsabile Agricoltura e biodiversità Wwf Italia: “I meleti arrivano ad avere anche 40-50 trattamenti durante il ciclo produttivo, di solito da aprile fino a fine settembre”. 
La Val di Non, territorio di produzione intensiva di mele, è una delle zone in cui i residenti soffrono di più la vicinanza di coltivazioni industriali. Tanto da aver presentato alla Camera una petizione firmata da 25mila persone nata da un comitato di cittadini che si coordina tramite un gruppo facebook. 
“La petizione chiede alla vigilia della revisione del Piano nazionale di azione sui pesticidi, che siano fissati dei limiti certi rispetto le abitazioni dalle aree coltivate in maniera intensiva” spiega Ferroni. “Paradossalmente al momento non esiste nulla del genere”. E così, mentre l’agricoltore è tenuto a tutelare la propria salute, con molte precauzioni obbligatorie per legge, il cittadino contaminato accidentalmente è in balia di sé stesso. E senza alcuna informazione.



 


In collaborazione

L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it

 


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