acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Il volto umano del giornalismo

Milvia Spadi, giornalista Rai, in un libro racconta le storie di un’altra Italia, quella fatta dalle persone per bene.

Mer 30 Gen 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

Milvia Spadi è una di quelle donne riservate e sorridenti. Una di quelle che ti avvicina con il garbo di chi ama ascoltare ma non invadere, di chi non forza, di chi sa accompagnare l’intervistato, di chi va a fondo senza bisogno dei riflettori, del palcoscenico, dello scontro che troppo spesso richiama l’attenzione sul giornalista più che sull’oggetto dell’intervista. Giornalista Rai, ha cominciato la sua professione in Germania, con la radio, mezzo che non ha più abbandonato.

«Ho cominciato per caso. Ero in Germania, dove studiavo (Milvia Spadi si è laureata in Scienza teatrali e filosofia presso le università di Heidelberg e Monaco di Baviera - ndr). Nell’istituto in cui studiavo, all’Università di Monaco di Baviera, nella sezione italiana, c’era il responsabile della redazione italiana del Bayerischer Rundfunk, le trasmissioni per gli italiani in Germania, e mi chiese di collaborare. Io sono di origine toscana e sono cresciuta a Milano quindi ho una dizione discreta. Così ho cominciato. Dalla Germania ho scritto anche per quotidiani e settimanali italiani. Ma la radio rimane il mio primo amore».


Da pochi mesi ha pubblicato “Fai un fischio – Storie dell’altra Italia” (Mincione Edizioni), 25 storie di persone che scelgono di dire no, di denunciare la corruzione, di stampare una ricevuta: di essere onesti. Come è nata l’idea del libro?
«Sono storie che ho cominciato a raccogliere anni fa. Lavoro per “Inviato speciale”, il settimanale del Giornale Radio Rai e giro parecchio per l’Italia. Credo che gli incontri siano il privilegio di questo mestiere. Non solo gli incontri con personaggi famosi, ma soprattutto gli incontri umani. Sicuramente se hai curiosità verso gli altri hai questa possibilità. E in un Paese come il nostro, dove vedi che molte cose non funzionano, dove chi è più furbo è bravo, mi è capitato di incontrare persone che mi hanno lasciata stupita e commossa per la loro scelta di dignità. Perché non è una questione di onestà, ma è una promessa a se stessi di seguire la propria strada». 

Come è avvenuta la scelta delle storie?
«Sono degli esempi. Se ne potrebbero raccontare tanti altri. Quella che racconto è un’Italia che c’è, ma che non viene raccontata e colpisce vedere, a fronte di un grande malessere, tante persone che lavorano, che portano avanti la famiglia, che sono coerenti malgrado l’incoerenza generale. Quando l’ho terminato, ho provato a proporlo a varie case editrici. Finché ho trovato Mariangela Mincione che me l’ha pubblicato. Ne potrei scrivere molte altre. Queste 25 volevano essere esemplari e l’ultima, quella di Andrea Franzoso (Ex funzionario delle Ferrovie Nord Milano che denunciò il suo capo e che, dopo il licenziamento, ha pubblicato “Il disobbediente” (Paper First). Oggi lavora per Loft, società tv di produzione de “Il Fatto Quotidiano” - ndr), è quella che sigilla il libro e che ispira il titolo. La storia di Andrea è una storia di una normalità speciale».

In radio come si narra?
«A me piace molto raccontare storie per la radio o fare reportage che nella costruzione e nel montaggio diventano un documentario sonoro. Sicuramente ci vuole sensibilità, perchè la radio sollecita l'attenzione interiore. La radio è più vicina al libro. Io lavoro in una Redazione di approfondimento. È interessante come questo mestiere in Germania viene fatto dai giornalisti di punta: chi fa approfondimento in radio è colui che va a scoprire situazioni critiche, vicende importanti, scandagliandone il contesto, andando oltre la mera informazione. In Italia invece l'approfondimento sembra qualcosa di collaterale, poco rilevante».

Che tipo di lavoro è quello del giornalista che fa approfondimento in radio?
«È un lavoro in solitaria. Vai in giro con un microfono. Cammini tanto. È anche bello. Perché questo è il lavoro vero del giornalista. Ed è un lavoro di incontri». 

Quali sono gli ingredienti per fare il giornalista?
«Credo che l'ingrediente più importante sia la curiosità, la voglia di arrivare fino in fondo, di sapere. E, inevitabilmente, di crescere. Perché le storie che incontri e racconti ti insegnano sempre qualcosa. Anche questo è un privilegio, l’evoluzione attraverso le storie».

Perché fare il giornalista?
«Per sapere, direi. Io vorrei sapere per esempio cosa pensano i ragazzi sempre più esclusi dal mondo adulto e dall'ufficialità delle notizie. Sarebbe importante avere un contatto più frequente con loro. In questo momento si sa troppo poco dei nostri ragazzi. Vedo i colleghi più giovani che sono molto maltrattati. Chi viene assunto oggi riceve uno stipendio che è un terzo del nostro, fa un praticantato lunghissimo e quindi è ricattabile… Se sei ricattabile non puoi fare questo mestiere che si fa per passione, per curiosità, e per tenere alto il senso critico, il tuo e quello dei tuoi fruitori. Ci sono molti motivi per fare questo lavoro, farlo bene. Magari ci fossero molti giovani in grado anche di trovare nuove forme di comunicazione… Questo non è un mestiere da protagonista è un mestiere in cui ti devi tirare indietro. L’unico merito che abbiamo di essere l’autore». 

Che differenze fra Italia e Germania?
«Ho lavorato molto per le radio tedesche da freelance facendo anche dall’Italia cose per loro. Sono sempre stata apprezzata e remunerata correttamente. E mi sono sempre trovata benissimo. Quando sono tornata in Italia, è stato un pò un trauma. è un problema che riscontri direi in ogni mestiere: non vedere apprezzato il tuo lavoro per la qualità di ciò che fai».

Questo libro dice “Le buone notizie fanno notizia!”.
«Sì! Più che le buone notizie, credo che questo sia un mondo di cui si parla poco ma che sia una parte molto integra dell’Italia, ligia a se stessa. La cosa interessante è che sono riuscita a ritrovare quasi tutti coloro che ho intervistato e sono rimasti come sono. Qualcuno ha cambiato mestiere, ma hanno mantenuto la loro integrità». 
 

 


Condividi su:
Galleria Immagini